Diritto aziendale
21 Novembre 2019
Come funziona il Domicilio Digitale

Domicilio Digitale: Cos’è e come funziona

Domicilio digitale: Tutti i cittadini muniti di PEC dovranno dichiarare alla pubblica amministrazione tramite il comune di residenza la propria PEC domicilio digitale – Tutti  i cittadini muniti di PEC  dovranno dichiarare alla pubblica amministrazione tramite il comune di residenza la propria  PEC, ossia  il proprio domicilio digitale, con il quale la pubblica amministrazione e gli esercenti di pubblica utilità potranno  comunicare direttamente con il cittadino.  Successivamente il domicilio digitale sarà inserito nell’Anagrafe Nazionale della Popolazione  Residente (ANPR). Vediamo insieme come funziona. Come funziona il domicilio digitale Il domicilio digitale attivabile con un indirizzo PEC, un’identità digitale SPID o un servizio elettronico certificato introdotto dal Regolamento europeo 910/2014 noto anche come eIDAS va a sostituire tutte le comunicazioni cartacee, rappresentando un valido e celere  strumento avente valore legale allo stesso modo di una raccomandata. Si assisterà poco a poco alla riduzione di archivi cartacei pubblici e privati rendendo più semplici le comunicazioni, infatti il cittadino potrà riceverle sul suo pc, tablet o cellulare. Il domicilio digitale è stato voluto proprio dal Codice dell’Amministrazione digitale, che ha visto in esso un mezzo di comunicazione futuro, diretto e innovativo, che crea migliori relazioni e punti  di interazione tra la pubblica amministrazione e il cittadino. Il registro dei domicili digitali sarà sviluppato da Infocamere, e ne sosterrà i costi. Comunicazioni tra pubblica amministrazione e cittadino con il domicilio digitale L’utilizzo del domicilio digitale è diventato obbligatorio nei confronti di tutti coloro che sono iscritti nei Registri di PEC/domicili digitali secondo quanto previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale per le Pubbliche Amministrazioni e per i gestori ed esercenti di pubblici servizi, con i quali il cittadino ha rapporti di “corrispondenza” periodica. Le pubbliche amministrazioni e i gestori/esercenti di pubblici servizi sono, pertanto, obbligate  a comunicare con il cittadino esclusivamente tramite il domicilio digitale. Esempio enel energia elettrica deve  inviare al suo cliente – consumatore, che usufruisce del servizio,  la bolletta con la relativa fattura  e i consumi dettagliati,  al domicilio digitale, qualora il consumatore abbia provveduto a seguire la procedura per inserirlo negli appositi elenchi. Il CAD stabilisce che l’invio ad un recapito diverso dal domicilio digitale non può produrre effetti pregiudizievoli, infatti non sarà possibile sospendere il servizio di fornitura energia elettrica al consumatore se questi non aveva la possibilità di conoscerla al proprio domicilio digitale inserito nei registri. Notifiche al domicio digitale  Il CAD obbliga pubbliche amministrazioni e gestori ad usare il domicilio digitale anche per tutte le notifiche Però le notifiche, sia in forma cartacea che in via telematica (PEC),  sono regolate nelle forme e nei modi dai rispettivi codici di procedura e dalle norme sul processo telematico, che prevalgono sul CAD e consentono l’invio per posta e mediante ufficiale giudiziario ed hanno pari valore. Sembra dunque che le notifiche potranno continuare ad essere svolte nelle forme ordinarie.  Però ancora non abbiamo certezza su cosa accadrà qualora la pubblica amministrazione comunichi  e notifichiad indirizzi diversi dal domicilio digitale, in particolare non sappiamo se sia possibile evitare l’applicazione delle sanzioni alla PA che non usa il domicilio digitale e della ulteriore sanzione in termini di invalidità della comunicazione pregiudizievole. Modalità di attivazione domicilio digitale Il domicilio digitale si attiva mediante una richiesta al proprio comune di residenza, che ricevuto il modulo provvede a inserire il domicilio digitale nell’Anagrafe Nazionale Online. Il modulo si compila di una parte anagrafica in cui dovete inserire i vostri dati identificativi e il vostro domicilio digitale di posta elettronica certificata e di una parte descrittiva, in cui sono inseriti i riferimenti normativi previsti. Infine l’utente dichiara di comunicare ogni eventuale variazione del proprio domicilio digitale. La richiesta dovrà essere redatta secondo il  modello allegato Esempio di richiesta per domicilio digitale Inoltre consiglio di leggere attentamente la normativa , illustrata in maniera chiara e semplice al seguente link https://www.agendadigitale.eu/   all’interno del sito troverete tutti i dubbi interpretativi della norma, nonché altri argomenti correlati, infatti nella sezione cittadinanza digitale  è presente l’Anagrafe Unica, Data Management, Identità digitale, Pagamenti digitali, cliccando su ognuna di essa è possibile acquisire informazioni interessanti. E’ presente una sezione dedicata alla sicurezza informatica, in particolare al cyber security e alla privacy e infine una sezione dedicata alla sanità digitale, all’innovazione della sanità grazie al digitale. Se avete bisogno di creare un indirizzo PEC o non avete ancora chiaro cos’è il domicilio digitale scrivete i vostri dubbi nei commenti e li risolveremo insieme, oppure chiamateci direttamente!
18 Novembre 2019
Come versare l’inps per i Collaboratori familiari

Collaboratore familiare inps

collaboratore familiare inps: Vediamo insieme la normativa prevista, le modalità di versamento dei contributi e le cause di esclusione dei contributi collaboratore familiare inps : A causa degli elevati costi che comporta assumere risorse umane, sono sempre di più le aziende siano esse commerciali, che artigiane o agricole, che ricorrono alle prestazioni lavorative dei propri familiari per farsi aiutare. Vediamo insieme la normativa prevista per i collaboratore familiare inps , le modalità di versamento dei contributi e le cause di esclusione dei contributi. definizione di collaboratore familiare inps I collaboratori familiari sono tutti coloro che svolgono il proprio lavoro all’interno di un’azienda commerciale, di una impresa artigiana, di un’azienda agricola, di un bar, di un negozio di abbigliamento, in cui il titolare è legato da rapporti di parentela con il collaboratore, sia esso il coniuge, o il papà, lo zio e il nipote. Infatti l’INPS stabilisce che l’imprenditore artigiano, nello svolgimento del processo produttivo, può avvalersi di familiari coadiuvanti, ossia parenti entro il 3° grado ed affini entro il 2° grado. Come stabilisce l’art. 74 c.c. la parentela è il vincolo tra le persone che discendono dallo stesso stipite. Sono parenti in linea retta le persone di cui l’una discende dall’altra, padre e figlio, nonno e nipote. In linea collaterale, invece, le persone che pur avendo in comune lo stesso stipite, non discendono l’una dall’altra, esempio, fratelli, zio e nipote. Tra padre e figlio c’è parentela di primo grado, tra fratelli c’è parentela di secondo grado. L’affinità è un vincolo che unisce un coniuge ed i parenti dell’altro coniuge. Sono affini i cognati in secondo grado, il suocero e la nuora in primo grado, perché per stabilire il grado di affinità si tiene conto del grado di parentela con cui l’affine è legato al coniuge. Caso esclusione obbligo di versamento dei contributi al collaboratore  I contributi collaboratore familiare inps  non sono dovuti quando l’attività di lavoro è prestata dai collaboratori familiari in maniera del tutto occasionale, sporadica e non prevalente. L’INPS fornisce delucidazioni in merito al concetto di prevalenza definendo tali tutte le attività che hanno natura imprenditoriali e che ricadono nell’ambito di applicazione di quanto stabilisce l’art. 2195 c.c., pertanto sono quelle attività economiche organizzate ed esercitate professionalmente dall’imprenditore al fine di produrre e scambiare beni e servizi, quali: attività industriali dirette a produrre beni o servizi; attività di trasporto per terra, per acqua o per aria, attività bancaria,  etc. e  sono obbligate all’iscrizione nel registro delle imprese. Dunque, tutte le volte che il collaboratore familiare svolge attività da supporto, può farlo ma  non deve ricorrere il carattere della continuità, del vincolo di subordinazione che presuppone il rispetto di orari fissi e prestabiliti. Né tanto meno il collaboratore familiare deve ricevere compensi in quanto presta il suo aiuto lavorativo perché legato da sentimenti affettivi e solidaristici, come ha chiarito la circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, il 10/06/2013 con protocollo n. 37/0010478, contenente indicazioni operative per il personale ispettivo. Il collaboratore può svolgere la propria prestazione lavorativa saltuariamente, in piena libertà e autonomia. Deve Prestare attenzione a non superare la soglia delle novanta giornate lavorative nell’anno solare, ossia le 720 ore annuali. Tuttavia qualora il collaboratore familiare si dedica all’attività occasionale solo nei ritagli di tempi e per qualche ora al giorno le 720 ore possono essere svolte anche in più di 90 giorni, come ha precisato la circolare dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro il 15/03/2018. Si pensi al familiare, ad un papà pensionato, che aiuta la propria figlia, per qualche ora il pomeriggio nel negozio, per consentirle di accompagnare il proprio bambino ad un corso di lingua inglese. Oppure si pensi ad un giovane professionista assunto a tempo indeterminato in un’azienda e la sera trascorre qualche ora nell’ufficio dalla madre, titolare di un’azienda agricola e la aiuta a gestire l’archivio delle assunzioni online e dei contratti dei suoi dipendenti e a protocollare alcune pratiche.  Esempio e modalità di procedura telematica  Se vuoi avviare un’attività di calzolaio, che generalmente, comprende la riparazione di calzature e articoli in pelle, tale attività  rientra tra le attività artigiane ed è quindi regolamentata dalla legge 8 agosto 1985, n. 443 Legge quadro dell’artigianato, devi  entro 30 giorni dall’inizio dell’attività artigiana, presentare domanda di iscrizione all’Albo Imprese Artigiane. In quanto la legge attribuisce, all’iscrizione all’Albo delle imprese artigiane, valore costitutivo, e conferisce all’impresa la qualifica artigiana anche ai fini previdenziali ed assistenziali. Infatti l’impresa artigiana è tenuta a versare i propri contributi nonché quelli dei propri coadiutori familiari e non, mediante una  procedura telematica, chiamata COMUNICA. E’ una semplice comunicazione, unica per tutti gli enti interessati, camera di commercio, agenzia delle entrate, Inps, Inail, con la quale si attribuisce alla nuova impresa il codice fiscale, la partita iva, l’iscrizione al registro delle imprese, e collaboratore familiare inps dovuta alle Gestioni Artigiani e Commercianti. Viene messo a disposizione un cassetto previdenziale online con il quale l’artigiano o il commerciante comunica direttamente con l’INPS. Può conoscere la propria situazione debitoria/creditoria; la propria situazione assicurativa mediante l’estratto conto previdenziale; può visualizzare l’elenco dei versamenti; può conoscere la situazione delle iscrizioni a ruolo, estratto cartelle, avvisi bonari ricevuti. può presentare un’istanza di dilazione amministrativa; una riduzione contributiva; una richiesta di rimborso; e tanti altri servizi disponibili sul sito dell’ inps. Il cassetto è stato anche  arricchito di una sezione definita comunicazione bidirezionale che consente una comunicazione ancora più diretta con l’Inps. I contributi previdenziali devono essere versati entro le scadenze mediante i modelli F24 disponibili online, già compilati con la matricola inps e l’importo a debito da versare. Forma contrattuale per il collaboratore familiare inps Non è previsto un contratto di lavoro tra le parti, né una forma scritta dello stesso, perché la prestazione lavorativa occasionale si esplica con la manifestazione di volontà di voler aiutare nell’azienda di famiglia e per fatto concludente, nel momento stesso in cui si compie la prestazione. Tuttavia onde evitare di insorgere in malintesi ti consiglio comunque di regolare il rapporto lavorativo, benché occasionale, mediante un patto scritto tra le parti tutte le volte in cui lavori in maniera abituale e prevalente rispetto alle altre attività lavorative e il titolare, che può essere tuo padre, tua madre, tuo zio, tuo nonno  ti versa i contributi collaboratore familiare inps . Se hai intenzione di aprire un’attività e avvalerti di collaboratori familiari possiamo vedere insieme i casi specifici inerenti agli obblighi previdenziali INPS e assicurativi INAIL ai quali sei tenuto ad adempiere, in qualità di titolare. Allo stesso modo se lavori già in un’azienda e vuoi lavorare anche nell’azienda di famiglia, valutiamo insieme la tipologia di prestazione lavorativa  più conveniente per te e per il tuo familiare titolare della stessa.      Non sai  come versare l’inps per i Collaboratori familiari? Scrivi i tuoi dubbi nei commenti 
18 Novembre 2019
Come rateizzare i Debiti INPS

Debiti inps: la rateizzazione

L’INPS per andare incontro alle esigenze delle aziende, che versano in un profondo stato di crisi economica ha proposto un’alternativa efficace e, funzionale. A causa della grave congiuntura economica che negli ultimi anni ha investito il nostro paese sono state molte le aziende che, prive di disponibilità liquide,  non sono riuscite a far fronte al pagamento dei contributi INPS dei loro dipendenti. L’INPS per andare incontro alle esigenze delle aziende, che versano in un profondo stato di crisi economica ha proposto  un’alternativa efficace e, funzionale. Per ovviare a questa difficoltà, infatti ha deciso di sperimentare la forma della dilazione di pagamento, meglio conosciuta come  rateizzazione. Vediamo insieme che cos’è, come funziona e chi sono i soggetti interessati. Definizione di rateizzazione debiti inps La rateizzazione è una forma di pagamento agevolata, con la quale i datori di lavoro con dipendenti, i lavoratori autonomi, quali commercianti e artigiani, i liberi professionisti iscritti alla gestione separata INPS, i titolari di ditte individuali, i committenti co.co.pro e co.co.co, i lavoratori dello spettacolo, nonché gli artisti e tutti coloro che devono versare contributi per sé stessi, in quanto esercenti un’attività economica e, per gli altri, in quanto usufruiscono del lavoro di personale dipendente assunto con regolare contratto di lavoro a tempo determinato o indeterminato e, soggetto a vincolo di subordinazione. Piano di rateizzazione ed estinzione debiti inps Con la rateizzazione, l’INPS elabora un piano con il calcolo dell’importo delle rate da pagare  e le relative scadenze cosicché è possibile  estinguere i contributi INPS con più facilità. E’ possibile presentare la domanda per richiedere la rateizzazione prima che si sia formato un avviso di addebito, un ruolo esattoriale ed eventuali procedure esecutive. L’INPS prevede che il debito dovuto si estingua in 24 rate, però è possibile richiedere il prolungamento a 36 rate con l’autorizzazione del Ministero  del Lavoro e delle Politiche Sociali  come prevede la Legge 389/art. 2, comma 11 quando il mancato o il ritardato pagamento sia causato da eventi che non dipendono dalla volontà del soggetto adempiente, dunque per causa di forza maggiore. Il piano si considera accettato dal soggetto adempiente con il pagamento della prima rata, e successivamente con il pagamento delle rate residue  a scadenze stabilite. Motivazione del prolungamento piano rateizzazione debiti inps Il piano rateale debiti INPS prevede proroghe a 36 mesi, al verificarsi di calamità naturali, quali terremoti, frane, inondazioni, esondazioni; oppure quando sono in corso procedure concorsuali e i soggetti adempienti devono prendervi in parte o in qualità di partecipanti o in qualità di componenti di commissioni esaminatrici; o perché l’azienda è impegnata in operazioni straordinarie, quali riconversione aziendale o ristrutturazione; o quando in caso di morte del de cuius adempiente i debiti dovuti vengono trasmessi agli eredi; o perché l’azienda che ha svolto lavori per conto di enti pubblici,  per conto dello Stato o di Pubbliche Amministrazioni, quali scuole, ospedali, tribunali, comuni etc. ha svolto dei lavori e non è ancora stata pagata, ossia non ha ancora incassato i crediti maturati e versa in uno stato temporaneo di liquidità finanziaria , o per carenza temporanea di liquidità finanziaria legata a difficoltà economico-sociali, inerenti alla tipologia dell’attività che non trova soddisfazione nel tessuto sociale del suo territorio. Allo stesso modo, il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, in accordo  con il Ministro dell’Economia e Finanze, può autorizzare il prolungamento fino a 60 rate nei casi di oggettiva incertezza dell’obbligo contributivo o fatto doloso del terzo. Perdita dell’agevolazione e rateizzazione debiti inps Il beneficio della dilazione di pagamento dei debiti INPS si può perdere qualora il soggetto adempiente non paghi due rate consecutive. La conseguenza è la decadenza immediata dal beneficio della rateizzazione e l’invio del debito residuo contenuto nell’Avviso Bonario direttamente all’iscrizione a ruolo da parte dell’agente della riscossione che procede a trasformare il debito da amministrativo a ruolo con l’invio della corrispondente Cartella Esattoriale. Rateizzazione telematica dei debiti inps La domanda va presentata telematicamente accedendo con le proprie credenziali, PIN, codice fiscale o partita iva, al sito dell’INPS e va compilato il modello SC15, istanza e atto di impegno per il pagamento dilazionato di contributi in fase amministrativa e/o legale. Occorre scrivere l’Ufficio INPS di appartenenza al quale  indirizzare la domanda, i dati anagrafici, il domicilio e il codice fiscale, nonché la qualità di titolare o di legale rappresentante della ditta, la partita iva, la sede e l’indirizzo, sono obbligatori altresì, numero di cellulare, telefono, indirizzo e-mail, fax per eventuali comunicazioni da parte dell’INPS. In corrispondenza di ogni casella occorre flaggare la categoria di appartenenza, ad esempio, se sei un datore di lavoro devi  riportare la matricola INPS dei tuoi dipendenti, se sei un artigiano e un commerciante devi inserire il codice impresa, se, invece, sei un’impresa agricola con dipendenti devi scrivere il codice inps,  se sei un professionista iscritto alla gestione separata inps devi indicare il codice fiscale o la partita iva, o, ancora, se sei un datore di lavoro domestico devi ripotare il codice rapporto di lavoro. Adempimenti e impegni a carico del datore di lavoro nei debiti inps Il datore di lavoro si impegna a pagare la somma X per i contributi arretrati mediante il versamento di n° X rate in misura eguale e consecutiva. Inoltre indica il motivo che ha causato il mancato pagamento dei contributi.  Dichiara di aver già versato all’INPS le trattenute a carico dei lavoratori, di aver provveduto al pagamento delle quote e di provvedere ad allegare al presente modulo le quietanze di versamento, nonché l’estratto contributivo con gli importi dei debiti chiesti in dilazione e dei versamenti effettuati fino alla data di presentazione della domanda. Indica la data fino alla quale ha pagato i contributi, il numero dei dipendenti occupati oppure la data a partire dalla quale non ha più occupato personale dipendente o il motivo per cui non ha più svolto l’attività  per un periodo. Infine il modello si compone di due parti in cui il contribuente può fornire ulteriori notizie ed eventuali informazioni che servono a rafforzare e a dare più valore e motivazione alla domanda. Se non sai come presentare la domanda e assolvere a questo adempimento rivolgiti pure a noi ti assistiamo nella compilazione. Se in qualità di dipendente vuoi verificare che la tua situazione contributiva non presenti spiacevoli sorprese, ossia che i tuoi contributi siano stati versati per intero,  possiamo richiedere il PIN dispositivo all’INPS cosicché tu potrai accedere e controllare direttamente dal sito INPS la tua posizione contributiva. Se sei un’azienda che ha bisogno di più informazioni, in merito, alle sanzioni conseguenti o, a come chiedere uno sgravio di una cartella esattoriale per debiti contributivi, o come si paga la prima rata della rateizzazione concessa dall’INPS, ti possiamo aiutare a compilare il modello F24, inserendo l’apposito codice tributo, gli interessi e le sanzioni. Infatti l’importo della rata dovrà essere calcolata tenendo conto non solo dell’importo del debito originario ma anche delle sanzioni e degli interessi legali maturati fino a quel momento.   Hai dubbi su Come rateizzare i Debiti INPS? scrivilo nei commenti  
14 Novembre 2019
Cessione di un sito WEB? Ecco come funziona

Cessione sito web: come funziona

Cessione Sito WEB: Il sito WEB è un contenitore che ospita la nostra piattaforma online, le nostre pagine web oppure software specifici. ecco come funziona Il nome del sito si chiama dominio, ed è il suo indirizzo web. Esempio http://www.google.it, http://www.facebook.com, http://wikipedia.it Generalmente si sceglie un indirizzo web che identifica la nostra  attività online, un po’come la denominazione o ragione sociale per una azienda; un segno che la contraddistingue dalle altre. La cessione di un sito web avviene secondo le norme civilistiche previste per il contratto di vendita ai sensi dell’art. 1470 del codice civile, con il quale in capo all’acquirente si trasferisce la proprietà della cosa o un altro diritto verso il corrispettivo di un prezzo. Come avviene la cessione sito web tra privati La cessione di un sito web trasferisce in capo all’acquirente la titolarità del sito e tutti i diritti derivanti dallo stesso; essa si realizza con una scrittura privata tra il cedente e l’acquirente in cui si stabilisce l’oggetto della cessione, nel nostro caso si tratta di cessione sito WEB, la modalità, come avviene la cessione e il valore economico della stessa. Se la cessione del sito WEB è effettuata da un privato non dotato di partita Iva, che cede siti web, una tantum, allora siamo in presenza di una cessione di tipo occasionale, che l’articolo 67 del TUIR (Testo Unico sulle Imposte di Reddito) assoggetta a tassazione IRPEF, il reddito prodotto, in quanto rientra tra i redditi diversi che esulano dal rapporto subordinato che qualifica la natura di lavoro dipendente. Tale tipologia di reddito diverso va indicato nella propria dichiarazione fiscale, modello 730, quadro D, righi da D3 a D5, in cui vanno inseriti alcuni redditi di lavoro autonomo e diversi, presenti nella propria Certificazione Unica rilasciata dal nostro datore di lavoro, sostituto d’imposta. Oppure vanno inseriti nella dichiarazione fiscale, modello UNICO redditi persone fisiche,  al quadro RL, composto da tre sezioni, in cui rientrano i redditi disciplinati dall’art. 67 del TUIR e i redditi disciplinati dall’art. 53, comma 2, lettera. b del TUIR.  Qualora, invece, il soggetto cede con continuità siti Web, è obbligato ad aprire la partita Iva perché esercita attività di impresa e i redditi prodotti rientrano tra i redditi di impresa. Infatti la cessione di un sito WEB, effettuata da una impresa commerciale, produce profitti e introiti assoggetti alla disciplina del reddito di impresa, ai sensi degli articoli 55 e seguenti del TUIR. sia per le cessioni che avvengono sporadicamente perché l’azienda esercita un’altra tipologia di attività sia se l’attività di cessione siti web rappresenta l’attività principale dell’impresa. La tassazione della cessione dei siti web dipende dalla forma giuridica adottata, saranno soggetti a Irpef, i redditi prodotti da società di persone o da imprenditori individuali o saranno soggetti a Ires, i redditi prodotti da società di capitali. Forme di tutele cessione sito web  La cessione di sito Web è tutelata dalla Legge n. 633/41 che protegge l’autore che ha creato il sito, il cosiddetto diritto di autore. Questa Legge, ma non è l’ unica, infatti anche l’art. 2575 del codice civile, preserva le opere dell’ingegno a carattere creativo inerenti alla scienza, alla musica, al teatro, alla letteratura, alle arti figurative, all’architettura e alla cinematografia, qualsiasi sia la forma e la modalità di espressione. L’autore esercitando i diritti di paternalità dell’opera può rivendicare in qualsiasi momento di esserne l’effettivo creatore, infatti quando realizza un’opera acquisisce a titolo originario il diritto d’autore ai sensi dell’art.2576 del c.c., per aver dato vita a un lavoro intellettuale senza precedenti, senza bisogno di alcuna registrazione . Secondo quanto dispone l’art. 2577 del c.c. l’autore ha diritto esclusivo di pubblicare e di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo. Infatti l’ideatore può disporre di diritti morali: diritto alla paternità, all’integrità dell’opera, all’inedito, diritto di pentimento; e diritti patrimoniali per trarne un vantaggio economico: riprodurre, eseguire, distribuire, diffondere,  modificare, trasformare, noleggiare. Precisazione importante: l’autore che cede un sito web, e dunque tutti i diritti ad esso correlati, diritto di esclusività, diritti di utilizzazione, diritto di disposizione, può rivendicare la paternalità dell’opera e può opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione o altra modificazione dell’opera stessa, che possa recare pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione, come stabilisce l’art.2577, comma 2 del codice civile. Inoltre l’autore può addirittura ritirare l’opera dal commercio qualora ricorrano gravi ragioni morali, dopo aver provveduto a risarcire coloro che hanno acquistato i diritti di riprodurre, diffondere, eseguire, rappresentare o mettere in commercio l’opera medesima. Questo diritto è personale e non può essere ceduto. Opera di ingegno cessione sito web  La cessione di un sito web è un opera di ingegno, ma per essere definito tale deve avere anche i caratteri tipici di un opera di ingegno quali: la creatività, la novità, l’originalità, infatti, si deve distinguere dagli altri siti e domini; inoltre l’opera deve essere concreta, riproducibile e sfruttabile commercialmente.  Disciplina fiscale della Cessione di un sito Web  Quando la cessione di un sito WEB è realizzata dallo stesso autore del sito web allora è applicabile la disciplina fiscale legata allo sfruttamento del diritto di autore prevista dall’ art. 53, comma 2, lettera b) del TUIR che equiparano i redditi prodotti dalla cessione del sito web ai redditi da lavoro autonomo tassati secondo il criterio di cassa e non di competenza, il quale tiene conto dell’effettivo incasso, quindi della movimentazione di denaro e non del giorno in cui è avvenuta l’operazione di cessione. Tali redditi sono ridotti del 25%  a titolo di deduzione forfettaria delle spese, ovvero del 40%  se i relativi compensi sono percepiti da soggetti di età inferiore a 35 anni come stabilito dall’art. 54 comma 8 del TUIR Esenzione IVA nella cessione sito web  L’operazione di cessione di un sito Web è considerata operazione fuori dal campo di applicazione dell’IVA in quanto non è assimilabile ad una prestazione di servizi come stabilisce l’art.3 del D.P.R 633/1972 comma 4, infatti non sono considerate prestazioni: “le cessioni, concessioni, licenze e simili relative a diritti d’autore effettuate dagli autori e loro eredi o legatari, tranne quelle relative alle opere di cui ai n. 5 e n. 6 dell’art. 2 della legge 22 aprile 1941, n. 633 e alle opere di ogni genere utilizzate da imprese a fini di pubblicità commerciale”. Motivazioni che spingono a cedere un sito web Senza dubbio le motivazioni che spingono a cedere un sito WEB sono da rinvenire nei potenziali profitti derivanti dalla cessione, soprattutto se un sito WEB è appetibile, in quanto tanto più il sito Web ha ad oggetto un’attività online remunerativa, tanto più l’autore del sito riceverà proposte allettanti da aste online gestite da piattaforme o siti specializzati. In genere attraverso l’utilizzo di Google Analytics è possibile capire il numero di visitatori di quel sito, il numero di click che riceve, la popolarità, la visibilità, la facile reperibilità merito anche di un nome dominio semplice da ricordare e funzionale; da ciò è possibile intuire la reputazione, le recensioni, le opinioni e i commenti dei suoi visitatori che fanno diventare il sito più o meno attrattivo di altri. Possiamo dire che tutto ciò che si svolge su internet ed ha ad oggetto un’attività online, con una esposizione virtuale è paragonabile a ciò che avviene nel mondo reale con un negozio fisico. Benchè non esista una disciplina fiscale e giuridica in senso stretto che identifica la cessione di un sito web, abbiamo visto come gli articoli del codice civile e gli articoli del TUIR, nonché quelli in materia di IVA, D.P.R. n.633/1972 summenzionati sono applicabili anche alla ipotesi di cessione di un sito web. Per maggiori informazioni sulla disciplina in merito alle cessioni di siti web e il diritto d’autore vi invito a contattarci per definire una consulenza personalizzata. Qualora desideriate cedere un vostro sito web o acquisirlo, valuteremo insieme i duplici aspetti della cessione. Se hai ancora dubbi su Come funziona la Cessione di un sito WEB scrivilo nei commenti
10 Novembre 2019
Crediti non incassati: Cosa succede all’IVA?

Svalutazione crediti – Fondo, accantonamento e utilizzo

Nella svalutazione crediti, i crediti non incassati sono somme di denaro che il creditore deve avere da un soggetto cliente i crediti non incassati Svalutazione crediti: I crediti non incassati sono somme di denaro che il creditore, fornitore di un servizio o produttore di un bene, deve avere da un altro soggetto, suo debitore che non ha ancora provveduto a pagargli le somme dovute a fronte del servizio reso o di un  bene consegnato. Recupero IVA sulla svalutazione crediti Il creditore può recuperare l’IVA sulle somme che non ha incassato portandola in detrazione. Infatti il cedente del bene o il prestatore di servizi ha diritto di portare in detrazione l’imposta che corrisponde alla variazione, secondo l’art. 19 del D.P.R. 633/72,  tutte le volte in cui un’operazione per la quale è stata emessa la fattura viene meno o si riduce l’ammontare dell’imponibile  come conseguenza a  un mancato  pagamento a causa di procedure concorsuali o procedure esecutive rimaste infruttuose, provvedendo alla corretta registrazione della stessa come stabilisce l’art. 25 del D.P.R. 633/72, che detta le norme sulla registrazione delle fatture acquisti. L’IVA di riferimento è quella addebitata sulla fattura originaria, di conseguenza anche se nel corso del tempo l’aliquota IVA è aumentata, occorre sempre fare riferimento a quella vigente nel momento in cui è stata emessa l’originale. Svalutazione crediti – l’iva sui crediti non incassati L’IVA sulla svalutazione crediti non incassati può essere recuperata secondo le disposizioni contenute nell’art. 26 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 tutte le volte che, dopo l’emissione della fattura e la registrazione,  l’imponibile o l’imposta subiscano  variazioni; esempio potrebbero aumentare, a causa di inesattezze sulla fattura o errori commessi, quando si registra una fattura con il software di contabilità. Qualora si verificano errori materiali o di calcolo nella registrazione delle fatture emesse e nelle liquidazioni periodiche IVA dalle quale si origina  un debito o un credito, deve essere fatta una variazione dell’IVA in aumento nel registro vendite di cui all’art. 23 del D.P.R 633/72, e variazioni in diminuzione dell’IVA nel registro acquisti di cui all’art. 25 del D.P.R 633/72. Nota di credito per il recupero dei crediti svalutati La nota di credito, nel caso di recupero e svalutazione crediti è un documento fiscale che deve essere emessa secondo le modalità previste per la fattura ai sensi l’art. 21 del DPR 633/72. Si ricorre ad essa quando l’azienda deve stornare in tutto o in parte una fattura precedentemente emessa. L’azienda che si accorge di aver commesso errori mentre compilava la fattura emessa, perché  ad esempio ha sbagliato a calcolare l’imposta o l’imponibile, o perché il prestatore di servizi non ha ultimato la sua opera e deve annullare la fattura emessa, o ancora perché l’azienda ha consegnato quantitativi di merce difettosa, in tutti questi casi può recuperare il credito sanando la fattura con l’emissione di una nota di credito. Esempio svalutazione crediti Si pensi a una grande azienda produttrice di vernice ad acqua che riceve un ordinativo da parte di una carrozzeria industriale di produrre 3000 barattoli da kg di vernice ad acqua, del valore di 70 euro ciascuna + Iva al 22%, per un valore di  85,40 euro a barattolo. Il totale della fattura sarà pari 256.200,00 euro. Quando i barattoli di vernice ad acqua sono pronti, l’azienda emette fattura in data 20/05/2018 n. 350. La carrozzeria industriale che ha commissionato l’ordine quando riceve l’ordinativo si accorge che 1000 barattoli di vernice ad acqua sono scaduti, ovviamente non pagherà tutti i barattoli. Allora l’azienda produttrice per recuperare il suo credito è obbligata ad emettere una nota di credito a storno parziale della fattura originale n. 350 per n.1000 barattoli di vernice ad acqua scaduta, il  prezzo sarà il seguente 85.400,00, euro. Importo fattura originaria 256.200,00 euro Importo nota di accredito -85.400,00 euro Importo a pagare 170.800,00 euro A questo punto la carrozzeria industriale potrà  stornare parte della merce già fatturata, insieme al relativo importo iscritto nei libri contabili e l’IVA. Pertanto l’azienda produttrice di vernice ad acqua emetterà la nota di variazione a favore della carrozzeria industriale committente, indicando l’IVA addebitata nella fattura originaria e non riscossa e riportando nel documento la seguente annotazione “Documento di accredito emesso ai sensi dell’art. 26 del D.P.R. n. 633/1972, al solo fine di recuperare l’imposta IVA. Non comporta rinuncia al credito rimasto insoddisfatto” Affinché sia sempre ammesso il recupero dell’IVA è fondamentale che sia dimostrata dalla fattura, diversamente non è riconosciuta la possibilità di recuperare l’IVA qualora il documento fiscale che testimonia l’esistenza del credito è una ricevuta fiscale o uno scontrino. E’ utile e opportuno ricordare che  la nota di credito segue un termine oltre il quale non è consentito alcun recupero. L’art. 26 del D.P.R 633/1972, infatti, stabilisce che la nota di credito non può essere emessa dopo il decorso di un anno da quando è stata effettuata l’operazione imponibile, ossia da quando è stata emessa la fattura di pagamento di un bene o la prestazione di un servizio, qualora gli eventi indicati, ossia, la variazione dell’imponibile deriva da un accordo tra le parti. Lo stesso termine di un anno e le stesse disposizioni summenzionate valgono anche per le rettifiche o le inesattezze della fatturazione, esempio se viene emessa fattura per operazioni inesistenti, ai sensi dell’art. 21 comma 7 del D.P.R. 633/1972,  l’IVA è dovuta per l’intero ammontare risultante in  fattura. Pertanto è sempre ammissibile recuperare l’IVA per i crediti non riscossi.
6 Novembre 2019
durc

Durc: che cos’è, quale procedura online e richiesta all’inps

Durc – in questa mini guida sul durc andremo a capire che cos’è, qual’è la procedura online e quella di richiesta inps Nel mondo del lavoro le regole sono tante così come tanti sono gli adempimenti e le pratiche che la burocrazia impone agli operatori economici ed ai privati per scambiarsi beni e servizi. Molte di queste regole hanno la funzione di controllo e di garanzia per chi sul mercato chiede o offre. Un elemento fondamentale che serve a garantire la regolarità di un operatore commerciale nei confronti degli enti previdenziali è il DURC. In questo articolo troverai informazioni essenziali per capire cos’è il DURC, perché è necessario per la tua impresa e come puoi ottenerlo. Durc cos’è Precisamente, con l’acronimo DURC si intende il Documento Unico di Regolarità Contributiva, ovvero una certificazione che dimostra la regolarità nel versamento dei contributi INPS ed INAIL di un determinato operatore commerciale. Talvolta è necessario per quelle ditte che intendano aggiudicarsi un appalto pubblico per i quali è ovviamente richiesto un DURC positivo. DICHIARAZIONE PER LA PARTECIPAZIONE AD APPALTI PUBBLICI modelli e moduli excel doc Normativa durc Il rilascio di questa certificazione è diretta conseguenza di una convenzione stipulata dalle Casse Edili e da INPS ed INAIL secondo quanto disposto dalla Legge numero 266 del 2002 ed il successivo Decreto Legislativo numero 276 del 2003. Da quel momento la regolarità contributiva è necessaria per l’assegnazione di determinati lavori pubblici a committenti privati. Richiesta durc È possibile richiedere il DURC agli enti che lo rilasciano, ovvero l’INPS, l’INAIL e le Casse Edili oltre che gli altri enti di assicurazione obbligatoria a patto che abbiano stipulato la convenzione con INPS ed INAIL. Può essere richiesto dalle imprese e da enti pubblici e privati. Durc online La procedura per ottenere il DURC è molto semplice e veloce, basta collegarsi ai siti internet di INPS o INAIL o Cassa Edile, accreditarsi ed accedere ai servizi per effettuare la richiesta online ed ottenere il documento immediatamente. qui il sito inail per fare la richiesta durc online Validità durc – scadenza È importante sapere che come ogni documento che fotografa una data situazione in un preciso momento, il DURC non può avere una durata illimitata, infatti la validità del documento è fissata a 120 giorni. Autocertificazione durc – modello dichiarazione sostitutiva Limitatamente ai contratti di fornitura con la PA per importi fino a 20.000 euro, è possibile produrre un’autocertificazione a mezzo PEC ai sensi dell’articolo 46, primo comma, del Testo Unico di cui al Decreto del Presidente della Repubblica numero 445 del 2000. autocertificazione regolarità durc in pdf autocertificazione regolarità durc modello doc Durc irregolare La documentazione ottenuta a seguito della richiesta potrà avere un esito positivo (quindi posizione contributiva regolare) o un esito negativo nel caso di irregolarità. È possibile che, quindi, ci siano irregolarità nella contribuzione così come è possibile che il sistema non sia ancora aggiornato. Durc irregolare cosa fare Per poter regolarizzare la propria posizione ed ottenere un DURC idoneo è necessario ottemperare ai propri obblighi nei confronti delle casse previdenziali oppure, nel caso in cui si trattasse di mancato aggiornamento, è opportuno contattare l’ente al quale si è fatta la richiesta per effettuare un sollecito. Durc inail Per effettuare la richiesta di DURC all’INAIL bisogna connettersi con la sezione del sito dedicata ed accedervi tramite le credenziali fornite dall’ente mentre per le amministrazioni aggiudicatrici ed i concessionari e gestori di pubblici servizi possono valere le stesse credenziali del portale SportelloUnicoPrevidenziale.it. Inps durc La richiesta del DURC tramite il sito INPS è altrettanto semplice e la si completa una volta effettuato l’accesso tramite PIN, SPID (identità digitale) o CNS. L’esito verrà comunque inoltrato sulla casella PEC. Sportello durc Prima del mese di luglio del 2015, il DURC era possibile ottenerlo tramite lo Sportello Unico Previdenziale, ora questo servizio non è più attivo per l’inoltro di nuove richieste ma resta disponibile soltanto per la consultazione. Modello durc Qualora fosse necessario l’autocertificazione, attraverso l’apposito modello il richiedente dichiara la propria anagrafica con gli indirizzi di sede legale ed operative e le varie matricole riferite alle posizioni previdenziali INPS ed INAIL ed altre casse previdenziali specificando che non vi sono inadempienze per ciascuna di esse. Durc ditta individuale Anche le ditte individuali possono ottenere il DURC anche se non hanno dipendenti. Chiaramente sarà necessario segnalare all’ente al quale si fa richiesta che non vi siano dipendenti, in questo modo l’ente potrà procedere con al produzione della certificazione. In caso contrario mancherebbe il presupposto per consentire all’ente di certificare la regolarità della ditta. Durc professionisti Come per le ditte individuali, anche i professionisti possono ottenere il DURC ma sempre dopo aver segnalato all’ente l’eventuale assenza di dipendenti, in questo modo l’ente produrrà la certificazione senza problemi. Durc autotrasportatori Il committente che intenda stipulare un contratto di trasporto con un’impresa autotrasportatrice dovrà assolvere all’obbligo di certificare la regolarità contributiva dell’impresa stessa. Il servizio è reso sempre da INPS ed INAIL. Durc inarcassa Anche la cassa di previdenza dedicata agli ingegneri e gli architetti liberi professionisti consente di ottenere il certificato di regolarità contributiva DURC. È sufficiente collegarsi alla piattaforma messa a disposizione da Inarcassa ed inserire i dati anagrafici con il codice CIG, si riceverà l’esito tramite PEC. Quando non serve il durc Non si è obbligati all’ottenimento del DURC in caso di forniture non soggette a procedure negoziali e di piccola entità affidate per procedura diretta secondo quanto stabilito dal Ministero del Lavoro con la nota 10 del 2009 Circolare inail Durc di seguito le circolari inail sul durc durc Circolare n 48 del 14 dicembre 2016 durc allegato circolare 1 durc allegato circolare 2 Conclusioni Come è facile intuire, anche la materia degli appalti, seppur specifica, richiede ampie conoscenze delle dinamiche che la muovono. Per ottenere una pianificazione sempre puntuale per ogni esigenza ti consigliamo di affidarti alla nostra consulenza per essere guidato passo dopo passo anche nelle procedure necessarie alla corretta gestione amministrativa di una gara d’appalto.
23 Ottobre 2019
Successione Eredità: il Passaggio generazionale

Il passaggio generazionale

Passaggio generazionale: Per il passaggio generazionale occorre valutare i cambiamenti intervenuti nel tempo nella composizione della famiglia Per poter parlare in modo esauriente di passaggio generazionale, occorre fare riferimento ai cambiamenti intervenuti nel tempo nell’ambito della composizione della famiglia. Nel corso degli anni la famiglia si è evoluta, siamo passati da una famiglia allargata, composta non solo da padre, madre e figli, ma anche da parenti e affini, ad una tipologia di famiglia nucleare ristretta, ossia costituita solo da padre, madre e figli. Nel passaggio generazionale, anche il ruolo dei figli e delle mogli sono diventati  più dinamici, infatti, i figli non si dedicano più ai lavori tipici della comunità contadina, come aiutare a lavorare nei campi, prima infatti avere die figli era fonte di ricchezza. Oggi , invece richiedono maggiore cura, responsabilità e costi non indifferenti, tant’è che la donna oggi dedica molto meno tempo a pianificare gravidanze, perché è impegnata su altri obiettivi, quali la carriera, gli studi accademici. Azienda familiare nel passaggio generazionale Le aziende familiari sono quelle imprese in cui una o poche famiglie, i cui componenti sono legati tra loro da vincoli parentali detengono la titolarità del capitale e gestiscono l’attività senza coinvolgere, consulenti esterni al nucleo familiare. Affinché persiste il legame tra impresa e familiare è necessario che non intervengano cause ostative alla sua durata, in particolare è fondamentale che non si verificano cause di invalidità del matrimonio o del divorzio.  La forma giuridica che un’impresa familiare può assumere può variare da quella più semplice dell’impresa coniugale e familiare a quella più organizzata della società di capitali, che risulta anche caratterizzata da una ristretta base azionaria. Diritto di prelazione nel passaggio generazionale L’art. 230 del codice civile regola i rapporti in materia di impresa familiare disponendo per il familiare,  che offre in modo continuativo la sua prestazione di lavoro nell’impresa familiare, il diritto al mantenimento secondo la situazione patrimoniale della famiglia, nonché la partecipazione agli utili e agli incrementi dell’azienda, in proporzione alla quantità e alla qualità di lavoro prestato. Inoltre i familiari che a maggioranza partecipano all’azienda  possono prendere parte alle decisioni in merito all’utilizzo degli utili e agli incrementi, alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa. Il comma 5° affronta la questione del diritto di prelazione riconoscendo a coloro che partecipano all’impresa familiare, in caso di divisione ereditaria o di trasferimento d’azienda, il diritto di prelazione sulla azienda. Passaggio generazionale e famiglia nucleare PMI Il concetto di famiglia è da associare alle PMI che sono strutturate su base familiare, in cui i successori, ossia gli eredi devono essere in grado di assicurare lo stesso standard qualitativo e la stessa serietà negli adempimenti a tutti i soggetti con i quali interagiscono; basti pensare alle banche, ai clienti, ai fornitori, dipendenti, i quali vogliono garanzie affinché l’azienda sia gestita al meglio e non correre alcun rischio. Elementi che favoriscono il corretto passaggio generazionale Per consentire un corretto passaggio generazionale è necessario gestire bene le informazioni e le comunicazioni tra tutti i soggetti agenti. Occorre che siano rispettati i ruoli di amministratore, azionisti e manager, occorre stabilire un regolamento  interno  per disciplinare il trattamento dei familiari in azienda. E’ consigliabile pianificare e organizzare l’ingresso dei  successori, al fine di garantire continuità della successione. Bisogna essere proattivi e organizzare in anticipo il turnover per rendere agevole e entusiasmante le iniziative delle nuove generazioni. E’ necessario che intervengano tutti i membri della famiglia, azienda nel processo successorio. Il passaggio generazionale è un evento fisiologico e naturale che non va assolutamente subito, bensì gestito, avvalendosi del supporto di abili e competenti professionisti. Trust: strumento che agevola il passaggio generazionale Per trasferire i propri beni, l’imprenditore può utilizzare il testamento, ma spesso questo genera dissapori e contrasti tra gli eredi, per evitare ciò è possibile ricorrere allo strumento del Trust che anticipa il trasferimento dei beni e dell’azienda stessa quando è ancora in piena attività l’azienda nelle mani degli originari proprietari. Definizione di Trust Il Trust è un Istituto Giuridico, di origine anglosassone di common  law  che ha la finalità di separare dal patrimonio dell’imprenditore alcuni beni per raggiungere obiettivi specifici nell’interesse di beneficiari, provvedendo ad affidare il patrimonio e la sua gestione ad una persona detta trustee o ad una società di professionale detta trust company. Soggetti che intervengono nel passaggio generazionale Beni dell’imprenditore disponente; Patrimonio separato che rappresenta il trust; Trustee a cui viene affidato il controllo e la gestione del patrimonio; Beneficiari che sono gli eredi; Vantaggi del Trust Segregazione del patrimonio, che non può essere aggredito da parte dei creditori; In caso di morte prematura dell’imprenditore, titolare dell’azienda,  il trustee amministra i beni e la società, finché gli eredi non sono pronti a prendere il controllo e a gestirla; Patto di famiglia come strumento che favorisce il passaggio generazionale Il patto di famiglia è un contratto che viene stipulato con tutti coloro che sono i legittimari al momento della stipula. Il titolare dell’azienda trasferisce le partecipazioni societarie o l’azienda  affinché sia tutelata la continuità gestionale dell’impresa, ad alcuni eredi affida la gestione, ad altri provvede a liquidare i beni. Con il patto di famiglia gli eredi non devono conferire nella massa ereditaria i beni ricevuti dall’imprenditore affinché la divisione dell’asse ereditario avvenga rispettando le quote di legittima, né il legittimario può chiedere  che venga reintegrata la sua quota nel caso in cui il legittimario ritenga lesi i suoi diritti. Nel caso in cui i legittimati non ricevano la quota loro spettante possono impugnare il patto di famiglia. Strumenti alternativi per il passaggio generazionale E’ possibile che la società di famiglia trasferisca delle quote in una holding di cui i soci siano i coeredi, con cui si possono stabilire direttive trasparenti  sulla governance e sulle quote. Anche le polizze Vita possono essere adeguate  per trasferire gli asset finanziari e le quote societarie, ma nel caso in cui viene lesa la legittima non garantiscono nessuna tutela. Invito a leggere il seguente articolo, in cui si parla di fare una sorta di  preventiva analisi dei nuovi bisogni in tema di trasmissione del patrimonio, di ridefinizione di ruoli e di equilibri. A proposito di Trust, trovo l’articolo che segue molto esaustivo, perciò invito a leggerlo Come evitare oneri fiscali gravosi nel passaggio generazionale In seguito ad una successione ereditaria conseguente al passaggio generazionale, in cui l’impresa passa da padre in figlio, per evitare di subire una onerosa imposta di successione che finirebbe per svilire il patrimonio aziendale, occorre che il titolare di azienda quando è ancora in vita pensi ad approntare un piano conveniente per trasferire il patrimonio aziendale. Esempio può optare per contratti a titolo gratuito, si pensi alle donazioni oppure a titolo oneroso, alla vendita o al conferimento garantendo al titolare di non perdere il controllo della propria azienda e di partecipare ancora nella gestione dell’impresa, finché i figli non saranno autonomi. In conclusione possiamo affermare con certezza che per favorire un proficuo passaggio generazionale è necessario: prevedere sistemi di liquidazione e protezione; analizzare il patrimonio aziendale e gli obiettivi da raggiungere; programmare anticipatamente i cambiamenti; seguire il futuro erede sia dal punto di vista fiscale che giuridico e indirizzarlo verso scelte adeguate in merito allo sviluppo di progetti. favorire in maniera corretto lo sviluppo dell’impresa e mantenere l’equilibrio nel momento della successione. Se hai un’azienda e vuoi organizzare in tempo il passaggio generazionale ma non sai come fare, contattaci ti offriremo la nostra consulenza Se invece hai bisogno di delucidazioni puoi scrivere  le tue domande nei commenti e avrai una risposta in tempi brevi.
1 Ottobre 2019
Dimissioni volontarie e licenziamento in cigs parziale

Dimissioni volontarie e licenziamento in cigs parziale

In questo articolo esporremo un quesito posto da un nostro lettore che lavora in azienda su Dimissioni volontarie e licenziamento in cigs parziale Quesito su Dimissioni volontarie e licenziamento in cigs parziale: Lavoro in un azienda con circa 500 dipendenti e da aprile 2016 è stata richiesta la cigs,che avrebbe dovuto essere a rotazione settimanale uguale per tutti per equità verso tutti dipendenti dell area, ma in realtà alcuni dipendenti vengono messi in cassa anche per 3 settimane ogni mese e fatti tornare al lavoro per pochi giorni. La domanda che vorrei rivolgervi è: nel caso in cui volessi dare le dimissioni una volta trovato un altro impiego,sono obbligata a rispettare i tempi di preavviso previsti dal CCNL o posso dare dimissioni per giusta causa con un tempo di preavviso ridotto,senza incorrere nella trattenuta del mancato preavviso? cosa si intende allora per cassa a zero ore? L azienda mi sta facendo lavorare una settimana o anche meno al mese (questo mese forse un giorno solo),posso considerarla ugualmente “a zero ore”? Glielo chiedo perche a un collega che è andato via con solo 5 gg  di preavviso,e anche lui avendo lavorato una 5 giorni solamente per ogni mese da aprile alle dimissioni, hanno fatto pagare tutta la penale del mancato preavviso. risposta: In merito al tuo quesito devi sapere che in caso di dimissioni volontarie del dipendente in cassa integrazione a zero ore, il lavoratore non è tenuto a rispettare il periodo di preavviso previsto dalla contrattazione collettiva. Riflettiamo un attimo sulla funzione del periodo di preavviso di dimissioni. Il periodo di preavviso consiste in un numero di giorni in cui il dipendente continua a lavorare dopo aver presentato le dimissioni; secondo quanto prevede l’art.2118 del Codice civile ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, dando il preavviso nel termine e nei modi stabiliti, dagli usi o secondo equità. Il preavviso ha come finalità quella di dare al lavoratore licenziato-dimissionario il tempo per trovare un altro impiego e all’imprenditore, in caso di dimissioni del dipendente, di sostituirlo con un altro lavoratore. … ma se il lavoratore è in cassa integrazione a zero ore o quasi, non sussiste più la stessa funzione del periodo di preavviso ! Vi è un precedente in giurisprudenza, anche se piuttosto lontano nel tempo: “Durante i periodi di sospensione dal rapporto per intervento della Cassa integrazione, il dipendente ha facoltà di rassegnare le dimissioni, senza rispettare il periodo di preavviso” (sentenza del Pretore Firenze 11 marzo 1988). A livello pratico, la comunicazione delle eventuali dimissioni potrà contenere la richiesta ad essere dispensato dall’onere del preavviso. In tal caso, concordando la rinuncia al periodo di preavviso, non ci sarà trattenuta della corrispondente indennità di mancato preavviso e il lavoratore potrà cessare da subito il proprio rapporto di lavoro. In ogni caso le dimissioni andranno sempre convalidate presse le sedi abilitate ovvero sottoscrivendo la successiva comunicazione di cessazione inoltrata dal datore di lavoro. Per quanto riguarda il preavviso di licenziamento invece è possibile anche durante il periodo di cassa integrazione, ma solo per una causa dipendente dal suo comportamento scorretto (cosiddetto licenziamento per “giusta causa”) e non per ragioni dipendenti dall’azienda (cosiddetto licenziamento per “giustificato motivo oggettivo”), la quale avrebbe dovuto procedere a licenziamento collettivo, anziché ricorrere alla cassa integrazione. Poiché sei in cassa integrazione a zero ore, non vedo quale comportamento scorretto tu possa adottare nei confronti dell’azienda, quindi non vedo come potresti essere licenziato durante il periodo di cassa integrazione a zero ore. La cassa integrazione, o CIG, è divisa in due parti (La cassa integrazione a zero ore e la cassa integrazione) in toto è un sussidio che lo stato prevede venga retribuito, da parte dell’INPS, a quei lavoratori che si trovino temporaneamente sospesi dalla loro attività. La cassa integrazione in genere copre quello che sarebbe il normale salario percepito fino ad un massimo dell’80%. La cassa integrazione a zero ore è definita così nel momento in cui il lavoratore venga completamente sospeso dall’attività lavorativa, e non gli venga solo ridotto l’orario di lavoro; in questo caso quindi il suo salario equivale a zero, e la cassa integrazione deve coprirlo quasi integralmente. La cassa integrazione in deroga invece è quella che viene percepita da tutti quei settori produttivi, e da quelle fasce salariali, che non sarebbero comprese nella cassa integrazione ordinaria o straordinaria.  Essa riguarda i dipendenti di aziende regionali, o di determinati ambiti individuati dalla normativa, che altrimenti non avrebbero diritto a questo contributo.  
30 Settembre 2019
Sospensione condizionale della pena e non menzione nel casellario giudiziale

Sospensione condizionale e non menzione al casellario

Cosa sono ed a quali condizioni operano i due benefici previsti dal codice penale per i soggetti condannati a pene detentive o pecuniarie per determinati reati non gravi. La sospensione condizionale ed il beneficio della non menzione della condanna nel casellario giudiziale sono istituti giuridici – cosiddetti premiali – di diffusa applicazione e di notevole rilievo per coloro che per la prima volta si trovano ad essere imputati di determinati reati non gravi, in quanto consentono di limitare gli effetti negativi delle sentenze di condanna e del processo penale, attraverso un meccanismo che comporta la sospensione provvisoria della pena o di alcuni suoi effetti negativi, al ricorrere di determinate circostanze. Lo scopo di tali meccanismi è duplice: da un lato attenuare l’afflittività della sanzione penale per soggetti che hanno commesso un reato non grave e che non sono delinquenti “abituali” e che potrebbero, pertanto, essersi ravveduti per l’illecito commesso; dall’altro, in funzione preventiva, evitare che il soggetto stesso commetta futuri reati, nel qual caso i predetti benefici verranno meno. Volgendo, in primo luogo, lo sguardo, all’istituto della Sospensione condizionale della pena [1], giova osservare che la stessa è disciplinata tra le cosiddette “cause di estinzione del reato”, cioè tra quegli elementi ricorrendo i quali il reato, pur accertato, viene appunto estinto, venendo meno la sua punibilità. Tale esito, in realtà, si ha solo alla fine di un percorso di “prova” cui è sottoposto l’imputato e solo in caso di superamento dello stesso. Sono diverse, infatti, le condizioni oggettive per l’applicazione del beneficio. In particolare è necessario che: – il reo sia stato ritenuto colpevole di un reato non grave, e cioè che sia stato condannato ad una pena detentiva non superiore a due anni, ovvero a pena pecuniaria che, sola o congiunta alla pena detentiva sia equivalente ad una pena detentiva non superiore nel complesso a due anni. Tale condizione, peraltro, diventa ancor più favorevole se il reato è stato commesso da un minore (anche pena detentiva fino a 3 anni) o da persona di età superiore agli anni diciotto ma inferiore agli anni ventuno o da chi ha compiuto gli anni settanta (anche pensa detentiva fino a due anni e sei mesi); – il reato commesso non desti un particolare allarme sociale, così essendo prevista l’esclusione del beneficio per reati gravi quali ad es. l’omicidio o la violenza sessuale aggravata; – il reo non sia stato già condannato per un delitto e non sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza; – che alla pena non debba essere aggiunta una misura di sicurezza, ovvero una particolare misura disposta dal giudice nei casi di pericolosità sociale del reo; – che il beneficio stesso non sia già stato concesso, a meno che la somma della pena inflitta con la prima condanna e della seconda pena non superi i termini massimi suddetti. La concessione del beneficio può essere inoltre subordinata all’adempimento di particolari obblighi da parte del condannato, secondo le modalità ed i termini fissati dal giudice, quali l’obbligo delle restituzioni e del risarcimento in favore del soggetto danneggiato dal reato, l’eventuale eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, nonché l’eventuale prestazione di attività non retribuita a favore della collettività. Ove ricorrano tutti gli elementi indicati, il giudice può ordinare che l’esecuzione della pena rimanga sospesa per cinque anni per i reati o per tre anni per le contravvenzioni. Quella concessa al giudice è una facoltà discrezionale, che deve tener conto della personalità e della pericolosità del reo, oltre che della gravità del reato: il beneficio, pertanto, sarà concesso quando il giudice, in base a tali elementi, presume che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati. In termini pratici, il soggetto condannato con sentenza definitiva (cioè all’esito dell’appello e dell’eventuale ricorso in Cassazione o scaduti i termini per proporli), materialmente non dovrà scontare la pena (carcere o pena pecuniaria), essendo la stessa “sospesa”. Resterà inoltre sospesa anche l’eventuale pena accessoria (ad. es. interdizione dall’esercizio di una professione). Pur tuttavia la sospensione è condizionata al fatto che il reo, nel periodo indicato, non commetta un altro reato. In particolare, durante il termine di sospensione, il soggetto non deve commettere reati della stessa “indole”(cioè dello stesso tipo) di quello per il quale è stato condannato, né altri reati la cui pena, unita a quella precedente, superi i limiti massimi previsti dalla legge per la concessione del beneficio. Il reo, inoltre, dovrà adempiere agli obblighi imposti dal giudice con la sentenza di condanna. Se tiene tale comportamento diligente, il reato sarà estinto. In caso contrario, il beneficio verrà revocato ed il reo sconterà sia la vecchia pena sospesa sia quella inflitta per il secondo illecito. Per quanto invece riguarda l’istituto della “non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale” anch’esso è un beneficio che il giudice può concedere al condannato, consistente nella non iscrizione della condanna sul certificato penale, e cioè su un documento che il Tribunale può rilasciare su richiesta ai privati, salvo che per motivi elettorali. Lo scopo dell’istituto è quello di consentire il ravvedimento del reo e il suo reinserimento nella società, mediante l’eliminazione di alcune conseguenze negative della pena, che possono pregiudicare fortemente le sue possibilità di trovare una nuova occupazione e più in generale di reinserirsi nella società. In pratica, il beneficio fa si che la condanna non sia resa nota ai privati, mentre è conoscibile dalle pubbliche autorità che dovessero richiedere la fedina penale del condannato. Anche in tal caso – come per la sospensione condizionale – la concessione del beneficio avviene a discrezione del giudice, in base agli stessi parametri già menzionati. La legge [2] prevede, quale requisito oggettivo per la concessione del beneficio, che si tratti di prima condanna ad una pena pecuniaria non superiore a euro 516 ovvero ad una pena detentiva non superiore a 2 anni. La Corte costituzionale [3], tuttavia, ha ampliato la possibilità di avvalersi dello strumento, chiarendo che il giudice può concedere ulteriori non menzioni nel caso di condanne, per reati anteriormente commessi, a pene che, cumulate con quelle già irrogate, non superino i limiti di applicabilità del beneficio. Anche in tal caso, infine, il beneficio è condizionato al ravvedimento del reo: se il condannato, infatti, commette successivamente un delitto, l’ordine di non fare menzione della condanna precedente è revocato. Note [1] Art. 163 e ss. cod.pen [2] Art. 175 cod.pen. [3] C. Cost, sent. n. 155 del 7.06.1984
29 Agosto 2019
Il Reato di Appropriazione Indebita, Esempi: Amministratore di Condominio, Eredità, Coniugi

Il Reato di Appropriazione Indebita Esempi Eredità e Coniugi

Il reato di appropriazione indebita è un delitto contro il patrimonio previsto dall’art. 646 c.p., ecco gli esempi su eredità e coniugi Il reato di appropriazione indebita è un delitto contro il patrimonio previsto dall’art. 646 c.p.. Le disposizioni normative di cui all’art. 646 prevedono una sola fattispecie di appropriazione indebita (comma 1) e una particolare circostanza aggravante del reato (comma 2). Il comma 3 dell’art 646 c.p. attiene alla procedibilità del reato. Compie il reato di appropriazione indebita colui che, avendo il possesso di una determinata cosa o di una somma di denaro appartenenti ad un altro soggetto, se ne appropria al fine di trarne un profitto proprio o altrui. Esempi di appropriazione indebita Nel presente articolo, passeremo in rassegna alcuni esempi di appropriazione indebita: l’appropriazione indebita dell’amministratore di condominio, dell’eredità, tra i coniugi, dell’autoveicolo. Appropriazione indebita commessa dall’amministratore di condominio Commette appropriazione indebita l’amministratore di condominio che distrae le somme di denaro intestate al Condominio, li consuma o li usa per fini diversi da quelli per cui devono essere utilizzati, cioè per il pagamento delle spese comuni. Esempio tipico è l’amministratore che effettua prelevamenti dal conto corrente condominiali e li spende per cene al ristorante. Allo stesso modo, commette appropriazione indebita l’amministratore che si rifiuta di consegnare, dopo essere cessato dall’incarico, la documentazione pertinente il condominio. E’ opportuno ricordare che l’amministratore di condominio che pone in essere appropriazione indebita, è responsabile non solo penalmente ma anche civilmente. Pertanto, prima della pronuncia penale, i soci del condominio possono richiedere la revisione dei conti dell’ente condominiale, esercitando eventuale azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore e revocandolo se si raggiunge la maggioranza in assemblea oppure rivolgendosi al tribunale competente per chiedere la revoca giudiziale dello stesso, in caso di accertate irregolarità. Appropriazione indebita dell’eredità Commette altresì appropriazione indebita l’erede del defunto che prima della chiusura della successione distrae beni dell’eredità, di cui ne abbia il possesso. Esempio tipico è il figlio del defunto che, avendo il possesso della carta di credito del de padre scomparso, effettua prelevamenti di somme di denaro presso gli sportelli bancomat, in danno degli altri fratelli coeredi, oppure vende i mobili d’arredo della casa familiare. Tuttavia, nei rapporti tra parenti, il diritto penale prevede alcune eccezioni per i reati contro il patrimonio. Non è infatti punibile, ai sensi dell’art. 649 c.p., chi ha commesso reati contro il patrimonio (e quindi anche l’appropriazione indebita) in danno: 1) del coniuge non legalmente separato; 2) di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell’adottante o dell’adottato; 3) di un fratello o di una sorella che con lui convivano. Quindi, nel caso del fratello che distrae beni dell’eredità, si ha appropriazione indebita solo se il fatto è commesso in danno di fratelli o sorelle non conviventi. Appropriazione indebita tra coniugi Ai sensi dell’art. 649 c.p., l’appropriazione indebita tra coniugi può sussistere solo se i coniugi medesimi sono legalmente separati. Pertanto, il coniuge non legalmente separato che distrae un bene dell’altro coniuge, a prescindere del regime patrimoniale adottato, separazione dei beni o comunione legale, non commette appropriazione indebita. Con riferimento all’applicazione dell’art. 649 c.p., lo stesso non contempla tra le eccezioni i conviventi more uxorio, cioè tra i componenti di una coppia di fatto. Appropriazione indebita dell’autoveicolo Commette appropriazione indebita il meccanico che, avendo ricevuto in possesso un autoveicolo da sottoporre a riparazioni, si rifiuta di restituirlo. Tuttavia il reato sussiste solo qualora il corrispettivo della prestazione di riparazione, operata dall’officina, sia stato pagato dal cliente. Fintanto che il prezzo non risulti corrisposto, il titolare dell’officina meccanica ha il diritto civilisitico di ritenzione sull’autovettura, cioè il diritto di trattenerla il veicolo come possessore, che esclude il reato di appropriazione indebita. L’appropriazione si configura altresì in tutti quei casi in cui il meccanico utilizza per fini personali l’autovettura ricevuta in consegna, facendone uso come se ne fosse il proprietario. Allo stesso modo commette appropriazione indebita l’amministratore di società che, avendo il possesso di autoveicoli acquisiti in leasing, non li restituisce al termine del contratto e non esercita l’opzione di riscatto. Procedibilità dell’appropriazione indebita La procedibilità dell’appropriazione indebita è a querela di parte, tuttavia, è d’ufficio quando: ricorrono una delle aggravanti di cui all’art. 61, comma 11, innanzi elencate; quando l’appropriazione è effettuata su cose in deposito necessario; quando è effettuata in danno in persona portatrice di minorazione fisica o psichica. La querela è l’atto con cui la persona offesa del reato manifesta la volontà di punirne il colpevole. Alcune fattispecie di reato non possono essere perseguite senza querela della persona offesa. Pertanto, in tal caso, la querela viene definita come condizione di procedibilità. La querela si propone agli ufficiali di polizia giudiziaria o alla Procura della Repubblica. Per la proposizione della querela si ha tempo di 3 mesi dal giorno della notizia del fatto. Su questo punto occorre fare estrema attenzione, in quanto se si è stati vittima di un reato di appropriazione indebita (nelle ipotesi perseguibili a querela) e non è stata presentata la querela con tempestività (3 mesi), si decade dal potere di chiedere la punizione del colpevole del reato. Tuttavia, si deve ammettere che nella maggior parte delle ipotesi di appropriazione che si verificano nella pratica, quali, ad esempio, quella posta in essere dall’amministratore che si appropria illecitamente di somme di denaro del condomino, quella perpetrata dal commercialista che non restituisce i libri contabili al proprio cliente, oppure quella del meccanico che non restituisce l’auto, ricorre una delle aggravanti di all’art. 61, comma 11 (specificamente l’abuso di prestazioni d’opera) e quindi il reato di appropriazione ex art. 646 c.p. diventa perseguibile d’ufficio. Il termine per proporre querela decorre non dal momento consumativo del reato, bensì da quando si ha conoscenza di essere stati vittima di appropriazione indebita. La conoscenza del fatto si ha quando ci si rende conto che il colpevole assume un comportamento che mostra in modo inequivoco di trattare come propria la cosa altrui, o perché la cede a terzi, o perché la consuma o perché non la restituisce. Ove si è vittima di un’appropriazione indebita da parte di un soggetto che si rifiuta di restituire la propria cosa mobile, per dimostrare la conoscenza del fatto, potrebbe essere opportuno inviare allo stesso una richiesta scritta o mediante e-mail o posta raccomandata (diffida), invitandolo a riconsegnare la cosa entro un periodo di tempo ragionevole (solitamente 15 giorni) e ammonendolo circa le conseguenze penali cui si esporrebbe in caso di inottemperanza. Allo scadere del periodo di tempo concesso, inizierebbe a decorrere il periodo di tre mesi per la proposizione della querela. Nelle ipotesi perseguibili d’ufficio non è necessaria una querela, bensì una denuncia, che può essere presentata da soggetti anche diversi dalla persona offesa e con l’ulteriore conseguenza di non dover soggiacere al rispetto del limite temporale di 3 mesi. L’aggravante ex art. 61, comma 11 L’ipotesi di appropriazione indebita con l’aggravante ex art. 61, comma 11, assume una particolare importanza in quanto, come già visto sopra, incide sulla procedibilità. L’appropriazione indebita aggravata dalla circostanza ex art. 61, comma 11, fa riferimento alla fattispecie in cui il fatto  è stato commesso “con abuso di autorità o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di relazioni di ufficio, di prestazione d’opera, di coabitazione, o di ospitalità”. Pena dell’appropriazione indebita La pena dell’appropriazione indebita è: per la fattispecie semplice, la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a milletrentadue euro. aumentata rispetto alla pena principale, se ricorre la circostanza aggravante del comma 2 dell’art. 646 c.p., vale a dire se l’appropriazione ha ad oggetto cose di cui si ha il possesso a titolo di deposito necessario. Esempio di deposito necessario è il deposito dei bagagli e degli effetti personali presso un albergo, durante il periodo d’alloggiamento. Si tratta di una circostanza aggravante speciale. Come si calcola la pena dell’appropriazione indebita? Per calcolare la pena dell’appropriazione indebita, si parte dalla pena base, e si opera un bilanciamento tra le eventuali circostanze attenuanti comuni  e generiche da un lato, e aggravanti dall’altro. Esiste poi una particolare circostanza aggravante dell’appropriazione indebita, costituita dal fatto di commettere il reato in danno in persona portatrice di minorazione fisica o psichica costituisce. In questo caso la pena è aumentata dal minimo di un terzo, fino alla metà. Le circostanze aggravanti devono essere contestate dal pubblico ministero nel capo di imputazione indicato nel decreto di citazione a giudizio, altrimenti il giudice non può considerarle ai fini dell’applicazione della pena. Nella determinazione della pena, il giudice deve poi valutare i criteri di cui all’art. 133 cp e specificamente il luogo, il tempo e le circostanze della condotta nonché l’intensità del dolo. Sulla determinazione della pena da parte del giudice incide inoltre la sussistenza delle varie tipologie di recidive, secondo le regole del codice di procedura penale. La sussunzione del fatto sotto la norma Elemento soggettivo: dolo specifico. Elemento oggettivo: la condotta non è tipizzata dal legislatore e coincide in una serie di atto che si materializzano tradizionalmente nella consumazione, alienazione, ritenzione e distrazione della cosa. l’evento coincide con la verificazione del fatto dannoso nesso di causalità tra condotta ed evento. Prescrizione del reato di appropriazione indebita Il reato di appropriazione indebita si prescrive in anni 6. La prescrizione del reato inizia a decorrere dal momento consumativo dell’illecito (cioè quando si realizza l’appropriazione) e non da quando si ha conoscenza di essere stati vittima di appropriazione indebita.