Fisco
14 Dicembre 2019
Bollo auto? Si può risparmiare!

Pagamento bollo auto: Come risparmiare

pagamento bollo auto: Il bollo d’auto è la tassa automobilistica che tutti i possessori di auto devono pagare, in questo articolo scopri come risparmiare pagamento bollo auto: Il bollo d’auto è la tassa automobilistica che tutti i possessori di auto devono pagare. Ha cadenza annuale e il suo ammontare dipende dall’auto posseduta, in particolare dalla potenza del motore, misurata in chilowatt. Non è possibile non pagarla, ma è possibile trovare un compromesso che permetta di risparmiare sul bollo auto. Quali i fattori per risparmiare sul pagamento bollo auto È calcolata in base a tre fattori: le classi d’inquinamento, dalla potenza inferiore o superiore ai 185 KW e dalla regione in cui si trova l’auto. Ogni veicolo ha una classe d’inquinamento, rilevabile dal foglio di circolazione, assegnata secondo l’anno di costruzione dello stesso. Le classi sono identificate come Euro, con una numerazione che va da 1 a 6, le quali permettono di valutare le auto secondo il loro impatto nell’ambiente. Un auto in classe Euro 1 pagherà un bollo auto superiore a quello delle classi successive. Secondo questa distinzione, si può ben comprendere che il primo passo da compiere per risparmiare sul bollo auto è acquistare auto che abbiano una classe ambientale compresa tra Euro 4 ed Euro 6. No alle macchine di lusso per il pagamento bollo auto Auto con potenza maggiore di 185 kW sono considerate auto di grossa cilindrata, che hanno anche un costo maggiore rispetto ad utilitarie con cavalli inferiori. Queste auto devono pagare per legge il super bollo, il calcolo è quantificato nella misura di 20 euro ogni kW in più da aggiungere alla tassazione standard. Questo aumento si ridurrà con il passare del tempo. Gli amanti di questo tipo di auto possono risparmiare acquistandole con potenza inferiore, o in alternativa di seconda mano, con qualche anno di vita. pagamento bollo auto Impianto elettrico o ibrido La normativa prevedono sostanziali riduzioni del bollo auto per tutti quei autoveicoli che abbiano impianti a metano o elettrico e tutte le soluzioni ibride, poiché sono in grado di ridurre l’impatto inquinante nell’ambiente. Inoltre per chi vuole dare un taglio netto alla tassa di circolazione è bene ricordare che le automobili d’epoca, attive da più di 30 anni e iscritte negli elenchi predisposti sono soggetti ad una riduzione di circa 30 euro, relativamente all’anno di immatricolazione e al tipo di vettura. Calcolo pagamento bollo di seguito lo schema predisposto dall’agenzia delle entrate. se si desidera pagare si può accedere direttamente qui a bollonet – pagamento bollo auto online.  Soluzioni per non fare il pagamento bollo auto Esistono dei casi in cui si può non pagare il bollo. Infatti nel caso dei portatori di handicap o diversamente abili a cui è stato riconosciuto lo status da una commissione medica e sono anche proprietari di un’auto per legge non devono pagare il bollo. Anche chi non utilizza più l’auto, può con un breve passaggio, trasferire la proprietà dell’auto ad un concessionario, che non è tenuto a pagare il bollo. In conclusione molte sono le soluzioni che permettono di risparmiare sul bollo dell’auto. Il risparmio è garantito se si scelgano auto di ultima generazione con basso impatto inquinante, come gli Euro 4 e 5 o quelle con impianti a metano, ibride ed elettriche. E tu, pensi risparmiare sul bollo auto?    
13 Dicembre 2019
Rimborso iva trimestrale: Ecco come richiederlo

Rimborso iva trimestrale: Ecco come richiederlo

Il rimborso iva trimestrale può essere richiesto, nel trimestre in questione, percepiscono un’eccedenza fiscale (IVA) superiore a € 2.582,28. Rimborso iva trimestrale.. I rimborsi trimestrali dell’IVA possono essere richiesti da tutti i commercianti che, nel trimestre in questione, percepiscono un’eccedenza fiscale (IVA) superiore a € 2.582,28 (quota stabilita dalla legge). definizione un rimborso iva trimestrale Le aziende che richiedono il rimborso devono avere alcune speciali caratteristiche: svolgere le proprie attività per almeno due anni non richiedere il rimborso per la cessazione dell’attività non aver ricevuto accertamenti parti agli stessi importi Per ottenere il rimborso è necessario presentareModello TR all’agenzia delle entrate della Provincia in cui risiede l’attività. Il modello TR può essere utilizzato anche in caso di utilizzo in compensazione della corrispondente IVA trimestrale. Il modello TR ha recentemente ricevuto modifiche grazie al D.L. No. 50/2017 Come compilare il modello TR Le procedure per scrivere il modello diventano più semplici e meno costose, grazie all’eliminazione dei costi burocratici aggiuntivi che, da tempo, hanno pesato sui costi aziendali. Il modello TR deve essere redatto nella sua interezza da coloro che hanno i dati aziendali, anche se sono professionisti estertni. Non saranno richiesti rimborsi di importo inferiore a 30 mila euro e, di conseguenza, sarà obbligatorio presentare i rimborsi solamente se superano tale importo. Come richiedere un rimborso iva trimestrale La richiesta di rimborso deve essere presentata alle agenzie competenti, ovvero all’Agenzia delle Entrate, entro il 31 luglio, in concomitanza con l’ultimo giorno del mese successivo al trimestre considerato. La richiesta può essere inviata telematicamente. Una volta che la procedura è stata inviata, per ottenere la liquidazione dell’importo, sarà solo necessario attendere fino a quando la richiesta sarà accettate. La liquidazione deve essere eseguita, come richiesto dalla normativa, entro il 16 del mese successivo. Se l’IVA viene regolata dopo i termini stabiliti dalla legge, la società riceverà un interesse pari al 2,75% annuo.  SOLLECITO AL RIMBORSO DELL’IMPOSTA A CREDITO DEL CONTRIBUENTE modelli e moduli excel doc Visto di conformità: quando è obbligatorio? Un altro elemento chiave per il rimborso dell’IVA è il visto di conformità. Il visto non è considerato obbligatorio nei casi in cui la richiesta di rimborso e / o risarcimento rimborso iva trimestrale è correlato a una cifra inferiore o pari a 5.000 euro all’anno. D’altra parte, è obbligatorio quando l’IVA provvisoria è superiore all’importo precedente.  
13 Dicembre 2019
Trasferire i soldi all’estero legalmente: come è possibile?

Trasferire soldi all’estero: Come farlo legalmente

Trasferire soldi all’estero: Ci sono diversi modi per Trasferire i soldi all’estero, ma solo alcuni di questi sono legali al 100%. scoprili subito Ci sono diversi modi per Trasferire i soldi all’estero, ma solo alcuni di questi sono legali al 100%. Innanzitutto occorre che le somme di denaro da trasferire siano state detenute in modo lecito sul territorio dello Stato Italiano. Altrimenti è impossibile agire nei limiti della legalità sin dalla partenza. I soldi possono essere trasferiti ovunque: negli USA, in altri Stati dell’UE oppure in Paesi extracomunitari. Basta seguire le normative vigenti in merito per non rischiare multe e sanzioni. trasferire i soldi all’interno dell’Unione Europea Senz’ombra di dubbio i trasferimenti di denaro svolti entro i confini dell’Unione Europea sono molto più facili da svolgere rispetto agli trasferimenti in altri Stati. Non vi è alcuna limitazione al trasferimento o circolazione di beni entro i confini dell’Unione Europea. Se decidessi di muovere delle grandi quantità di soldi dall’Italia in Inghilterra, per esempio, potresti farlo in un’unica rata e senza frazionare l’importo, come è previsto per gli altri Stati. Quali sono i metodi per trasferire soldi all’estero Dovresti anche sapere che esistono ben 3 modi per trasferire il denaro all’estero. In primis è possibile spostare il denaro fisicamente. In secondo luogo potresti prendere in considerazione l’idea di avvalerti di società intermediarie o di privati che ti potrebbero aiutare a trasferire i soldi . Vi è, infine, la possibilità di trasferire i soldi in modo telematico. Tutti i metodi hanno dei propri punti forti e degli svantaggi da considerare. Ecco come trasferire soldi all’estero in contanti Trasportando con sé una grande quantità di denaro (superiore a 9,999 euro) contante occorre segnalare il trasferimento nella Dichiarazione all’Agenzia delle Dogane. La Dichiarazione di questo tipo può svolta in maniera telematica entro e non oltre le 48 ore dalla data di attraversamento della frontiera. Nella Dichiarazione vanno incluse alcune informazioni, come la provenienza dei soldi, il loro utilizzo, le proprie generalità e così via. Altresì è possibile che ulteriori dichiarazioni vengano richiesta alla frontiera, dalle autorità del Paese nel quale si vogliono trasferire i fondi. RICHIESTA DI NON APPLICAZIONE DELLE RITENUTE ITALIANE SUI DIVIDENDI CORRISPOSTI A SOCIO SVIZZERO modelli e moduli excel doc RINUNCIA AL CREDITO VERSO LA CONTROLLATA ITALIANA DA PARTE DEL SOCIO ESTERO modelli e moduli excel doc Modalità telematica o utilizzando gli intermediari Senz’altro è possibile trasferire i soldi anche da una banca italiana a una all’estero. In questo caso non si ha la necessità di comunicare alcunché alle autorità competenti. Il trasferimento è immediatamente tracciabile, il che potrebbe essere un problema nel caso si avessero dei guai con il Fisco. Infine, il trasferimento con un intermediario specializzato come Money Transfer è un altro dei metodi più sicuri. Si concede semplicemente del denaro all’intermediario che lo prende in consegna e lo restituisce alla persona in un altro Stato. Il problema consiste nel pagamento di piccole percentuali sulla somma trasferita. Ovviamente esistono anche altri modi per trasferire il denaro, ma perché rischiare?
10 Dicembre 2019
Come Pagare meno tasse Universitarie: Cogli le opportunità che ti vengono offerte.

Tasse universitarie: Come pagarne meno

Tasse universitarie: Esoneri, agevolazioni e diminuzioni sono tutti sgravi fiscali che stimolano l’idea dell’utilità del risparmio. Tasse Universitarie: Tra borse di studio e agevolazioni fiscali, orientarsi prestando attenzione, permette di risparmiare sulle tasse universitarie dal primo all’ultimo anno di corso. Esoneri, agevolazioni e diminuzioni sono tutti sgravi fiscali che stimolano l’idea dell’utilità del risparmio. Annualmente il Ministero dell’Istruzione aggiorna le percentuali delle spese detraibili o deducibili dalla dichiarazione dei redditi. Le tasse universitarie sono spese detraibili, ovviamente bisogna conservare le ricevute di pagamento che vanno allegate al modello di dichiarazione dei redditi che i lavoratori presentano al fisco (tramite Caf), ogni anno da maggio a giugno. Borse di studio, regionali e universitarie per tasse universitarie Gli atenei possono prevedere l’istituzione di sovvenzioni da assegnare durante gli studi oppure successivamente al diploma di specializzazione o del dottorato di ricerca. La Costituzione della Repubblica Italiana, tutela il diritto allo studio (articolo 3) ed è garante dell’esistenza delle borse di studio quale aiuto finanziario per studenti meritevoli e privi di mezzi, contributi per le borse di studio universitarie vengono offerti da numerosi enti e istituti. Le detrazioni fiscali delle tasse universitarie Attualmente, sono detraibili al 19% le rette per triennale, master, specialistica e costo del test di ingresso. Le spese per l’affitto sono detraibili se la distanza dall’università supera i 100 km dalla residenza. Le agevolazioni sulle tasse di iscrizione In caso di reddito (su modello Isee) inferiore ai 13.000 euro, l’iscrizione all’università è gratuita (sono esclusi il bollo e l’imposta regionale), la stessa agevolazione vale per gli anni successivi, per gli studenti in corso. Chi ha un reddito famigliare al di sotto dei 30.000 euro usufruisce di uno sconto del 7% sulla quota Isee eccedente i 13.000 euro, percentuale che può variare per gli studenti fuori corso da più di un anno. Altre agevolazioni sulle tasse sono previste per i membri di una stessa famiglia se iscritti nel medesimo ateneo, per gli studenti lavoratori, per gli studenti portatori di handicap. Borse di studio e tasse universitarie Il modello Isee è necessario anche in occasione di richiesta di borse di studio. Le borse di studio, regionali o universitarie, sono attribuite per concorso (con relative graduatorie), agli studenti iscritti ai corsi e in possesso dei requisiti riguardanti la condizione economica e il merito, per gli immatricolati del primo anno, riguardano la sola condizione economica. Sono varie le alternative, in genere le borse di studio sono rivolte a una precisa tipologia di studenti, specificata nei singoli bandi. L’Unione europea, ogni anno, mette a disposizione borse di studio per i cittadini dei paesi membri. I dottorati senza borsa di studio sono esentati dalle Tasse Universitarie, una delle agevolazioni introdotte dalla legge di bilancio 2017. Se sei uno studente e hai realizzato l’importanza degli sgravi fiscali, in una società dove le spese sono divenute sempre più ingenti, ricordati di rimanere sempre informato sulle novità che riguardano le agevolazioni. Perché pagare più Tasse Universitarie del dovuto?
3 Dicembre 2019
Come scaricare l’auto aziendale intestandola alla ditta

Auto aziendale: Come scaricarla intestandola alla ditta

Auto aziendale: Scaricare l’auto aziendale è una questione molto interessate, come la deducibilità dei costi relativi all’auto aziendale e i costi per l’azienda Del resto le automobili aziendali rappresentano ancor oggi una realtà importantissima per molte attività operanti sul territorio italiano. L’utilizzo e l’acquisto di queste macchine sono fattori regolamentati da un’ampia normativa fiscale e legislativa. Normativa che cambia e che evolve nel tempo, ma che al giorno d’oggi permette di risparmiare circa il 20% del totale intestando la macchina alla ditta. La deducibilità al 100% dell’Auto aziendale La deducibilità di tutte le spese è consentita in alcuni particolari casi. Innanzitutto la deducibilità al 100% è prevista per le auto finalizzate all’utilizzo esclusivamente strumentale. Basti pensare alle automobili usate dalle società che si occupano di noleggio auto o dalle scuole guida. La normativa prevede questa possibilità anche per i taxi, furgoni, autocarri, nonché per tutte le automobili utilizzate per il lavoro. Per quanto concerne l’ammorazione delle spese d’acquisto, la percentuale si riduce all’80% con la massimale di 25.000 euro. Deducibilità parziale dell’auto aziendale La deducibilità parziale sui costi di gestione o dell’acquisto delle auto aziendali è possibile quando le macchine non vengono utilizzate unicamente per l’utilizzo dell’azienda, ma anche per i bisogni personali del titolare o dell’impiegato dell’attività. Le automobili concesse unicamente per bisogni aziendali sono deducibili del 20% per gli impiegati comuni e del 80% per gli agenti di commercio e rappresentanti commerciali. D’altro canto, le auto guidate dal persona aziendali per scopi di affari per più di metà anno le spese possono essere dedotte anche del 70%. LETTERA DI ASSEGNAZIONE DI AUTO AZIENDALE modelli e moduli excel doc Auto aziendale in leasing? I canoni delle automobili pensate per il trasporto di persone, ma non delle merci, comprate in leasing sono deducibili del 20% rispetto alla rata per un massimale di 18.000 euro. D’altro canto, per gli autoveicoli che sono finalizzati al trasporto unicamente delle merci è possibile abbassare il canone di oltre il 100%. Per usufruire di queste possibilità il contratto di leasing deve avere una durata minima di almeno 48 mesi, a meno che non si parli di auto fornite in uso gratuito ai dipendenti. Le automobili a noleggio aziendali Nel caso del noleggio i limiti massimali entro i quali è possibile dedurre le spese sono molto differenti, anche se l’aliquota è comunque del 20%. Per le automobili il limite è di 3.650 euro. Per gli altri mezzi questo limite è differenti: per gli autocaravan si tratta di 1.446 euro, per i motocicli è di 209 euro, mentre per i ciclomotori 165 euro. Al fine di ridurre il costo delle imposte soggette alle SRL, sarà possibile usufruire di una semplice procedura che consentirà la deduzione totale del mezzo di trasporto utilizzato dalla società. Quando è possibile detrarre i costi dell’auto in un SRL Per beneficiare di questo vantaggio, il principio di inerzia richiesto dalla legge deve essere sfruttato. Fondamentalmente, questo afferma che se l’auto è indispensabile per il funzionamento della società e viene utilizzata solo per scopi commerciali, tutti i costi relativi al veicolo possono essere detratti dalle imposte. Quali sono i casi di detrazione auto aziendale Le aziende che possono trarre vantaggio da questo principio appartengono a settori diversi, ma in ogni caso la società ha come obiettivo ultimo di dimostrare che il mezzo di trasporto non sarà utilizzato a fini personali dall’acquirente e dai suoi dipendenti. Ad esempio, le aziende che operano nel settore immobiliare possono detrarre completamente il costo di acquisto di diversi veicoli perché senza di loro la società non potrebbe offrire i propri servizi e di conseguenza non potrebbe esistere. Lo stesso motivo lo si trova per le aziende coinvolte nel trasporto di merci, come corrieri espressi o imprese di costruzione che utilizzano veicoli pesanti per trasportare il materiale da lavoro. Anche le autoscuole e le società di noleggio auto possono detrarre completamente il costo del mezzo di trasporto. Quali possono essere detratti interamente Una SRL che decida di approfittare di questa particolare opportunità può includere, nella relativa dichiarazione, tutte le varie spese relative al mezzo di trasporto. Ciò significa che l’azienda può detrarre il costo totale del veicolo, tipo il costo totale o il pagamento rateale, nonché altri costi di riparazione periodici, come la revisione, la manutenzione e vari controlli. I costi amministrativi, come l’assicurazione, sono inclusi nella categoria di articoli che un’azienda può detrarre completamente. Per quanto riguarda i costi di pneumatici e carburante, si parla di spese deducibili solo se queste sono state fatte quando si esegue un particolare compito Tutte le spese devono essere documentate sarà compito della società dichiarare la veridicità delle informazioni inviate all’Agenzia delle Entrate e ad altre organizzazioni pertinenti. In conclusione si può dire che la possibilità di dedurre il 20% dal costo dell’acquisto o di gestione è una perfetta opzione per risparmiare. Perché farne a meno?
3 Dicembre 2019
La posta elettronica certificata: obbligo o utilità?

Posta elettronica certificata: obbligo o utilità

La PEC, Posta Elettronica Certificata, è obbligatoria per tutti coloro che hanno necessità di un mezzo di comunicazione certificato La PEC, Posta Elettronica Certificata, è obbligatoria per tutti coloro che hanno necessità di un mezzo di comunicazione certificato e garantito per l’invio di documenti e messaggi di posta. Nella sostanza ha le caratteristiche di una normale posta elettronica, ma in realtà ha un valore maggiore. Infatti, i certificati che l’accompagnano hanno il compito di garantire sia l’effettivo titolare, che la data di invio e consegna al destinatario. È parificata alla raccomandata con ricevuta di ritorno. Grazie a protocolli di sicurezza viene garantita l’integrità del messaggio e l’assenza di eventuali manomissioni durante il passaggio dal mittente al destinatario. I soggetti obbligati alla posta elettronica certificata Il legislatore ha stabilito chi deve aprire una PEC e utilizzarla nella propria attività professionale. L’obbligatorietà è entrata in vigore già dal 2009 a carico di professionisti e società già costituiti. Le nuove imprese devono aderire all’obbligo prima di fare richiesta di iscrizione al Registro Imprese tenuto dalla Camera di Commercio. Tutte le comunicazioni dall’istituto al soggetto titolare avverranno tramite l’indirizzo di posta certificata, in questo modo si avrà la garanzia del mittente e del destinatario e soprattutto la certezza della marca temporale che certifica il giorno e l’ora di invio del documento e di conseguenza della sua accettazione. Per le ditte individuali La PEC è obbligatoria anche per le ditte individuali, utilizzata per le comunicazioni istituzionali inviate sia dalla Camera di Commercio, che dall’Agenzia delle Entrate per il pagamento dei tributi che dall’INPS per i messaggi inerenti la posizione contributiva del titolare e degli eventuali dipendenti. Questo tipo di indirizzo di posta elettronica ha un’ulteriore utilità per il titolare dell’impresa individuale. Infatti se utilizzata per la comunicazione con i clienti e i fornitori, può essere utilizzata quale prova in sede di eventuali contenziosi, che possono nascere durante i rapporti commerciali. La posta elettronica certificata con i suoi certificati di ricezione, consegna e le marche temporali può essere considerata una prova di avvenuta accettazione di un preventivo o di una condizione contrattuale. Per privati La legge non prevede l’obbligotarietà per i privati, ma in alcuni casi è consigliato anche a singoli possedere un indirizzo di posta elettronica certificata. Infatti a volte è necessario inviare ricevute di pagamento ad enti pubblici come segreterie comunali o uffici dei vigili urbani. Generalmente la consegna dei documenti in questi casi può essere anche fatto con raccomandata con ricevuta di ritorno o consegna a mano, ma avere a disposizione un indirizzo di posta elettronica si traduce non solo in un notevole risparmio di tempo ma in un maggior rispetto dell’ambiente, poiché documenti, certificati e ricevute sono tutti in formato digitale. La posta elettronica certificata è obbligatoria per i possessori di Partita IVA perché ha un valore legale, riconosciuto e garantito da istituti certificati. Costituisce una prova della titolarità del messaggio inviato. Pensi che la posta elettronica possa esserti utile? Ricerca PEC Imprese INIPEC Imprese Motore di ricerca degli indirizzi PEC delle imprese su INIPEC (Indice Nazionale Indirizzi PEC). InfoImprese Motore di ricerca PEC su InfoImprese (un’iniziativa delle Camere di Commercio, realizzato da InfoCamere).   Ricerca PEC Professionisti INIPEC Professionisti Motore di ricerca degli indirizzi PEC dei professionisti su INIPEC (Indice Nazionale Indirizzi PEC).   Ricerca PEC Pubblica Amministrazione Uffici Giudiziari Ricerca PEC Uffici Giudiziari (solo per il deposito telematico nell’ambito del PCT). Indice Pubbliche Amministrazioni Ricerca PEC su IPA (Indice Pubbliche Amministrazioni), a cura dell’Agenzia per l’Italia digitale. NOTA: Non utilizzabile ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa e stragiudiziale.   PEC Registri Generali REGINDE Ricerca indirizzi PEC su REGINDE (Registro Generale degli Indirizzi Elettronici). Richiede accesso con smart-card.
2 Dicembre 2019
Ti spiego l’Ammortamento dei beni materiali

Ammortamento beni materiali

L’ammortamento è un principio fondamentale della contabilità, normato da Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), Ammortamento beni materiali I beni materiali vengono utilizzati nel corso del ciclo produttivo. Parliamo di beni essenziali, in particolare per le aziende che operano nel settore primario e secondario, come macchinari industriali, macchinari d’ufficio, impianti, terreni e fabbricati, autovetture, oggetti di arredamento, hardware. Possono essere legati tanto alle attività tecnico-produttive (impianti, macchinari) quanto all’attività di vendita e alle attività amministrative. Definizione di ammortamento L’ammortamento è un principio fondamentale della contabilità, normato da Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR). L’articolo 102 recita infatti che le quote di ammortamento del costo dei beni strumentali per l’esercizio dell’impresa “sono deducibili a partire dall’esercizio di entrata in funzione del bene“. Dunque si tratta di un “artificio” grazie al quale il costo sostenuto per l’acquisto viene spalmato negli anni in cui il bene sarà presumibilmente impiegato. L’ammortamento dei beni strumentali ci riporta al concetto di immobilizzazione, ovvero un investimento destinato ad un utilizzo durevole, che rientra a pieno titolo nel ciclo di reintegro finanziario degli investimenti. Le immobilizzazioni materiali infatti contribuiscono al profitto aziendale per lunghi periodi di tempo, costituendo il capitale fisso dell’impresa, e al contempo gravano su più esercizi contabili. Coefficienti di ammortamento Ogni bene strumentale, a seconda della propria natura, funzionalità, durevolezza, avrà tempi e modalità di ammortamento diverso. Il legislatore è intervenuto in materia stabilendo dei coefficienti ufficiali, che tengono conto anche del settore di business nel quale opera l’azienda. Ti forniamo una breve panoramica dei coefficienti dei principali beni: – macchine agricole 9% – autovetture, motoveicoli e simili 25% – mobili e macchine ordinarie d’ufficio 12% – Fabbricati destinati all’industria 5% – Grandi impianti e macchine operatrici automatici 17,5% – Impianti generici 10% – attrezzatura varia e minuta 25% – Macchine d’ufficio elettromeccaniche ed elettroniche compresi i computer e i sistemi telefonici elettronici 20% – Autoveicoli da trasporto (autoveicoli pesanti in genere) 20% Scarica qui la tabella completa dei coefficienti di ammortamento in pdf Esempio per un bene strumentale Stabilire un corretto piano di ammortamento, conforme ai principi nazionali ed internazionali, è molto semplice e dovrai innanzitutto determinare in modo oggettivo la vita residua del bene. A livello di scritture contabili valuterai costo e coefficiente (che abbiamo trattato nel paragrafo precedente). Ecco un utile esempio pratico. La tua impresa ha acquistato al costo storico di 20.000 euro una autovettura, il cui coefficiente è 25%. – Vai semplicemente a moltiplicare costo per coefficiente 20.000 x 25% = 5.000 – Dunque in ogni esercizio avrai un costo (5.000 €) che contribuirà ad abbattere il reddito. – Questo costo sarà presente ovviamente per 4 esercizi contabili (20.000 / 5.000 = 4); se hai acquistato l’autovettura nel 2017, lo rileverai negli esercizi 2017, 2018, 2019 e 2020. DICHIARAZIONE DI DISTRUZIONE DI BENI modelli e moduli excel doc Conclusione I vantaggi dell’ammortamento sono evidenti: senza di esso la una azienda si troverebbe ad appesantire enormemente un singolo bilancio per un bene che invece avrà durata ed utilità pluriennale. Effettuarlo in modo appropriato come hai visto è tanto facile quanto importante dal punto di vista normativo. Inoltre, perché non usufruire di uno dei tanti incentivi messi a disposizione dal governo, come il super-ammortamento e l’iper-ammortamento?
30 Novembre 2019
Come funzionano i premi di produzione

Premio produzione – Come funziona e tassazione

Premio produzione: sono premi erogati ai lavoratori più efficienti, sotto forma di compensi in denaro oppure in voucher, ecco cosa sono e come funzionano I premio produzione sono premi erogati ai lavoratori più efficienti, sotto forma di compensi in denaro oppure  in voucher per servizi di welfare, quali baby sitter,  retta dell’asilo,  badante ecc., al raggiungimento di un obiettivo di produttività aziendale, oltre alla ordinaria retribuzione di base che spetta al lavoratore in busta paga. I premi di produzione sono una sorta di contributi premiali e sono definiti anche bonus o premi di risultato, mirano a ridurre il costo del lavoro. Pertanto, sono, fortemente premianti, non solo per la forza lavoro attiva, ossia i dipendenti, ma anche per le stesse Aziende produttrici di lavoro, le quali impiegano i lavoratori nell’organizzazione stessa del lavoro, corrispondendo loro particolari bonus con effetti incentivanti al conseguimento di obiettivi di produttività, di fruttuosità, di proficuità, di redditività, di qualità, di efficienza e di innovazione. Le Azienda, dal canto loro, godono di vantaggi legati alla decontribuzione, infatti vedono ridurre di 20 punti percentuali i contributi IVS che sono obbligate a versare, in qualità di sostituti d’imposta, per conto dei loro dipendenti. Detassazione del premio produzione La Legge Finanziaria 2017 ha aumentato, dal periodo d’imposta del 2017, l’importo del premio produzione soggetto all’imposta sostitutiva, che ora è fissato in € 3.000, anziché € 2.000 come stabilito sopra, così come € 4.000 , per sostituire 2.500 euro, nel caso di un premio produzione concesso dalle società che adottano la partecipazione congiunta dei lavoratori nell’organizzazione del lavoro. Come puoi vedere sul sito web dell’agenzia delle entrate.: www.agenziaentrate.gov Il coinvolgimento paritetico dei lavoratori, come stabilisce  la circolare n. 5/E dell’Agenzia delle Entrate, del 29 marzo 2018, deve essere formalizzato attraverso un piano di innovazione e realizzato con schemi organizzativi che consentano ai dipendenti di essere coinvolti nei processi di miglioramento e innovazione delle prestazioni dell’azienda, con incrementi di efficienza e produttività e miglioramento della qualità della vita e del lavoro. Soggetti ammessi alla detassazione del premio produzione tutti i dipendenti di aziende private sono ammessi ad usufruire della detassazione dei premi di produzione, i dipendenti di amministrazioni pubbliche con contratti di somministrazione di lavoro in quanto dipendenti delle agenzie di lavoro, i dipendenti di lavoratori autonomi, titolari di ditte o di studi privati, si pensi ai professionisti. Soggetti esclusi dalla detassazione premio produzione i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, anche se sono assunti con contratti di natura privatistica; chi percepisce redditi assimilati a quelli di lavoro, derivanti da  collaborazioni a progetto, coordinate e continuative; i dipendenti che lavorano all’estero per più di 183 giorni all’anno. Tassazione premio produzione I compensi ricevuti indipendentemente dalla forma sono tassati: con un’aliquota del 10% sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali comunale e regionale all’Irpef per le somme fino a 4.000 euro lordi all’anno sulle retribuzioni che derivano da premi di risultato per incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione o per la partecipazione agli utili d’impresa. il limite di 4.000 euro si applica solo se i contratti collettivi aziendali o territoriali sono stati stipulati fino al 24 aprile 2017, per i contratti stipulati successivamenteal 24 aprile 2017, il limite è fissato a 3.000 euro anche in caso di imprese che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro come previsto dall’art. 55, D.L. n. 50/2017, ai premi vengono comunque applicati i contributi previdenziali ordinari che si applicano al resto dei redditi da lavoro subordinato. Inoltre non  possono essere detassati i premi di produttività che vengono erogati in base a contratti collettivi nazionali o contratti individuali, i lavoratori dipendenti ne possono usufruire fino a 80.000 mila euro all’anno, l’importo del premio può essere riconvertito in voucher per servizi di welfare aziendale Categorie di beni welfare aziendale rientranti nel premio produzione Tra i servizi acquistabili tramite voucher erogati sotto forma di welfare aziendale abbiamo le seguenti categorie: Asili nido, Borse di studio, Mensa, Baby sitter, Corsi di lingua, informativa, musica, teatro e danza; Frequenza a ludoteche, a centri estivio invernali, Tasse universitarie, Libri di testo, trasporto scolastico, gite didattiche Incentivi economici per studenti che conseguano livelli di eccellenza in ambito scolastico; Servizi di assistenza a familiari anziani o non autosufficienti Con il contratto di secondo livello il dipendente infatti può convertire il proprio premio produzione, che non verrà più percepito sotto forma di retribuzione in busta paga, nei servizi summenzionati. Esonero dalla tassazione premio produzione E’ stato introdotto un regime particolarmente favorevole per incentivare il versamento dei propri contributi alla previdenza complementare, infatti il premio produzione non viene tassato, ma non contribuisce neppure al raggiungimento della soglia massima di deduzione dal reddito. I versamenti alla previdenza complementare si possono dedurre dal reddito entro un massimo di 5.164,57 euro annui, in caso di versamento del premio produzione, il limite diventa di 8.164,57. Allo stesso modo possiamo dire che per gli enti o le casse aventi esclusivamente fine assistenziale, il premio produzione è esente da tassazione, infatti il limite massimo di deduzione previsto dal reddito è di 3.615,20 euro, ma che in caso di versamento del premio produzione diviene di 6.615,20. Come funzionano i premi produzione Le imprese per poter usufruire della agevolazione della detassazione dei premi di produzione devono depositare telematicamente i contratti di secondo livello recanti i riferimenti del datore di lavoro, il numero dei lavoratori interessati dai premi di produttività, i parametri stabiliti e il contratto aziendale applicato. Il Ministero del Lavoro al fine di agevolare il deposito telematico dei contratti ha predisposto nell’apposito sito www.cliclavoro.gov.it una sezione dedicata al deposito telematico dei contratti di azienda, dopo che l’azienda si è registrata al sito ed ha acquisito le proprie personali credenziali. La funzionalità del deposito sono legate alle seguenti tipologie di agevolazioni: La detassazione per i premi di risultato, la partecipazione agli utili di impresa e il welfare aziendale (Decreto Interministeriale 25 marzo 2016) La decontribuzione per le misure di conciliazione dei tempi di vita e lavoro (Decreto Interministeriale 12 settembre 2017) Cause di esclusione detassazione premio produzione Qualora il lavoratore subordinato decida di sostituire totalmente o parzialmente il premio produzione per ottenere alcuni benefit dall’azienda, automaticamente decade dall’agevolazione inerente alla detassazione dei premi di produzione. Sono, infatti, causa di esclusione dal beneficio della detassazione dei premi di produzione: l’ uso dell’auto aziendale da parte del dipendente, i prestiti concessi dal datore di lavoro, l‘ alloggio dato al dipendente, i viaggi gratuiti per i dipendenti del settore ferroviario; Il valore di tali benefit, determinato ai sensi dell’art. 51, comma 4, TUIR, è assoggettato a imposizione ordinaria, non è possibile assoggettarli a tassazione sostitutiva. In assenza di rappresentanza sindacale cosa succede al premio produzione La circolare n. 5 / E, del 29 marzo 2018, stabilisce che una società in assenza di rappresentanza sindacale interna può ancora applicare il contratto collettivo di lavoro di settore e applicare l’imposta sostitutiva sulle obbligazioni di performance concesse in esecuzione di questo contratto territoriale. Nel caso in cui non sia stato stipulato un contratto per il settore territoriale, la società può adottare il contratto territoriale che ritiene più appropriato per la propria realtà, comunicandolo ai lavoratori, che sarà adottato non solo in relazione all’esenzione fiscale, ma anche Regola altri aspetti del rapporto di lavoro. Per ulteriori approfondimenti vi invito a leggere la seguente circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 5/E del 29 marzo 2018 avente ad oggetto i premi di produzione e il welfare aziendale  Circolare_Agenzia_Entrate_29_marzo_2018_5 Sul seguente sito, invece, www.ipsoa.it troverete esempi su come compilare il rigo C4 del modello 730/2018 in cui vanno inseriti i redditi da lavoro dipendente e assimilati al fine di determinare la corretta determinazione del bonus IRPEF al rigo C14. Inoltre occorre prestare attenzione e tenere in considerazione i dati riportati nella CU certificazione Unica al punto 571 e uno dei punti da 572 a 579. Il sostituto d’imposta, ossia il datore di lavoro, applica l’imposta sostitutiva direttamente ai punti 572 e/o 582 recanti la seguente dicitura“Premi di risultato assoggettati ad imposta sostitutiva” della Certificazione Unica 2018 e i punti 576 e/o 586 “Imposta sostitutiva” o 577 e/o 587 “Imposta sostitutiva sospesa”. Il lavoratore può sempre presentare una rinuncia in forma scritta e in questo caso il datore di lavoro non opererà direttamente l’imposta sostitutiva oppure il datore di lavoro ha verificato che la tassazione ordinaria è più favorevole per il lavoratore, in questo caso devono essere compilati i punti 578 e/o 588. Se hai ancora dei dubbi sulle modalità di funzionamento dei premi di produzione ti invitiamo a scriverci nei commenti oppure a contattarci direttamente.
29 Novembre 2019
Risparmiare con l’agevolazione fiscale edilizia

Agevolazioni fiscali ristrutturazioni edilizie

L’agevolazione edilizia fiscale del 50% sulle ristrutturazioni edilizie ti consentono di rendere meno onerosi i lavori per migliorare la tua casa. Si tratta di un aiuto in vigore dal 2012 e che anche quest’anno è stata fatta oggetto di una proroga che ti permetterà di usufruire di tali vantaggi. Oltre a farti risparmiare un bel po’ di soldi, la norma vuole ridurre l’inquinamento, portando significativi miglioramenti anche alla salute di tutti, compresa la tua. Quali lavori per le agevolazioni fiscali ristrutturazioni edilizie Puoi detrarre qualsiasi spesa di ristrutturazione che rientri tra i lavori di ordinaria o straordinaria manutenzione relativi alla tua abitazione e alla parti comuni del condominio. Insomma dal rifacimento del bagno alla modifica delle stanze, passando per la sistemazione del tetto, tutto ti dà diritto a ottenere l’agevolazione fiscale del 50%. Una tra le novità più apprezzate degli ultimi anni riguarda il box auto per il quale hai diritto alla detrazione non solo se lo ristrutturi, ma anche se ne costruisci uno da zero, a patto che sia il tuo box di pertinenza alla casa in cui abiti. Termini e limiti agevolazioni fiscali ristrutturazioni edilizie La spesa massima dalla quale puoi calcolare la detrazione del 50% per la ristrutturazione edilizia è pari a € 96.000,00. Potrai recuperare l’importo in 10 rate annuali tramite la compilazione del modello 730. Hai diritto all’agevolazione fiscale se effettui i lavori sulla tua abitazione principale, cioè quella di tua proprietà in cui dimori abitualmente. Puoi usufruire dello steso diritto se sei socio di una cooperativa o detentore del diritto di usufrutto. Rientrano tra i beneficiari anche chi non è parente e convivente del proprietario. Quindi, per esempio, ha diritto alla detrazione anche il marito o il compagno, nel caso delle unioni civili, di un soggetto proprietario al 100% dell’immobile. Spese detraibili per le agevolazioni fiscali ristrutturazioni edilizie Rientrano nell’agevolazione fiscale le spese relative al rafforzamento della sicurezza della tua abitazione. Tra le opere detraibili c’è l’installazione di cancelli o grate, i sistemi di videosorveglianza e addirittura le casseforti a muro. Per le zone sismiche è prevista la possibilità di usufruire dello stesso trattamento nel caso in cui ti metta in cantiere opere utili al rafforzamento strutturale dell’appartamento. Nel limite di € 96.000,00 sono comprese sia le spese burocratiche come gli oneri di urbanizzazione sia quelle di progettazione dei lavori e di qualsiasi attività ad esse legate. Conclusioni Qualsiasi tipo di variazione strutturale o di modifica dell’abitazione, del box o delle parti comuni comporta il diritto alla detrazione prevista dalla normativa. Si tratta di interventi che ti permettono un concreto miglioramento della qualità della vita, soprattutto se con te vivono persone che hanno problemi di deambulazione. Insomma, con l’agevolazione fiscale del 50% sulle ristrutturazioni edilizie, puoi rivitalizzare la tua casa e migliorare la quotidianità. Per farlo al meglio non sarebbe opportuno avere al tuo fianco un esperto che sappia consigliarti?
28 Novembre 2019
Come capire la classificazione delle attività economiche

Codici ateco – Ricerca codice attività economica ateco

Codici ateco attività Economiche: Ecco di seguito una breve guida che ti spiegherà velocemente cosa sono e qual è il codice giusto che stai cercando. Il Codice ATECO è uno strumento che sfrutta una combinazione alfanumerica per classificare le vari tipologie di attività commerciali. Ogni specifico settore economico è identificato da un proprio codice il cui fine è quello di garantirne la corretta rilevazione statistica. Ecco una breve guida su tutto ciò che c’è da sapere sul codice ATECO e sul come trovare il codice ATECO giusto. Definizione di codice attività ateco Il codice ATECO è il frutto di una specifica combinazione che associa lettere e valori al fine di identificare immediatamente il tipo di attività da analizza All’apertura viene elaborato tale codice al cui interno sono contenute tutte le principali informazioni riguardanti la sezione, la divisione, il gruppo, la classe e le varie categorie e sotto-categorie. Ad esempio, nel caso di un’impresa che organizza feste di compleanno il codice ATECO sarà 96.09.05, corrispondente ad Organizzazione di cerimonie e feste. Confermato e sottoscritto dallo stesso direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, che invitiamo gentilmente ad esprimere il proprio parere in merito all’articolo, ogni numero di riferisce alle sotto-categorie e alle varie diramazioni della stessa attività. Codici ateco – a cosa serve il codice ateco La classificazione ATECO è stata adottata da numerosi istituti ed enti nazionali quali l’ISTAT, l’Agenzia dell’Entrate e la Camera di Commercio proprio per facilitare il riconoscimento e l’identificazione di ogni attività. Questa classificazione sfrutta l’associazione di un codice ATECO specifico per ogni nuova iniziativa con l’obiettivo di facilitarne la rilevazione dei dati a fini statistici. Nel caso si fosse interessati all’apertura di una nuova impresa, il codice ATECO è indispensabile per aprire una partita IVA ed iniziare regolarmente la propria attività. Ricerca codici ateco Per trovare il proprio codice ATECO è ad oggi possibile rivolgersi a dei veri e propri motori di ricerca comodamente online. Infatti, per trovare il codice ATECO giusto e coincidente con il vostro tipo di attività vi basterà ricercare ed immettere informazioni quali il vostro tipo di attività, il prodotto offerto alla clientela o più semplicemente il mestiere effettivo che vi compete. Dopo una breve elaborazione verrà associata alla vostra mansione il codice ATECO corrispondente permettendo così la sua successiva dichiarazione. Il sistema di classificazione ATECO sfrutta combinazioni, non troppo complesse e tuttavia sicure, in grado di garantire una corretta identificazione del tipo di attività e di tutelarne gli eventuali risvolti. Ma com’è possibile acquisire un codice ATECO se si è già in possesso di una partita IVA? Vuoi aprire una nuova ditta? Vuoi aggiungere un ramo d’azienda alla tua impresa? Dovrai fare i conti con la classificazione delle attività economiche, i cosiddetti Codici Ateco. Ecco di seguito una breve guida che ti spiegherà velocemente cosa sono e qual è il codice giusto che stai cercando.  Cosa sono i codici ateco La classificazione delle attività economiche è gestita dall’Istituto di Statistica attraverso una tabella di codici alfanumerici con cui si può individuare facilmente il campo a cui appartiene ogni singola impresa. La classificazione è concepita sottoforma di albero, la divisione ha carattere gerarchico e comicia con delle lettere che identificano il macrosettore di appartenenza dell’impresa per poi, di numero in numero, farsi sempre piu precisa ed arrivare al preciso lavoro svolto dall’azienda. Codici ateco – Importanza dell’attività economica La giusta classificazione della tua attività economica, oltre ad indicare i lavori che la tua azienda può o non può svolgere, è essenziale per l’individuazione degli esatti contributi previdenziali che dovrai versare ogni anno. Codici ateco partita Iva Nella tua dichiarazione di apertura o modifica della partita iva è obbligatorio includere un codice Ateco per ogni attività che andrai a svolgere. Ti sarà possibile aggiungere tutti i codici necessari ma dovrai sceglierne uno che risulterà essere la tua attività principale. I codici Ateco 2007 utilizzati adesso fanno parte della classificazione approvata dall’Istat nel 2008. La precedente (Ateco 2002) differiva nel numero di sottocategorie. L’attuale classificazione risulta essere più precisa e più corrispondente alle reali attività svolte dal soggetto dotato di partita iva. Esempio codice attività ateco Mettiamo che tu voglia aprire un negozio di cartucce per stampanti, ecco come scegliere esattamente il tuo codice Ateco: – Vai sul sito dell’Istat e scarica l’elenco dei codici Ateco; – Ricerca la lettera che più si addice al campo della tua attività, nell’esempio specifico sarà la lettera G che riguarda il commercio all’ingrosso ed al dettaglio; – Cerca adesso la sottocategoria successiva che, in questo caso, sarà quella contrassegnata con il numero 47, commercio al dettaglio – Cerca la sottocategoria successiva all’interno del commercio al dettaglio. Troverai così il numero 4 e quindi il numero 1 ed infine il codice 00, ossia commercio al dettaglio di computer, unità periferiche, software e attrezzature per l’ufficio in esercizi specializzati. Se ne deduce quindi che il tuo codice Ateco sarà 47.41.00 Consigli sui codici ateco Hai visto che la classificazione delle attività economiche è uno strumento utile sia a te, per far individuare facilmente la tua azienda, che allo Stato per individuare e trattare con più velocità ed efficacia le questioni burocratiche ad essa legate?
28 Novembre 2019
Beni di costo inferiore a 516,46 euro e super ammortamento: i chiarimenti dell’Agenzia Entrate

Beni di costo inferiore a 516,46 euro e super ammortamento

L’Agenzia delle entrate, con la delibera n. 145 / E del 24 novembre 2017, ha fornito chiarimenti sulla disciplina del super ammortamento L’Agenzia delle entrate, con la delibera n. 145 / E del 24 novembre 2017, ha fornito chiarimenti sulla disciplina del super ammortamento di nuovi beni strumentali con un costo inferiore a 516,46 euro. Dichiarazioni dell’Agenzia delle Entrate riguardo l’assegnazione del costo totale L’Agenzia ha dichiarato che se si decidesse di non assegnare il costo totale del bene durante l’esercizio, si eviterebbe anche il deprezzamento totale nello stesso anno; il sovrapprezzo del 40% dovrà essere utilizzato anno dopo anno in base ai coefficienti di deprezzamento fiscale. Al superamento della soglia di 516,46 € è possobile dedurre completamente il costo? La delibera ha inoltre stabilito che l’aumento del 40% non ha inciso sul limite di € 516,46 (previsto dall’articolo 102, comma 5 del TUIR); pertanto, se il costo supera la soglia precedente a causa dell’aumento, non è possibile dedurre completamente il costo nell’esercizio.
27 Novembre 2019
Pagare meno tasse: come farlo con le sponsorizzazioni e pubblicità?

Sponsorizzazioni e pubblicità: Come Pagare meno tasse

Sponsorizzazioni e pubblicità: Pagare meno tasse: la possibilità di pagare meno tasse deriva dalla deducibilità riguardante le sponsorizzazioni sportive. Che il pagare meno tasse sia un comune interesse è un fatto ben noto. Al più quando questa possibilità deriva da niente di meno che dalla deducibilità riguardante le sponsorizzazioni sportive. Le imprese utilizzano molto il sistema delle sponsorizzazioni sportive per alleggerire il carico fiscale sul proprio conto. E non è un caso se è possibile trovare sulle borse sportive i loghi di moltissime attività: ristoranti, negozi, locali notturni e molto altro ancora. Scopri insieme a noi il motivo. Quanto si guadagna con questo tipo di deducibilità per pagare meno tasse Senza dimenticarsi del fatto che un logo su una borsa sportiva aiuti comunque a sponsorizzare una certa attività, vi è anche l’aspetto della deducibilità legata al costo della sponsorizzazione. Grazie a queste particolari misure è possibile abbassare di gran lunga i costi dovuti alle campagne pubblicitarie o alle sponsorizzazioni. Le spese per le sponsorizzazioni sono deducibili completamente e sono equiparate alle spese pubblicitarie. Quando possono essere ridotte le spese pubblicitarie per pagare meno tasse Le spese pubblicitarie sono deducibili completamente soltanto nell’anno in cui sono state sostenute. In alternativa vi è la possibilità di ridurre il carico fiscale in quote nell’esercizio stesso e nei quattro successivi. Da non confondere con le spese di rappresentanza, diverse in quanto loro deducibilità avviene solo nel periodo di sostenimento in misura forfetaria in relazione ai volumi ricavati dall’impresa. Le stesse spese di rappresentanza, inoltre, hanno una definizione completamente diversa dalle spese pubblicitarie. Gli abusi e le sanzioni per pagare meno tasse Come si può facilmente intuire, la possibilità di pagare meno tasse grazie alle sponsorizzazioni e pubblicità ha fatto nascere moltissimi abusi dalle aziende che utilizzavano i contratti di sponsorizzazione o di pubblicità con l’unico scopo di aggirare il Fisco. Dal canto suo questo ha prodotto una risposta dagli organi di controllo finanziario, che per mezzo di sanzioni pecuniarie hanno cercato di fermare la tendenza. Per essere sicuri di non inciampare nelle sanzioni bisogni rispettare alcuni requisiti. Le caratteristiche delle sponsorizzazioni per pagare meno tasse Innanzitutto occorre che ci sia la presenza tangibile di un servizio che viene reso dall’azienda sponsorizzata. Lo sponsor, insomma, deve ricevere in cambio qualcosa per avere il ritorno commerciale giusto sull’investimento. La società sportiva, insomma, deve pubblicizzare i servizi dello sponsor dandogli un canale di vendita. Il contratto di sponsorizzazione deve includere gli obblighi della società e dev’essere chiaro in ogni sua parte. Inoltre dev’essere a prova di controllo fiscale. Una tale possibilità esiste ed è concreta. Perché farne a meno se si può risparmiare?
22 Novembre 2019
Come si trasferisce la Residenza all’estero

Residenza all’estero: il trasferimento

Residenza all’estero: Trasferire residenza: Sono tanti e diversi i motivi che spingono a cambiare il proprio Paese di residenza.? Come si trasferisce Residenza all’estero – Sono tanti e diversi i motivi che spingono a cambiare il proprio Paese di residenza e a trasferirsi all’estero. Le ragioni principali sono da ricercare nelle migliori e diversificate opportunità lavorative. La predisposizione caratteriale a essere un po’ nomade e a viaggiare di continuo, a conoscere, a sperimentare aiuta molto a superare il distacco dagli affetti familiari e dai legami affettivi. Sia essa una scelta di vita o una breve esperienza è necessario seguire alcuni piccoli accorgimenti per non incorrere in controlli da parte delle agenzie fiscali che non sempre vedono di buon occhio il distacco dal proprio Paese. Vediamo insieme i passi da seguire. Perché si trasferisce la residenza all’estero Se lavori in un altro Paese, ma sei residente in Italia, i tuoi redditi prodotti all’estero saranno comunque soggetti a tassazione IRPEF o IRES a seconda della tipologia di attività, se sei lavoratore autonomo o dipendente, e saranno soggetti a tassazione secondo le norme previste dall’art. 3 del TUIR, del Testo Unico sulle Imposte di Reddito. Inoltre come chiarisce la circolare  n. 304/E del 1997 e la risoluzione del Ministero delle finanze 14 ottobre 1988 anche se non sei presente fisicamente in Italia e la tua attività lavorativa si svolge all’estero il sussistere dei seguenti requisiti determinano il possesso della residenza fiscale in Italia: il possesso di un’abitazione di proprietà; la presenza una famiglia stabile; il riconoscimento di introiti ovunque conseguiti; possesso di titoli mobiliari; essere titolare di cariche sociali; partecipazioni a riunioni di lavoro in Italia, conclusione di affari mediante soggetti che operano nel territorio italiano. RICHIESTA DI CERTIFICATO DI RESIDENZA FISCALE SVIZZERA modelli e moduli excel doc E’ possibile trasferire la residenza all’estero Si è possibile trasferire la propria residenza all’estero osservando le seguenti procedure:  per essere considerato fiscalmente residente all’estero, un cittadino italiano per la maggior parte del periodo d’imposta non deve essere iscritto nell’anagrafe della popolazione residente e, allo stesso tempo, non deve essere domiciliato né residente nel territorio dello Stato. Tuttavia sono tassati in Italia i suoi redditi qualora siano prodotti in Italia. Tutti i cittadini italiani che risiedono fuori dal territorio nazionale per più di un anno devono richiedere al proprio Comune di residenza di essere cancellati dall’anagrafe della popolazione residente  per poi trasferirsi nell’anagrafe dei residenti all’estero (Aire). Successivamente occorre trasferire effettivamente la sede principale degli affari e interessi nonché ladimora abitualenello Stato estero, per evitare la doppia tassazione del reddito. L’iscrizione all’AIRE consente di esercitare il diritto di voto per corrispondenza in occasione id referendum abrogativi o elezioni politiche. E’ possibile iscriversi all’AIRE presso il Consolato Italiano nello Stato di residenza, oppure presentandosi al proprio comune di residenza in Italia, esibendo un documento di identità valido. La pratica può essere completata recandosi al Consolato italiano nello stato di residenza all’estero. Il Consolato invierà al Comune di residenza in Italia la conferma di iscrizione. Modalità di presentazione richiesta di trasferimento residenza all’estero La dichiarazione di trasferimento all’estero può essere inoltrata tramite:  e-mail al proprio comune di residenza; telematicamente se la dichiarazione è firmata digitalmente e inviata tramite pec; la copia della dichiarazione con la firma autografa e il documento di identità deve essere acquisita a mezzo scanner  e trasmessa tramite posta elettronica ordinaria; tramite fax; posta raccomandata all’ufficio AIRE del comune di residenza settore servizi al cittadino; personalmente presso il proprio comune di residenza. Residenza all’estero e svantaggi legati alla doppia tassazione  In base all’all’art.4 l’accordo convenzionale OCSE  individua alcuni indicatori secondo i quali il soggetto è considerato fiscalmente residente  in uno Stato piuttosto che in un altro. Qualora esista una Convenzione contro le doppie imposizioni tra i due Paesi per evitare che una persona fisica sia considerata residente in entrambi gli Stati è necessario che la persona sia residente nello Stato nel quale ha un’abitazione permanente. Qualora non disponga di un abitazione stabile, è considerata residente nello Stato in cui ha il suo centro degli interessi vitali. Se la persona non ha né l’abitazione, né il centro di interessi vitali, allora sarà considerata residente nello Stato in cui soggiorna abitualmente. Se dovesse soggiornare abitualmente in entrambi gli Stati oppure non soggiornare in alcuno di essi, sarà considerata residente nello Stato in cui ha la nazionalità. Se ha la nazionalità in entrambi gli Stati o non ha la nazionalità in alcuno di essi, saranno le autorità competenti degli Stati a risolvere la questione tramite un istituto chiamato procedura amichevole ex art. 5 del Modello OCSE. Diversamente qualora non esista una Convenzione contro le doppie imposizioni tra i due Paesi il problema della doppia residenza si potrebbe risolvere facendo ricerche sul luogo in cui la persona ha i legami familiari, sul luogo in cui i figli vanno a scuola, sul luogo in cui si esercita un’attività professionale, ecc. e tutti gli altri elementi che fanno riscontrare la presenza fisica della persona in quel determinato territorio. Consiglio di seguire la procedura indicata sul sito del comune di Milano, all’interno del sito sono presenti modelli e fac simile di domanda di trasferimento residenza all’estero, nonché le modalità di presentazione e le avvertenze da osservare durante la procedura. Link utili per portare la residenza all’estero: www.comune.milano.it http://mediagallery.comune.milano.it Inoltre se hai trasferito la residenza all’estero ed hai lasciato a vivere in Italia il coniuge oppure i figli,  se il nucleo familiare permane in Italia sarà difficile dimostrare al fisco che la tua residenza non è fittizia, perché la famiglia è considerata come il nucleo intorno al quale si muovono i tuoi interessi affari, legami, vita sociale. Se hai trasferito all’estero la tua residenza non devi avere in Italia una casa con le utenze attive. Non appena chiedi l’iscrizione all’AIRE l’amministrazione finanziaria di comune accordo con i vigili urbani fanno i controlli all’ultimo indirizzo di residenza in Italia. Allo stesso modo devi chiudere la partita iva in Italia e, devi rinunciare alla carica di socio o di amministratore di società. Per completezza di quanto detto sopra, segnalo un nostro articolo in cui abbiamo affrontato la tematica inerente al denaro contante  portato all’estero, la normativa antiriciclaggio, deroga al limite dell’uso dei 3000 euro in contanti, e tante altre argomentazioni, e il sito dell’agenzia delle dogane in cui è disponibile il modulo da compilare  se si vuole portare con sé oltre 10.000, 00 euro in contanti www.agenziadoganemonopoli.gov.it ti suggerisco di leggere anche il nosro vecchio articolo qui –> Denaro contante: Come portarlo all’estero Se vuoi avere più informazioni, oltre i casi summenzionati, inserisci la tua domanda nei commenti oppure contattaci direttamente, valuteremo il tuo caso specifico.   
20 Novembre 2019
Come fare il ravvedimento operoso

Ravvedimento operoso – Calcolo imposta agenzia entrate

Il ravvedimento operoso è stato introdotto dall’ art. 13 del D.Lgs n. 472 è un mezzo che offre la possibilità al contribuente di sanare eventuali errori Il ravvedimento operoso è stato introdotto dall’ art. 13 del D.Lgs n. 472 del 1997, è un mezzo che offre la possibilità al contribuente  di sanare eventuali errori, omissioni, dimenticanze e ritardi in merito al pagamento dei tributi, delle tasse e al versamento dell’IVA. Definizione di ravvedimento operoso Con questo istituto  i contribuenti possono autonomamente regolarizzare gli  omessi o gli insufficienti versamenti e altre irregolarità fiscali, beneficiando della riduzione delle sanzioni, prima che l’Amministrazione Finanziaria riscontri l’irregolarità e la notifichi con un avviso bonario. Peraltro  il ravvedimento operoso consente al contribuente di pagare una sanzione inferiore rispetto a quella che spetterebbe nel caso in cui fosse l’Agenzia delle Entrate ad irrogarla. . Regolarizzare l’f24 con il ravvedimento operoso Il contribuente può regolarizzare gli errori, le omissioni e i versamenti in maniera del tutto spontanea mediante  il pagamento: dell’imposta dovuta degli interessi, calcolati al tasso legale annuo dal giorno in cui il versamento avrebbe dovuto essere effettuato a quello in cui viene effettivamente eseguito della sanzione in misura ridotta. Tipologie di ravvedimento operoso Esistono diverse categorie di ravvedimento operoso, al quale può ricorrere il contribuente, che dipendono dalla scadenza, entro cui, il contribuente stesso, provvede ad eseguire i pagamenti dovuti. Ravvedimento Breve  consente entro 30 giorni dalla scadenza, di sanare l’irregolarità pagando una sanzione pari  all’ 1,5% Ravvedimento sprintpermette entro 14 giorni dopo la scadenza di applicare lo 0,1% per ogni giorno di ritardo fino al 14° giorno per cui la sanzione massima applicabile è pari all’1,4% Ravvedimento Intermedio opera entro 90 giorni, con una sanzione pari all’ 1,67% Ravvedimento Lungo da la possibilità entro 1 anno dalla scadenza di ricorrere ad esso pagando una sanzione pari al 3,75% Ravvedimento ultrannualeentro 2 anni, prevede l’applicazione di una sanzione pari al 4,2% solo per i tributi dell’agenzia delle entrate, dunque, non si applica ai tributi comunali quali  IMU, TASI e TARI oppure al bollo auto. Ravvedimento Lunghissimo otre 2 anni, calcola una sanzione al 5% solo per i tributi dell’agenzia delle entrate quali IRPEF, IVA, IRAP, imposta di registro, imposta ipotecaria, imposta catastale, imposto di bollo e successione. Esclusioni dal ravvedimento operoso Non è possibile ricorrere all’istituto del ravvedimento quando vengono notificati atti di liquidazione e di accertamento nonché le comunicazioni da parte dell’amministrazione finanziaria del controllo automatizzato e del controllo formale delle dichiarazioni secondo gli ex artt. 36-bis e 36-ter, D.P.R. 600/1973 e 54-bis, D.P.R. 633/1972; Si può ricorrere al ravvedimento operoso anche se è iniziato un controllo fiscale portato formalmente a conoscenza del contribuente, o se è stato notificato un Processo Verbale di Constatazione che comporta un minor abbattimento pari ad 1/5 del minimo. Tuttavia anche se il contribuente ha provveduto a pagare e regolarizzare, non è esente da accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di controllo e accertamento all’interno della sua azienda. Modalità di versamento f24 con ravvedimento operoso Per i versamenti occorre utilizzare: il modello F24, per le imposte sui redditi, le relative imposte sostitutive, l’Iva, l’Irap e l’imposta sugli intrattenimenti il modello F23, per l’imposta di registro e gli altri tributi indiretti. l’F24 Elide per tributi, sanzioni e interessi, connessi alla registrazione dei contratti di locazione e affitto di beni immobili Gli interessi devono essere indicati nel modello F24 utilizzando gli appositi codici tributo. Quelli sulle ritenute vanno invece versati dai sostituti d’imposta sommandoli al tributo. Anche per le sanzioni sono stati previsti appositi codici da riportare sul modello di versamento è possibile verificare i codici sul seguente sito  www.agenziaentrate.gov.it   Voglio segnalare due siti, molto utili e semplici da usare, attraverso i quali è possibile inserire l’importo da regolarizzare, la data originaria entro la quale doveva essere pagato il tributo e la data entro la quale si vuole pagare. In base a questi parametri il software calcolerà gli interessi e le sanzioni dovute,  direttamente, e verrà elaborato anche il relativo modello F24 o F23. Calcolo ravvedimento operoso Calcolo Ravvedimento Operoso © www.avvocatoandreani.it il sito www.amministrazionicomunali.it consente ulteriormente di calcolare il ravvedimento dovuto per il pagamento dei tributi IMU, TARI, TASI e altri tributi. Occorre inserire il codice catastale del comune a favore del quale va versato il tributo, specificare la categoria del tributo, se si tratta di un acconto o di un saldo, la data di scadenza, la rata e il numero, l’importo da ravvedere  e il numero degli immobili. Successivamente occorre cliccare sull’apposito tasto in verde calcola ravvedimento e in automatico con i dati inseriti viene elaborato il prospetto, ossia l’F24 con l’importo a debito gravato da interessi e sanzioni. Sempre da questa sezione è possibile procedere alla stampa del F24 ordinario, composto da tre fogli o all’F24 semplificato composto da un foglio con due  “ricevute”. Sul sito www.riscotel.it sono presenti anche esempi di calcolo per tipologie di ravvedimento, vi consiglio di leggerlo. Non sai come calcolare il ravvedimento operoso? Scrivi i tuoi dubbi nei commenti oppure contattaci, saremo lieti di aiutarti
20 Novembre 2019
Come risolvere l’avviso bonario

Avviso bonario: Come risolverlo

Avviso bonario: Dai controlli effettuati possono emergere delle discordanze che il contribuente è tenuto a sanare posizioni tra il contribuente e il fisco Avviso bonario: L’agenzia delle entrate effettua controlli periodici sulle dichiarazioni dei redditi, inviate dai propri contribuenti, direttamente o, per il tramite dei professionisti abilitati. Dai controlli  effettuati possono emergere  delle discordanze che il contribuente è tenuto a sanare nei termini oppure possono risultare  posizioni regolari nei rapporti tra il contribuente e il fisco . Definizione di avviso bonario L’avviso bonario è una comunicazione con la quale l’Agenzia delle Entrate porta a conoscenza il contribuente, che dai controlli  da lei effettuati sulla sua dichiarazione dei redditi, risultano delle incongruenze o anomalie, che  saranno,  opportunamente, evidenziate in un apposito prospetto, allegato alla comunicazione, nel quale saranno indicati eventuali imposte e contributi che non risultano pagati. In realtà è una semplice comunicazione, nei confronti della quale  il soggetto interessato può richiedere l’annullamento o la rettifica, qualora ritenga immotivata la richiesta. Infatti potrebbe accadere che mentre si compila la propria dichiarazione dei redditi si commettano errori di battitura, durante la digitazione, dalla tastiera del pc, del numero indicante l’anno d’imposta oppure il codice tributo , determinando così una richiesta di imposte che invece il contribuente  ha  pagato puntualmente. In questo caso il contribuente avrà trenta giorni di tempo a disposizione  per recarsi presso un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate, e produrre la documentazione (ad esempio, le ricevute di pagamento) dimostrando di aver adempiuto nei termini ai propri obblighi nei confronti del fisco. Diversamente se risultano imposte effettivamente dovute, quali IRPEF, IRES, IVA, IRAP o altro  potrà regolarizzare la propria posizione pagando quanto richiestogli. Quando va notificato l’avviso bonario In caso di irregolarità sulla dichiarazione dei redditi l’avviso bonario va notificato al contribuente prima che l’imposta venga iscritta a ruolo. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11429 del 6 luglio 2012, ha stabilito che «l’emissione della cartella di pagamento con le modalità previste dagli arti. 36-bis, del D.P.R. n. 600 del 1973, in materia di liquidazione delle imposte, dei contributi, dei premi e dei rimborsi dovuti in base alle dichiarazioni, e art. 54-bis. comma 3, del D.P.R. n. 633 del 1972, in materia di liquidazione dell’ IVA dovuta in base alle dichiarazioni  non è condizionata dalla preventiva comunicazione dell’esito del controllo al contribuente a meno che dal controllo stesso non si riscontrino  la presenza di errori. Infatti qualora dal controllo emergano irregolarità, vige l’obbligo di comunicare prima l’avviso bonario per consentire di procedere alla corretta liquidazione d’imposta, contributi, premi e rimborsi». Quando è un obbligo l’avviso bonario Dai controlli automatizzati del Fisco emerge che l’avviso bonario non è sempre un obbligo. Con ordinanza n. 22035 del 28 ottobre 2010, la Corte di Cassazione ha stabilito che l’Amministrazione finanziaria non è obbligata dallo Statuto del contribuente a comunicare sempre l’esito della liquidazione, ma solo quando dai controlli automatici emerge un risultato diverso rispetto a quanto indicato in dichiarazione.  L’attività di accertamento dell’Amministrazione finanziaria si concretizza in una serie di  procedure cosiddette di “controllo formale” miranti a rettificare le dichiarazioni presentate dai contribuenti senza svolgere attività ispettive particolari, ma attraverso un semplice riscontro del contenuto delle stesse. La finalità  dei controlli formali è quella di correggere gli errori materiali e di calcolo commessi dai contribuenti nella redazione delle dichiarazioni. Tali controlli sono previsti, ai fini delle imposte dirette, dagli articoli 36-bis e 36-ter del D.p.r. 600 del 1973, mentre per l’Iva sono stabiliti dall’articolo 54-bis del D.p.r. 633 del 1972. Procedura per controlli automatizzati per l’avviso bonario Gli articoli 36-bis e 54-bis si avvalgono di procedure automatizzate per i controlli delle dichiarazioni, infatti l’amministrazione finanziaria , entro l’inizio del periodo di presentazione delle dichiarazioni  relative all’anno successivo,  procede a liquidare l’imposta dovuta, contributi, premi, rimborsi spettanti in base alle dichiarazioni presentate dai contribuenti e dai sostituti d’imposta. Se da tali controlli automatici emerge un risultato diverso rispetto a quello indicato dal contribuente nella dichiarazione, oppure emerge un’imposta o una maggiore imposta, l’amministrazione finanziaria provvede a inviare  al contribuente o al sostituto d’imposta  una comunicazione in cui vengono evidenziate le rettifiche effettuate, le imposte, le sanzioni e gli interessi da versare, al fine di evitare il perpetrarsi di errori e di porre rimedio offrendo la possibilità di regolarizzare la propria posizione . Alla comunicazione viene allegato anche il prospetto con il calcolo delle imposte e il modello F24 precompilato per il versamento. Il contribuente dopo aver ricevuto la comunicazione ha trenta giorni a disposizione per   fornire chiarimenti all’Amministrazione finanziaria  se rileva dati non dichiarati o indicati erroneamente. Procedura per controlli formali dell’avviso bonario L’articolo 36-ter, invece, stabilisce la procedura per il controllo formale delle dichiarazioni. In questo caso l’Amministrazione finanziaria procede, entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di presentazione,  ad eseguire i controlli sulle dichiarazioni. Qualora dagli stessi emergano delle differenze, l’ufficio comunica al contribuente le rettifiche operate sugli imponibili, sulle imposte, sulle ritenute alla fonte, sui contributi e sui premi dichiarati mediante la notifica a mezzo posta di avvisi bonari con l’indicazione dei motivi che hanno generato la rettifica.  Ai contribuenti che ricevono gli avvisi bonari  è garantita la possibilità di segnalare eventuali dati o elementi non presi in considerazione durante il controllo formale o di versare quanto richiesto entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione o dell’avviso bonario. Da quanto emerge sopra hai potuto capire che l’Amministrazione finanziaria offre sempre l’opportunità ai contribuenti di potersi difendere  con tutti i mezzi a disposizione e nei tempi ragionevoli, prima che il suo debito venga iscritto a ruolo con la conseguenza di ricevere una cartella di pagamento. Pertanto se il contribuente non si adegua alle precise indicazioni dell’amministrazione finanziaria va incontro a sanzioni. Infatti qualora il versamento delle imposte dovute risultanti dai controlli automatici avvenga entro il termine indicato comporta l’applicazione della sanzione ridotta a un terzo del 30% di cui all’articolo 13, D.l.gs 471 del 1997. Nel caso di avvisi bonari notificati a seguito dei controlli formali la sanzione è ridotta a due terzi del 30%.  Hai ricevuto anche tu un avviso bonario e non sai come fare? Contattaci e ti aiuteremo ad esaminare il tuo caso,  partendo proprio dalla tua dichiarazione oggetto di avviso bonario Ancora dubbi su Come risolvere l’avviso bonario? Scrivilo nei commenti
16 Novembre 2019
Liquidazione periodica iva

Liquidazione periodica iva: Comunicazione e istruzioni

Sei titolare di un’azienda? sarai tenuto a seguire tutti gli adempimenti in materia di liquidazione IVA mensile o trimestrale a seconda del tuo volume d’affari Comunicazione liquidazione periodica iva – Che cos’è ’IVA?  L’IVA è l’imposta sul valore aggiunto, si applica tutte le volte in cui l’imprenditore effettua cessioni beni, dunque vende  beni, come prevede l’art. 1 del D.P.R.633/72, oppure vengono effettuate prestazioni di servizi verso corrispettivo, si pensi ai contratti d’opera, agli appalti, ai trasporti, alle mediazioni, ai depositi e in genere alle obbligazioni di fare, non fare e permettere, quale che ne sia la fonte, come stabilisce l’art.3 del D.P.R.633/72. Liquidazione periodica iva mensile o trimestrale Se sei titolare di un’azienda sarai tenuto a seguire tutti gli adempimenti in materia di liquidazione IVA mensile o trimestrale a seconda del tuo volume d’affari, cosicché avrai una liquidazione IVA trimestrale nel caso in cui il tuo volume d’affari non supera i 400.000,00 euro per le prestazioni di servizi e 700.000,00 per le altre attività e in tutti gli altri casi avrai una liquidazione mensile, come stabilisce la  Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 15/E del 13 febbraio 2012.  Tuttavia esistono dei contribuenti speciali per i quali è ammessa la liquidazione IVA trimestrale senza vincoli di fatturato, è il caso degli esercenti arti e professioni sanitarie, degli esercenti attività di servizi al pubblico, dei distributori di carburanti, degli autotrasportatori di merci per conto terzi. Calcolo comunicazione liquidazione periodica iva L’IVA è periodica perché segue delle scadenze precise per il suo versamento. Per i contribuenti mensili, il versamento dell’IVA, qualora dalla differenza tra l’Iva esigibile sulle vendite nel mese precedente (iva a debito) e l’Iva detraibile sugli acquisti nel mese precedente (iva a credito) risulti un debito IVA questa va versata all’Erario entro il 16 del mese successivo a quello di riferimento. Segue un esempio per chiarire meglio: Fatture emesse a gennaio 2018 = imponibile 10.000,00 + IVA a debito (22%) 2.200,00; Fatture acquisti a gennaio 2018 = imponibile 8.000,00 + IVA a credito (22%) 1.760,00; IVA a debito – IVA a credito = 2.200-1.760 = 440 Euro. Come possiamo notare, dalla liquidazione mensile del mese di gennaio, si è originato un debito IVA che va versato entro il 16 del mese di febbraio con un apposito modello F24 e con codice tributo dell’Iva mensile composto dal numero 60 seguito dal mese di riferimento ad esempio 6001 perché nel nostro caso il mese è gennaio. Qualora, invece, l’IVA a debito sia inferiore alla somma dell’IVA a credito, dalla differenza si origina un credito Iva che può essere utilizzato per compensare le posizioni debitorie dei periodi successivi. Esempio concreto comunicazione liquidazione periodica iva Un’azienda ha acquistato tavoli e sedie per un totale di 55.000,00 euro + IVA al 22% Successivamente riceve un ordine di acquisto per n. 15 tavoli e n. 15 sedie pari a 17.100,00 euro + IVA al 22%, per un totale di 20.862,00. Il prezzo di un tavolo è pari a 920,00 euro, la sedia costa 220,00 euro l’IVA a credito pari a 12.100,00 euro (22% su 55.000,00) l’IVA a debito pari a 3.760,00 euro (22% su 17.100,00) In questo caso risulta che l’IVA a credito è  maggiore di quella a debito. Siccome tu hai un credito IVA,  non devi versare alcuna IVA allo Stato, anzi, potrai usare l’IVA a credito per compensare altri debiti fiscali dal 1° gennaio dell’anno successivo. La compensazione del credito deve essere fatta mediante la sua esposizione nel modello F24, nella colonna “importi a credito” usando il seguente codice tributo 6099 Quali sono le scadenze per la liquidazione periodica iva trimestrale Per quanto riguarda, invece, le liquidazioni trimestrali seguono le rispettive scadenze: Per il I° trimestre la liquidazione si effettua entro il 31 maggio 2018; Per il II° trimestre la liquidazione si effettua entro il 17 settembre 2018; Per il III° trimestre la liquidazione si effettua entro il 30 novembre 2018; Per il IV° trimestre la liquidazione si effettua entro il 28 febbraio 2019, l’ultimo giorno del mese di febbraio dell’anno successivo. Rimborso Credito IVA Voglio precisare che il credito IVA può essere anche chiesto a rimborso, infatti l’art. 32 della conversione del decreto 193/2016 ha addirittura innalzato da 15.000,00 euro a 30.000,00 la soglia dell’ammontare dei rimborsi IVA subordinati al rilascio di apposite garanzie da parte del beneficiario, modificando così anche l’art. 38-bis del D.P.R.633/72. Ciò vuol dire che se tu hai un credito IVA di 30.000,00 euro potrai chiederlo a rimborso senza presentare garanzie. Non hai più bisogno che il tuo commercialista apponga il visto di conformità, non devi presentare le attestazioni di solidità patrimoniale, né di continuità aziendale o il DURC, il documento di regolarità contributiva che dimostra che, sei un’azienda sana finanziariamente e, riesci ad assolvere tutti i  pagamenti, ai fini previdenziali, assicurativi e assistenziali, e non hai debiti nei confronti dell’INPS, dell’ INAIL e Cassa Edili. Sanare la propria posizione per mancata liquidazione periodica iva  Qualora ti accorgi di aver trasmesso dati sbagliati o incompleti o addirittura non hai inviato la comunicazione stessa, l’Agenzia delle Entrate nella Risoluzione 104/E/2017  ha stabilito che puoi porre rimedio, inviando la comunicazione corretta e successivamente versando le sanzioni, eventualmente ridotte per l’applicazione del ravvedimento operoso, in due momenti successivi. La omessa, la incompleta e la infedele comunicazione dei dati delle liquidazioni periodiche  IVA viene punita con la sanzione amministrativa da euro 500,00 a euro 2.000,00, ridotta alla metà se la comunicazione è effettuata entro i 15 giorni successivi alla scadenza di legge, ovvero se, nel medesimo termine, è effettuata la trasmissione corretta dei dati. Se regolarizzi prima di presentare la Dichiarazione annuale IVA 2018 sei obbligato comunque a inviare la comunicazione errata, omessa o incompleta. Non sei obbligato ad inviare la comunicazione errata, omessa o incompleta se la regolarizzi direttamente con la dichiarazione annuale IVA oppure successivamente alla sua presentazione. Infatti se con la Dichiarazione Iva annuale sono stati corretti oppure integrati e, vengono inviati,  i dati precedentemente omessi, incompleti o errati, e inseriti nell’apposito quadro VH della dichiarazione IVA annuale, allora la sanzione viene ridotta. Se, invece, con la Dichiarazione Iva annuale le omissioni, le irregolarità non sono state sanate, si dovrà ricorrere al ravvedimento operoso, presentare una Dichiarazione Iva annuale integrativa e versare la sanzione eventualmente ridotta. Come funziona il ravvedimento operoso Con il ravvedimento operoso il contribuente, sia esso professionista, che azienda o intermediario abilitato, sana eventuali ritardi, omissioni, errori nelle dichiarazioni o mancati pagamenti di tasse e tributi. Infatti il ravvedimento può essere applicato al nuovo Spesometro e di conseguenza alla comunicazione IVA fatture emesse e ricevute e alla comunicazione periodica IVA.  Il contribuente può da solo compilare il modello F24 e inserire il codice tributo, relativo alla omessa o errata comunicazione periodica IVA inserendo il seguente codice tributo 8911. Per quanto riguarda il quarto trimestre 2017, qualora hai omesso la comunicazione della liquidazione periodica puoi effettuare la comunicazione e ricorrere al ravvedimento entro il 2 aprile 2018, dietro il versamento di una sanzione pari a  55,56 euro; oppure entro il 10 settembre 2018, qualora tu abbia provveduto ad inserire i dati della comunicazione trimestrale omessa nella dichiarazione IVA 2018 dietro il versamento di 71,43 euro. Inoltre, grazie al provvedimento inerente allo Spesometro light, nel caso si verifichino errori con l’invio delle fatture del primo semestre e il contribuente le corregge con l’invio del II° semestre entro il 6 aprile 2018 non vi saranno sanzioni spesometro 2018. Sia per lo Spesometro ravvedimento Comunicazioni delle liquidazioni IVA che per lo Spesometro ravvedimento fatture emesse e ricevute si possono avere sanzioni più o meno ridotte a seconda del tempo impiegato per porvi rimedio, a titolo di esempio, prendiamo due estremi: un minimo di giorni e un massimo. Se invii o correggi la comunicazione delle liquidazioni IVA, entro 15 giorni dalla scadenza, la sanzione è ridotta a 1/9 di 250 euro, ed è pari a 27,78 euro, oltre i termini dei due anni, la sanzione è ridotta a 1/6 di 500 ed è pari a 83,33 euro. Diversamente, dopo aver constatato la violazione, la sanzione è pari a 100 euro. Per lo Spesometro ravvedimento fatture emesse e ricevute,  qualora vi provvedi entro 15 giorni, la sanzione è ridotta a 1/9 di 180 euro ed è pari a 20 euro. Oltre 15 giorni dalla scadenza la sanzione è 1/9 di 360 ed è pari a 40 euro. Infine dopo la constatazione della violazione con  processo verbale di constatazione e, fino al giorno della notifica dell’atto impositivo, la sanzione nei primi 15 giorni dalla scadenza è ridotta a 1/5 di 180, ed è pari a 36 euro. Oltre i 15 giorni la sanzione è ridotta a 1/5 di 360 ed è pari a 72 euro.     Come puoi notare è sempre possibile rimediare ai propri errori!  Non ti resta altro che metterti in regola con le scadenze! Dal momento che i casi sono tanti e, qui per comodità espositiva non li elenchiamo tutti,  ti invitiamo a chiamarci  e, ad esporci il tuo, cosicché possiamo aiutarti nell’immediato ad evitare la sanzione, se è possibile, oltre che a ridurla. Hai ancora dubbi su Come sanare L’IVA Periodica non inviata? Scrivilo nei commenti
16 Novembre 2019
Acquisto auto: è prevista per tutti la possibilità di detrarre l’iva e dedurre il costo?

Come scaricare auto aziendale

scaricare auto aziendale: Quando acquistiamo un’ auto la domanda “quanto posso scaricare?” dipende da chi siamo, da che tipologia di soggetto siamo scaricare auto aziendale: Quando acquistiamo un’ auto la domanda “quanto posso scaricare?” dipende da chi siamo, da che tipologia di soggetto siamo, in quanto,  per l’acquisto dell’auto da parte di privati cittadini non è previsto nessun regime fiscale agevolativo, infatti non è possibile scaricare nulla. Un impiegato, un’insegnante, un dipendente, un operaio,  uno studente e lavoratore part-time, una babysitter, una barista, una commessa, una segretaria, non potrà mai dedurre il costo della propria auto, ossia l’imponibile, né tanto meno potranno detrarre  l’IVA, che graverà solo su di loro. Vediamo insieme quali sono le categorie ammesse ad usufruire della deducibilità dei costi auto e della detraibilità IVA, per quali tipologie di auto e in che percentuale. Acquisto con finanziamento, noleggio e leasing per scaricare auto aziendale Le modalità di acquisto di un autovettura sono diverse e versatili, si adattano perfettamente a tutte le esigenze. Vediamo insieme l’acquisto di un auto ricorrendo a forme di finanziamento, quali i prestiti finalizzati o prestiti personali, oltre alla cessione del quinto e all’uso di una carta di credito revolving. Per poi continuare ad analizzare le prospettive offerte dai contratti di leasing e dal noleggio. I prestiti finalizzati si decidono, in concessionaria. Nel momento in cui si acquista l’auto, il proprietario ti consente di rateizzare l’importo, pagando a rate il prezzo dell’auto. I prestiti personali vengono concessi  in contanti. Le somme possono essere utilizzate per esigenze, appunto personali, quali può essere l’acquisto di un’auto, il pagamento di un periodo di soggiorno all’estero ai figli per un esperienza lavorativa e apprendere le lingue, i piccoli lavori per ristrutturare alcune parti della propria abitazione. Tali prestiti prevedono un piano di rimborso prestabilito. Con la Cessione del quinto viene operata in busta paga oppure sulla pensione una trattenuta pari all’importo della rata da pagare. Questa tipologia di finanziamento non prevede un esborso materiale di denaro, in quanto agisce alla fonte, ossia la rata viene trattenuta direttamente  dalla busta paga o dalla pensione con la detrazione di un quinto dello stipendio o della pensione. Con il leasing, secondo quanto stabilisce l’art.1571 del codice civile, è il contratto col quale una parte, il locatore o concedente, si obbliga o attribuisce all’utilizzatore il godimento di beni mobili od immobili, per un lasso di tempo, dietro versamento di un corrispettivo sotto forma di canoni a scadenza periodica. Il codice civile prevede due articoli a tutela del locatore/concedente. L’art. 1523 del codice civile che disciplina il passaggio di proprietà del bene, dunque la vendita a rate con riserva della proprietà, che consente al compratore di acquistare la proprietà della cosa con il pagamento dell’ultima rata di prezzo, tutelando il proprietario dai rischi, esempio il perimento del bene, il danneggiamento, la perdita, il furto etc. che potrebbero derivare e facendo gravare sul compratore i rischi dal momento della consegna. Leasing operativo e leasing finanziario per scaricare auto aziendale Con il primo è lo stesso produttore che concede  in locazione i beni da esso prodotti, offrendo contratti brevi nei quali sono inclusi anche i costi di manutenzione e di assistenza, facendo così lievitare il prezzo in aumento. Il produttore non ha alcun interesse a vendere l’auto alla scadenza del finanziamento. Con il leasing finanziario, la società di leasing acquista il bene dalla società produttrice e dietro il versamento di un canone e di interessi passivi concede al soggetto che ne fa richiesta il diritto all’utilizzo dell’auto. L’utilizzatore dopo aver terminato di pagare le rate, può decidere di riscattare l’auto e avere, così, la possibilità di poterlo acquistare ad un prezzo residuo decurtato dei canoni di leasing già pagati. Il primo canone pagato dall’utilizzatore si chiama maxicanone, perché è più alto rispetto ai successivi canoni, in questo modo si cerca di tutelare il proprietario. Nel caso in cui il compratore non continui a pagare i successivi canoni, al fine di consentire al proprietario di riavere il suo bene, il cui valore di mercato sommato al maxicanone e ai canoni già pagati dovrebbe essere superiore ai costi sostenuti dal proprietario, così da ripagarlo del “maltorto subito” La carta di credito revolving, è un contratto di finanziamento, stipulato tra banca e cliente, che consente di ottenere  piccole somme, ossia credito, dietro pagamento di una rata mensile, comprensiva di interessi, con un piano di rimborso mensile. Il rimborso viene addebitato sul conto corrente aperto perciò è opportuno avere sempre un saldo disponibile, altrimenti si rischia di indebitarsi. Le rate rappresentano nuovo credito a disposizione del cliente, per questo il credito revolving è nota anche come “credito rotativo”. Viene utilizzata per far fronte a esigenze immediate, come l’acquisto di un auto, un abito importante, un viaggio speciale etc. Il noleggio auto è un servizio offerto dalle concessionarie che a fronte del pagamento di un canone mensile comprensivo del costo del bollo, delle spese di manutenzione e assicurazione garantiscono a chi ne fa richiesta l’uso temporaneo o per periodi lunghi dell’auto. E’ una formula molto free, alla quale si rivolgono coloro che hanno bisogno di un auto per viaggi di lavoro, per utilizzarla nel luogo in cui ci si reca per trascorrere le proprie vacanze, o per essere usata da chi ne fa uno stile di vita ed è abituato a ricorrere frequentemente al noleggio auto. Percentuali di detraibilità IVA quali soggetti per scaricare auto aziendale La norma che stabilisce la detraibilità dell’IVA sugli acquisiti di veicoli stradali e sulle relative spese, è l’art. 19-bis1 del D.P.R. 633/72 Il testo in vigore nel 2018 stabilisce che è possibile detrarre l’IVA per i titolari di partita IVA nel limite del  40% su “tutti i veicoli a motore, diversi dai trattori  agricoli o forestali normalmente adibiti al trasporto stradale di persone o beni la cui massa massima autorizzata non supera 3.500 Kg e il cui numero di posti a sedere, escluso quello del conducente, non è superiore a otto” che sono utilizzati promiscuamente, sia per fini aziendali che personali, e non sono inerenti all’uso esclusivo per finalità lavorative. Per coloro che invece utilizzano l’auto per fini aziendali è prevista la possibilità di detrarre l’IVA totalmente, ossia il 100% La possibilità di applicare il regime di detraibilità forfetaria dell’IVA al 40%  per l’acquisto dei veicoli sopra indicati e dei servizi inerenti alla manutenzione, riparazione, transito stradale, carburanti e lubrificanti è stata concessa all’Italia fino al 31 dicembre 2019 dall’Unione Europea, con decisione dell’Unione Europea. E’ possibile la Detraibilità IVA al 100% per coloro che acquistano un auto per esercitare la propria attività, è il caso dei taxisti, dei noleggiatori di auto, degli agenti di commercio, dei rappresentanti,  senza i quali non possono svolgere l’attività, o di coloro che acquistano un pullman per il trasporto di persone per il servizio turistico o linee normali per il trasporto urbano, o aziende che acquistano camion per il trasporto di merci, la cui massa supera i 35 quintali. Deducibilità costi per scaricare auto aziendale Per quanto riguarda la deducibilità dei costi l’art. 164 del TUIR prevede limiti alla deducibilità delle spese auto per coloro che esercitano imprese, arti e professioni, e per alcuni mezzi di trasporto a motore, in funzione sia del tipo di veicolo che del suo utilizzo. Questo dettato normativo stabilisce infatti che è possibile dedurre il costo per il suo intero ammontare per gli aeromobili da turismo, navi, imbarcazioni da diporto, autovetture, autocaravan, ciclomotori, motocicli, i veicoli per il trasporto pubblico, solo se sono destinati ad essere utilizzati esclusivamente come beni strumentali nell’attività propria dell’impresa. Nella misura del 40% le autovetture, gli autocaravan, i ciclomotori, i motocicli che vengono usati per una finalità diversa da quella inerente all’attività di impresa. La percentuale di costo detraibile è elevata all’80% per i veicoli utilizzati dai soggetti che esercitano attività di rappresentanza di commercio o attività di agenzia, infatti potranno dedurre dal proprio reddito il costo di acquisizione di autovetture e autocaravan fino a un limite massimo di 25.822,84 euro, a differenza di quello che avveniva un anno fa, nel 2017 in cui veniva  riconosciuto il limite del costo di un autovettura pari a 18.075,99 euro. Tale deducibilità viene riconosciuta anche a coloro che utilizzano la stessa tipologia di bene nell’esercizio di imprese, arti e professioni. Inoltre gli agenti di commercio possono dedurre dal proprio reddito i costi di locazione o di noleggio per autocaravan e autovetture fino a un limite massimo di 5.164,57 euro, questa soglia è stata innalzata rispetto alla soglia base di 3.615,20 euro. Per i professionisti che hanno un proprio studio privato e non sono organizzati in forma associata, è possibile dedurre il costo per un solo veicolo nella misura del 40%. LETTERA DI ASSEGNAZIONE DI AUTO AZIENDALE modelli e moduli excel doc Veicoli esclusi dal Super Ammortamento La Legge di stabilità 2018 ha escluso dal beneficio  del super ammortamento, i seguenti veicoli previsti dal comma 1 dell’ art. 164 del TUIR, anche se di esclusivo utilizzo per l’attività di impresa: veicoli a deducibilità limitata di cui ex art. 164, comma 1, lett. b), TUIR, veicoli concessi in uso promiscuo ai dipendenti ex lett. b-bis) , veicoli esclusivamente strumentali all’attività d’impresa e di uso pubblico di cui alla lett. a). Abbiamo visto in che modo i titolari di partita iva, in quanto esercenti attività economica; i titolari di aziende, che esercitano attività d’impresa; gli imprenditori di società; i professionisti che svolgono prestazioni intellettuali; oppure gli agenti di commercio, possono dedurre il costo e detrarre l’IVA in proporzione all’uso che ne fanno; infatti il loro utilizzo andrà a determinare  le percentuali di deducibilità e di detraibilità. Inoltre abbiamo anche visto in che modo è possibile usufruire di forme di finanziamento per acquistare le auto. Ora se tu gradisci possiamo aiutarti a calcolare le tue percentuali, mostrandoti, praticamente, in che modo, si abbatte l’imposta e si riduce il costo. Quale modalità di acquisto è più conveniente,  in che misura incide in base all’attività che tu eserciti; in quanto le percentuali variano proprio in funzione del soggetto, chi sei? e della tua attività, cosa fai? di cosa ti occupi?    Hai ancora dubbi su Come detrarre l’IVA dell’Acquisto Auto e dedurre i costi? scrivilo nei commenti
15 Novembre 2019
Mancata emissione delle fatture: che succede?

Mancata emissione della fattura, Come Risolverla

Emissione fattura: credito per l’acquirente e obbligo di rivalsa per il fornitore Poiché l’acquirente ha già pagato l’IVA, si dice che è a credito con il Fisco La fattura è un documento fiscale obbligatorio che rappresenta la prova  di un’avvenuta transazione di acquisto di beni e vendita degli stessi, tra due soggetti, titolari di partita IVA, con la quale il soggetto che acquista potrà dedurre il costo sostenuto e abbassare  il suo reddito imponibile, perché si tratta di acquisti strettamente correlati all’attività esercitata ma non potrà detrarre, dunque abbattere, l’IVA assolta sugli acquisti, che resterà un onere a suo carico. Credito per l’acquirente e obbligo di rivalsa per il fornitore Poiché l’acquirente ha già pagato l’IVA, si dice che è a credito con il Fisco. L’IVA, infatti, per il consumatore finale -cliente, è un tributo che non può detrarre, in quanto rappresenta  un onere gravante proprio su di lui. Dal lato del venditore-fornitore la fattura emessa dimostra i ricavi incassati che concorrono a determinare il volume d’affari e l’IVA a debito sulle vendite, da versare eventualmente allo Stato. Il fornitore ha l’obbligo di rivalsa, ossia di addebitare l’IVA al cliente che incasserà e di versarla successivamente allo Stato qualora  dalla differenza tra l’IVA a debito sulle vendite e l’IVA a credito sugli acquisti risulta un debito IVA. Tipologie di infrazioni Omissione della fatturazione Mancata registrazione della fattura Indicazione in fattura di quantitativi inferiori di beni e servizi rispetto a quelli effettivamente ceduti, o, diversamente, quantitativi superiori. Responsabilità e sanzioni per il venditore Il venditore, è responsabile, secondo l’articolo 21 del D.P.R. 633/1972, per ciascuna operazione imponibile , sia essa cessione di beni che prestazione di servizi, ed è  tenuto ad emettere fattura, o ad assicurare che  la stessa sia emessa per suo conto da un terzo. Qualora non rispetti gli obblighi, previsti dalla normativa,quali: non emette la fattura entro il quindicesimo giorno successivo alla consegna del bene o alla sua spedizione, non provvede a registrarla nell’ apposito registro, e non corregge mediante l’istituto del ravvedimento operoso,  è punito con una sanzione che va dal 100% al 200% dell’ imposta che sarebbe dovuta essere  documentata. Quando va emessa la fattura Secondo l’articolo 21 del DPR 633/1972 la fattura va emessa nel momento in cui viene effettuata l’operazione che si distingue a seconda della tipologia di bene, infatti, se l’operazione ha per oggetto il trasferimento di beni immobili allora l’operazione si considera effettuata nel momento in cui viene stipulato l’atto; Se l’operazione ha ad oggetto i beni mobili, allora l’operazione si perfeziona nel momento in cui viene consegnato o spedito il bene; Se, diversamente, l’operazione riguarda prestazioni di servizi, allora  si considera effettuata nel momento in cui viene pagato il corrispettivo. Ipotesi  di violazioni disciplinate dall’art. 6 del D.Lgs. 18.12.1997 n. 471 L’articolo 6 del D.lgs. 18.12.1997, n. 471 in tema di omessa o irregolare documentazione e registrazione delle operazioni siano esse imponibili, non imponibili o esenti, riunisce  in un’unica norma le disposizioni degli articoli 41 – e  42 in merito alle sanzioni per  violazioni dell’obbligo di fatturazione e violazioni dell’obbligo di registrazione ai sensi del D.P.R. 633/1972   stabilendo che: “chi viola obblighi inerenti alla documentazione e alla registrazione di operazioni ovvero all’individuazione di prodotti determinati, ostacolando la verificazione del compimento di operazioni imponibili ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, è punito con sanzione amministrativa compresa tra il dieci ed il quindici per cento dell’imponibile non documentato o non registrato”; “Chi viola obblighi inerenti alla documentazione e alla registrazione di operazioni non imponibili o esenti è punito con sanzione amministrativa compresa tra il cinque ed il dieci per cento dei corrispettivi non documentati o non registrati”; “Nel caso di violazione di più obblighi inerenti alla documentazione e alla registrazione di una medesima operazione, la sanzione è applicata una sola volta.” “Chi computa illegittimamente in detrazione l’imposta assolta, dovuta o addebitatagli in via di rivalsa, è punito con la sanzione amministrativa uguale all’ammontare della detrazione compiuta.” “Il cessionario o il committente che, nell’esercizio di imprese, arti o professioni, abbia acquistato beni o servizi senza che sia stata emessa fattura nei termini di legge o con emissione di fattura irregolare da parte dell’altro contraente, è punito, salva la responsabilità del cedente o del commissionario, con sanzione amministrativa pari al cento per cento dell’imposta, con un minimo di lire cinquecentomila, sempreché non provveda a regolarizzare l’operazione”. Modalità di regolarizzazione se il soggetto passivo non ha ricevuto la fattura, entro quattro mesi dalla data di effettuazione dell’operazione, deve, entro il trentesimo giorno successivo, emettere autofattura in duplice copiacontenente le indicazioni prescritte dall’articolo 21 DPR 633/1972; deve procedere al versamento dell’impostamediante F24 con il codice tributo 9399 previsto per la regolarizzazione di operazioni soggette ad Iva in caso di mancata o irregolare fatturazione presentare all’ufficio competente l’autofattura, allegando copia del versamento. Se ha ricevuto una fattura irregolare, deve presentare all’ufficio indicato nella lettera a), entro il trentesimo giorno successivo a quello della sua registrazione, un documento integrativo in duplice esemplare recante le indicazioni medesime, previo versamento della maggior imposta eventualmente dovuta, con la ricevuta di versamento.  Il documento integrativo è l’autofattura che l’acquirente o il committente deve emettere in duplice copia secondo le modalità prescritte dall’art. 21 del D.P.R. 633/1972; Successivamente alla regolarizzazione, l’Ufficio restituirà al contribuente un esemplare dell’autofattura con l’attestazione della regolarizzazione e del pagamento, che andrà registrata nel registro acquisti, in modo da effettuare la detrazione l’IVA secondo l’articolo 25 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633” Precisiamo che l’Ufficio non può recuperare l’imposta nei confronti dell’acquirente/committente poiché l’imposta è dovuta solo dal cedente o commissionario come stabilisce la circolare n. 23/E/1999, punto 2.7. Infatti questa è una novità importante introdotta dal D.lgs. n. 471 del 1997 e l’articolo 6, comma 8, a differenza di quanto accadeva con l’articolo 41, sesto comma, del D.P.R 633/1972. Operazioni inesistenti  Nell’articolo 21 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, al comma 7 è stabilito che:” se il cedente o prestatore emette fattura per operazioni inesistenti, ovvero se indica nella fattura i corrispettivi delle operazioni o le imposte relative in misura superiore a quella reale, l’imposta è dovuta per l’intero ammontare indicato o corrispondente alle indicazioni della fattura.“. Abbiamo visto le tipologie di infrazioni per mancata emissione della fattura, nonché le modalità e i termini per porvi rimedio; abbiamo distinto le sanzioni in caso di violazione degli obblighi previsti dalla normativa e le responsabilità in capo al venditore e all’acquirente.  Ora  lasciamo alle parti interessate l’autonomia di onorare tutti gli adempimenti previsti secondo correttezza e diligenza, fiduciosi che saranno osservati. Qualora abbiate vissuto da acquirenti un caso simile, alle ipotesi summenzionate, e abbiate bisogno di chiarimenti, siamo a vostra disposizione, per approfondire la materia e per suggerirvi la soluzione adatta a voi.  Dubbi su Come Risolvere la Mancata emissione delle fatture? scrivilo nei commenti
14 Novembre 2019
Credito IVA: come utilizzarlo?

Credito iva: Come utilizzarlo

Credito IVA: Parte di somma residua da operazioni di acquisto e di vendita, dopo aver pagato i nostri fornitori e consegnato la merce ordinata ai nostri clienti E’ quella parte di somma che residua dopo aver effettuato le operazioni di acquisto e di vendita, dopo aver pagato i nostri fornitori e consegnato la merce ordinata ai nostri clienti. Supponiamo di avere un’azienda che produce sedie e tavoli per  alberghi e ristoranti e il nostro dottore commercialista, dopo aver annotato tutti i movimenti ordinari in contabilità, registrato le fatture di acquisto e le fatture di vendite, dopo aver provveduto alla liquidazione Iva Trimestrale o Mensile, dopo aver pagato l’IVA a debito tramite F24 e adempiuto alla compilazione della dichiarazione IVA annuale, da presentare in forma autonoma dalla dichiarazione dei redditi, (da quest’anno) ci comunica che dalla stessa emerge un credito IVA. In questo caso abbiamo due modi per recuperare il credito IVA risultante dalla dichiarazione IVA annuale: richiesta a rimborso oppure ricorso all’istituto della compensazione fiscale. Utilizzo del credito iva con rimborso o compensazione Il Credito IVA può essere chiesto a rimborso solo in presenza dei requisiti previsti dall’art.30 comma 2-4 del D.P.R 633/72. In linea generale possiamo dire che il rimborso secondo l’art. 30 spetta tutte le volte in cui il contribuente, esercente un’attività economica,  ha delle eccedenze d’imposta detraibili risultanti dalla dichiarazione IVA annuale e se risultano eccedenze detraibili anche dalle dichiarazioni dei due anni precedenti. Inoltre è possibile utilizzare il credito IVA, rinunciando alla richiesta di rimborso, compensandolo, attraverso il pagamento con F24, con lo stesso tributo IVA. Esempio qualora risulti un debito IVA, anziché pagare il debito,  lo compensiamo con la stessa IVA che risulta in eccedenza, a Credito IVA, dunque non originiamo un esborso materiale di denaro, ma operiamo una compensazione verticale, IVA da IVA, compensazione credito IVA con debito IVA, avente in comune la stessa natura del tributo ossia l’IVA. Con la compensazione verticale non è previsto un limite all’importo del tributo da compensare. Qualora, invece, non avessimo un tributo della stessa natura, ma diverso, esempio se risulta un’imposta diretta da pagare, quale IRPEF, oppure un debito verso l’INPS, in questo caso possiamo compensare la nostra IVA a Credito IVA, con il debito INPS o con l’IRPEF a debito. Questa tipologia di compensazione si chiama compensazione orizzontale, in quanto si compensa il credito IVA con debiti di diversa natura e non può essere superato l’importo di 700.000,00 mila euro all’anno. Per quali importi si chiede il rimborso credito iva Se il credito IVA che emerge dalla dichiarazione IVA annuale è inferiore a 30.000,00 mila euro è necessario presentare prima la dichiarazione IVA annuale per chiedere il rimborso senza garanzie, né altre dichiarazioni. Ipotesi diversa è quella in cui l’azienda presenta un credito IVA superiore a 30.000,00 mila euro, in questo caso il dottore commercialista deve apporre il visto di conformità alla dichiarazione con il quale attesta che l’azienda è solida e può ottemperare ai suoi adempimenti contributivi e a quelli dei dipendenti. Contrariamente, se l’azienda esercita la sua attività da meno di cinque anni, e il dottore commercialista non appone il visto di conformità in presenza di un credito IVA superiore a 30.000,00 mila euro allora il titolare dell’azienda è tenuto a presentare idonee garanzie. Casi di esclusione della idonea garanzia credito iva L’art. 38-bis comma 7 del D.P.R. 633/72 stabilisce i seguenti casi, in cui i rimborsi previsti dall’art. 30 del D.P.R. 633/72 sono riconosciuti senza prestare idonea garanzia: L’attività è esercitata dall’impresa da almeno cinque anni; Non sono stati notificati avvisi di accertamento o di rettifica, da cui risulti, per ciascun anno, una differenza tra gli importi accertati e quelli dell’imposta dovuta o dell’eccedenza di Credito IVA dichiarata superiore al 10% degli importi dichiarati se questi non superano cento milioni di lire; al 5 per cento degli importi dichiarati se questi superano i cento milioni di lire ma non superano un miliardo di lire; all’1% per cento degli importi dichiarati, o comunque a 100 milioni di lire se gli importi dichiarati superano un miliardo di lire; E’ presentata una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà attestante che il patrimonio netto non è diminuito rispetto alle risultanze dell’ultimo bilancio di oltre il 40%; che la consistenza degli immobili iscritti nell’attivo patrimoniale non  si è ridotta, rispetto all’ultimo bilancio approvato, di oltre il 40% per cessioni non effettuate nella normale gestione dell’attività esercitata; L’attività stessa non è cessata né si è ridotta per effetto di cessioni di aziende o rami di aziende; se non risultano cedute, nell’anno precedente la richiesta, azioni o quote della società stessa per un ammontare superiore al 50 per cento del capitale sociale; quando sono stati eseguiti i versamenti dei contributi previdenziali e Visto di conformità credito iva a tutela dei contribuenti L’articolo 22 del decreto ministeriale 164/1999 dispone che i “professionisti stipulano una polizza di assicurazione della responsabilità civile, con massimale adeguato al numero dei contribuenti assistiti, nonché al numero dei visti di conformità, delle asseverazioni e delle certificazioni tributarie rilasciati e, comunque, non inferiore a tre milioni di euro, al fine di garantire ai propri clienti il risarcimento dei danni eventualmente provocati dall’attività prestata.” L’Agenzia, con circolare 7/2015, ha chiarito che “la polizza assicurativa della responsabilità civile per i danni causati nel fornire assistenza deve garantire la totale copertura degli eventuali danni subiti dal contribuente, dallo Stato o altro ente impositore (nel caso di dichiarazione modello 730), non includendo franchigie o scoperti, e prevedere il risarcimento nei cinque anni successivi alla scadenza del contratto”. La polizza è uno strumento di tutela che tende a garantire il totale risarcimento ai contribuenti dell’eventuale danno arrecato, nonché il risarcimento delle sanzioni amministrative irrogate ai soggetti indicati nell’articolo 35 del D.lgs. 241/1997 che rilasciano il visto di conformità ovvero l’asseverazione infedele. Diversamente, la garanzia disposta dall’articolo 38-bis è volta ad assicurare all’Erario la possibilità di recuperare il credito fiscale rimborsato, qualora quest’ultimo non spetti. L’Agenzia stabilisce che nel caso in cui venga presentata un’istanza di rimborso corredata da visto di conformità inferiore all’ammontare chiesto a rimborso, il visto di conformità è efficace. Pertanto  il contribuente non è obbligato a prestare idonea garanzia per ottenere il  Credito IVA chiesto a rimborso,  salvo che lo stesso non si trovi in uno dei casi di cui al comma 4 dell’articolo 38-bis. Sanzioni in caso di compensazione errata del credito iva Se il contribuente utilizza in compensazione un credito maggiore di quello che risulta dalla dichiarazione va incontro a una sanzione che va dal 100 al 200% della misura del credito stesso; oppure se il contribuente nell’anno compensa crediti per importi che superano il limite dei 700.000,00 mila euro, la sanzione è pari al 30% del maggior credito utilizzato. In conclusione possiamo dire che, in merito, al visto di conformità, l’onere della garanzia è offerta solo nei casi in cui ricorre uno dei rischi previsti dall’ art. 38-bis cosicché il professionista non è gravato dal peso del costo della garanzia. Inoltre si ha una duplice tutela: il cittadino che si vede riconosciuto il credito spettante e lo Stato che ha il diritto di esigere i crediti non dovuti al contribuente perché inesistenti o di importo superiore a quelli risultanti dalla dichiarazione IVA annuale.  Se anche tu sei un contribuente che vanta un credito IVA e ti trovi in una delle situazioni sopra  menzionate non esitare a contattarci. Ancora dubbi su Come utilizzare il Credito IVA? Scrivilo nei commenti
13 Novembre 2019
E-commerce: è sempre necessario emettere fattura?

Sito e-commerce: obbligo di emettere fattura?

E-commerce: Si è affermato un nuovo modo di fare acquisti, quali sono notevolmente cambiati negli ultimi anni. Tutta la verità sull’ecommerce E-commerce: Nel nostro stile di vita e nelle nostre abitudini si è affermato  un  nuovo  modo di fare acquisti, i quali sono notevolmente cambiati negli ultimi anni. I nostri consumi si sono modificati e si sono orientati in una dimensione più evoluta e tecnologica. Oggi prima di acquistare materialmente un bene, o di usufruire di un servizio raccogliamo informazioni in merito a quel determinato bene e a quel preciso servizio; compiamo una sorta di indagine alla fonte mediante uno strumento telematico quale internet. Oggi siamo più attenti, non solo, ma anche più esigenti e vulnerabili, l’importanza di una recensione positiva  o negativa ha un peso notevole nelle nostre scelte, in quanto ha il potere di influenzarle considerevolmente. Modalità di acquisto con E-commerce  diretto e E-commerce indiretto  Quando acquistiamo un bene online, per esempio un e-book, che mediante la registrazione al sito e l’accesso con propria password e account , abbiamo provveduto a scaricare  direttamente sul nostro pc e ci viene consegnato in formato digitale, se non abbiamo la partita iva perché siamo consumatori finali privati, non titolari di partita IVA, allora il nostro editore o società editrice non ci addebita l’IVA, anzi non emette nemmeno fattura nei nostri confronti, ma annoterà la transazione di acquisto nel suo registro di corrispettivi. In questo caso siamo in presenza di E-commerce diretto disciplinato dall’ art. 1 del D.lgs. n. 42/2015 che stabilisce che i servizi elettronici di telecomunicazione e teleradiodiffusione, sono rilevanti ai fini fiscali nel Paese del committente, indipendentemente dal luogo di stabilimento del prestatore. Diversamente dall’ e-commerce diretto, abbiamo  l’E-commerce indiretto con il quale anche se acquistiamo online con i mezzi di pagamento più noti e sicuri, quali paypal, carte di credito, carte di debito prepagate rientranti nel circuito mastercard, visa ecc. non possiamo usufruire del bene scaricandolo telematicamente con il download sul nostro pc, ma il bene ci verrà consegnato materialmente dal Corriere. Disciplina IVA nell’ E-commerce diretto Per gli acquisti tra soggetti titolari di azienda, dunque imprenditori, che per esercitare la loro attività hanno bisogno di aprire la partita IVA la fattura non sarà soggetta ad IVA e l’imposta verrà applicata dal committente con il meccanismo del reverse charge, inversione contabile , con la quale l’onere della prova ricade sul cliente, il quale sarà tenuto a versare l’IVA dovuta sostituendosi al suo fornitore che non addebiterà più l’IVA in fattura. Se il soggetto è un utente privato residente in Italia, allora l’operazione di acquisto sarà soggetta ad IVA in Italia, qualora, invece, si tratta di un consumatore finale, o meglio, un cliente che risiede in uno dei Paesi dell’UE, il prestatore del servizio o fornitore del bene, farà pagare l’IVA prevista nel Paese dell’UE del committente, prima di aver proceduto all’identificazione ai fini IVA nel Paese UE del committente, oppure potrà ricorrere al regime speciale del Mini Sportello Unico (MOSS). Mini Sportello Unico: MOSS Questo Mini Sportello Unico consente a chi opera online di vendere a clienti privati, non soggetti passivi IVA, privi di partita IVA, i propri prodotti digitali in diversi Paesi europei, oltre i confini nazionali, per servizi di telecomunicazione; di teleradiodiffusione; prodotti digitali come info-prodotti digitali video-corsi in formato digitale, e-book, software, lezioni in modalità e-learning ( a distanza), giochi, musica,  senza doversi registrare e presentare la dichiarazione IVA in tutti i Paesi in cui si hanno scambi commerciali. Inoltre viene data la possibilità di scegliere questo anche ai titolari di partita IVA sia europei che extra-europei. E-commerce indiretto: disciplina IVA Anche nel E-commerce indiretto le operazioni sono rilevanti nel Paese del soggetto cliente però la disciplina IVA è diversa. Se un soggetto titolare di partita IVA acquista un bene, il fornitore che gli ha venduto quel bene emetterà una fattura non soggetta ad IVA e l’imposta sarà applicata dal cliente-committente, soggetto passivo IVA, ricorrendo allo strumento del reverse charge. Qualora ad acquistare il bene sia un cliente privato residente in Italia allora l’operazione sarà soggetta ad IVA in Italia. Caso particolare: Vendite a distanza Un breve cenno meritano le vendite a distanza effettuate nei confronti dei clienti privati che risiedono in uno dei Paesi dell’UE, per le quali viene applicata l’IVA italiana se le operazioni effettuate non superano la soglia dei 100.000,00 mila euro nell’anno in corso o nell’anno solare precedente. Qualora questo limite venga superato verrà applicata l’IVA nel Paese di destinazione e il fornitore del bene o prestatore del servizio è tenuto a nominare un rappresentante fiscale, a emettere fattura nei confronti del cliente; a compilare e presentare il modello INTRA 1-bis, ad assolvere agli adempimenti IVA previsti nel Paese estero. E-commerce: nessun obbligo di emissione fattura L’Agenzia delle Entrate con la risoluzione  274/E/2009 ha stabilito che i fornitori non sono obbligati a emettere fattura, scontrini, ricevute fiscali per le cessioni nei confronti di clienti privati sia esso E-commerce diretto che indiretto. E’ necessario emettere fattura solo quando lo richiede il cliente al momento dell’operazione. Nell’E-commerce diretto è obbligatorio invece certificare i corrispettivi pe r le operazioni effettuate nei confronti di committenti titolari di partita IVA, sia residenti che non, ed è obbligatorio emettere la fattura in ordine di data e di numero progressivo. I corrispettivi devono essere annotati nel registro dei corrispettivi di vendita entro il giorno successivo, non festivo alla consegna del bene o all’incasso del corrispettivo e il venditore è soggetto alle liquidazioni periodiche IVA e deve conservare tutta la documentazione. Il commercio online si è imposto a tal punto da modificare il nostro stile di vita. Basti pensare a tutte le volte che acquistiamo un vestito, su un sito online, comodamente da casa, che ci verrà consegnato successivamente dal Corriere, o quando usufruiamo di un video-corso in modalità e-learning, o quando compriamo un info prodotto digitale e dopo averlo scaricato sul nostro pc, lo possiamo usare subito, evitando di recarci personalmente al negozio e di restare imbottigliati nel traffico.   Se hai bisogno di aiuto perché intendi avviare un’attività di E-commerce, o semplicemente vuoi sapere se la fattura che hai ricevuto dal tuo fornitore rispetta la normativa vigente in tema di commercio online, non rimandare, contattaci subito, ti forniremo una consulenza puntuale e su misura per te. Ancora dubbi sull’argomento? Srivilo nei commenti
13 Novembre 2019
Denaro Contante: Ecco come portarlo all’Estero

Denaro Contante: Come portarlo all’Estero

La normativa antiriciclaggio, D.Lgs. n. 231/2007 ha stabilito chefossero posti dei limiti all’utilizzo di denaro contante per contrastare le attività criminose Spesso succede che per praticità o per abitudine portiamo molto contante con noi.Il  nostro portafoglio, funge quasi da salvadanaio, al quale attingere per soddisfare un bisogno immediato. Pensiamo quando ci troviamo all’Estero per viaggi di lavoro o in occasione di vacanze estive e per istinto naturale prendiamo il nostro portafoglio, quello è un gesto meccanico e ripetitivo che la nostra mente ha registrato come primo atto volontario mirante a realizzare le nostre esigenze primarie mediante il prelievo di denaro contante. Se considerassimo il nostro portafoglio come un salvadanaio potremmo prendere, o attingere il denaro che vogliamo, senza limiti. Se da un lato questo rappresenta un vantaggio, dall’altro è un rischio notevole a cui andiamo incontro, in caso di furto o di smarrimento del portafoglio. La normativa antiriciclaggio e limiti La normativa antiriciclaggio, il D.Lgs. n. 231/2007, ha stabilito che dal 6 dicembre 2011, fossero posti dei limiti all’utilizzo di denaro contante al fine di contrastare l’uso di denaro che proviene da attività criminose e che viene reinvestito in attività illecite. Dunque la normativa prevede più controlli legati alla tracciabilità dei nostri acquisti, delle nostre operazioni e transazioni finanziare, al fine di smascherare fenomeni mafiosi. Con la modifica dell’art. 49 del D.Lgs.  231/2007 dal primo gennaio 2016 è stata stabilito che in Italia i trasferimenti di denaro non avrebbe potuto superare la soglia di 2.999,99 euro; comportamenti contrari sarebbero stati puniti con una sanzione che va dai 3.000,00 euro ai 50.000,00 euro. Nulla vieta di prelevare dal proprio conto corrente, dal libretto postale nominativo o dalla carta di credito un importo superiore a quello stabilito per le proprie ferie. Il limite dei 1.000,00 per gli assegni bancari e postali emessi all’ordine del traente ” a me stesso” o “a me medesimo”. Qualora questi assegni non siano trasferibili possono essere girati, unicamente, per l’incasso ad una banca o a Poste Italiane; gli assegni circolari, vaglia postali e cambiari, se non sono trasferibili sono soggetti all’imposta di bollo come prevede l’art. 49 al comma10 del  D.Lgs n. 231/2007 per i saldi dei libretti di deposito bancari o postali al portatore. per i trasferimenti effettuati con il money transfer, art. 1 comma 1, lettera b, numero 6, del D.Lgs. 27 gennaio 2010, n. 11; Allo stesso modo il limite dei 1.000,00 euro vale per i pagamenti effettuati mediante assegni bancari, postali, rilasciati in forma libera. Sono soggetti all’imposta di bollo di 1,50  euro nel caso in cui non riportino il nome, la regione sociale del beneficiario oppure la clausola di non trasferibilità. Deroga al limite dell’uso dei 3000 euro in contanti I casi in cui è possibile pagare in contanti una somma di denaro superiore ai 3.000,00 euro in deroga alle norme sulla limitazione all’uso del contante, riguarda gli operatori del settore del commercio al minuto e le agenzie di viaggio e turismo, i quali possono vendere beni e servizi, entro il limite di 10.000 euro a persone fisiche di cittadinanza diversa da quella italiana e comunque diversa da quella di uno dei Paesi dell’Unione europea. Adempimenti preventivi in deroga al limite  Per poter beneficiare della deroga occorre che l’operatore compili un modello da inviare telematicamente all’Agenzia delle Entrate. In questo modello occorre comunicare all’Agenzia delle Entrate, prima che le operazioni abbiano inizio, il conto che il cedente del bene o il prestatore del servizio vuole usare per effettuare i versamenti del denaro contante ricevuto in pagamento. Quando il cliente acquista un suo bene o usufruisce di una sua prestazione, l’operatore deve fotocopiare il passaporto del cliente; deve farsi firmare una autocertificazione in cui il cliente dichiara di non possedere la cittadinanza italiana, né la residenza in Italia, né in uno dei Paesi della UE. Inoltre entro il primo giorno feriale successivo a quello dell’avvenuta operazione deve versare il denaro contante incassato sul proprio conto corrente e consegnare all’operatore finanziario copia della  comunicazione inviata all’Agenzia delle Entrate. Obbligo o non obbligo di pagare con strumenti tracciabili Il canone di locazione si può pagare in contanti, è sufficiente che il locatore rilasci una semplice ricevuta al locatario con l’importo pagato e il periodo di riferimento affinché il locatario possa portarlo in detrazione nella propria dichiarazione dei redditi. Si evince che non è previsto l’obbligo di pagare il canone di locazione con strumenti di pagamento tracciabili quali postepay, carte di credito, bonifici, assegni. Le prestazioni professionali e l’acquisto di beni devono essere pagate con carte di debito o di credito per importi superiori a 30 euro; l’obbligo del POS per i professionisti non è stato poi introdotto. Per quanto riguarda la pubblicità on-line, il suo acquisto deve avvenire tramite bonifico bancario o postale. Un importante novità è stata introdotta dalla Legge Delega Fiscale al n. 23 del 2014 che ha previsto di introdurre la fatturazione elettronica per la Pubblica Amministrazione e la fattura digitale per le società, introducendo l’imposta di bollo virtuale, la trasmissione telematica dei corrispettivi. Cosicché l’Agenzia delle Entrate creando una sua banca dati può effettuare celeri controlli sulla documentazione ai fini IVA. Un consiglio per i viaggi all’estero e il contante in valigia Chiunque esca fuori i propri confini nazionali e si reca all’estero, in un paese extra-UE o in uno Stato UE, fino a 10.000,00 euro può portare con sé il denaro, in un apposita valigia; oltre tale importo è obbligatorio una dichiarazione doganale. Sul sito dell’Agenzia delle Dogane è disponibile il modulo da compilare e da consegnare all’Agenzia delle Dogane. Conseguenze per omessa dichiarazione Qualora non si adempia all’obbligo della dichiarazione si va incontro ad una violazione di una norma valutaria che comporta: per il trasferimento di denaro contante sino a 10.000,00 euro il sequestro amministrativo nella misura del 30% di tale eccedenza e una sanzione amministrativa dal 10% al 30% dell’importo eccedente tale limite; per spostamenti di denaro superiore alla soglia di 10.000,00 euro il sequestro amministrativo è stabilito nella misura del 50% di tale eccedenza, e una sanzione amministrativa dal 30% al 50% dell’importo eccedente il limite. Considerate le sanzioni a cui si va incontro per gli omessi adempimenti è consigliabile prestare molta attenzione alle procedure in essere. Per evitare spiacevoli sorprese è basilare rispettare le regole che ci impongono di usare o non ricorrere al denaro contante e agli strumenti di tracciabilità. Cosicché sarà possibile trascorrere con serenità i nostri giorni di vacanza o i viaggi di lavoro. 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11 Novembre 2019
Ristrutturazioni Edilizie e Bonus Mobili: Ecco come funzionano

Ristrutturazioni Edilizie e i Bonus Mobili

Ristrutturazioni edilizie – Per andare incontro alle esigenze dei cittadini, sono state introdotte negli ultimi anni misure a favore delle ristrutturazioni Ristrutturazioni Edilizie e Bonus Mobili: Come funzionano? Per andare incontro alle esigenze dei cittadini, delle famiglie e delle giovani coppie sono state introdotte negli ultimi anni misure a favore degli interventi di ristrutturazione edilizia, bonus mobili, risparmio energetico e tante altre. Nello specifico oggi tratteremo le tematiche inerenti al bonus mobili e alle ristrutturazioni edilizie. Requisiti normativi bonus mobili Per il 2018 è stabilito che per beneficiare del bonus mobili  per gli arredi e i grandi elettrodomestici nuovi acquistati per arredare l’immobile ristrutturato, i lavori di ristrutturazione edilizia o di manutenzione dell’immobile devono essere iniziati prima dell’acquisto dei mobili o degli elettrodomestici. La data di avvio potrà essere provata dalle eventuali abilitazioni amministrative o comunicazioni richieste dalle norme edilizie, dalla comunicazione preventiva all’Asl che indica la data di inizio dei lavori, qualora essa sia obbligatoria. Per i lavori per i quali non sono necessarie comunicazioni o titoli abitativi, occorre una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà come previsto dall’articolo 47 del Dpr 445/2000 e come prescritto dal provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 2 novembre 2011. La Legge di Bilancio 2018 stabilisce che si potrà beneficiare della detrazione Irpef del 50% entro il limite di spesa di 10.000 euro anche per acquisti di mobili o elettrodomestici effettuati a partire dal 1° gennaio 2018. Per quanto riguarda gli acquisti di arredi è importante che nel 2018 è necessario aver realizzato un intervento di recupero del patrimonio edilizio iniziato a partire dal 1° gennaio 2017. La detrazione spetta anche quando i beni acquistati sono destinati ad arredare un ambiente diverso dello stesso immobile oggetto di intervento edilizio. L’importo massimo di 10.000 euro si riferisce a ciascuna unità abitativa oggetto di ristrutturazione. Detrazione Irpef del 50% sulle ristrutturazioni edilizie La detrazione IRPEF spetta sia per la manutenzione straordinaria, avente ad oggetto restauro e risanamento conservativo,  sia per la ristrutturazione edilizia su singoli appartamenti. Ad esempio se viene dichiarato lo stato di emergenza per un immobile danneggiato da eventi calamitosi, quali terremoti, frane, alluvioni, allora l’immobile è oggetto di ricostruzione e ripristino. Oppure se il fabbricato è oggetto di risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia ad opera di imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie che entro 18 mesi dal termine dei lavori vendono o assegnano l’immobile. Rientra nel bonus mobili anche la manutenzione ordinaria e straordinaria, il restauro, il risanamento conservativo e la ristrutturazione edilizia su parti comuni del condominio, esempio come guardiole oppure l’appartamento del portiere. Casi di esclusione dall’agevolazione nelle ristrutturazioni edilizie I lavori di manutenzione ordinaria su singoli appartamenti privati, come la sostituzione di infissi esterni, il rifacimento di intonaci interni, la tinteggiatura di pareti e soffitti, la sostituzione di pavimenti sono esclusi dal bonus. Non sono agevolabili nemmeno gli acquisti di porte, di pavimentazioni esempio il parquet, di tende e tendaggi, nonché di altri complementi di arredo. Non è possibile detrarre le spese sostenute per  l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici per la propria unità immobiliare. Tipologie di lavori che danno diritto al bonus mobili e ristrutturazioni edilizie Il bonus mobili 2018 può essere richiesto, per i singoli appartamenti o parti condominiali, nel caso di lavori delle seguenti tipologie: Manutenzione straordinaria: installazione di ascensori e scale di sicurezza, realizzazione dei servizi igienici, sostituzione di infissi esterni con modifica di materiale o tipologia di infisso, rifacimento di scale e rampe, realizzazione di recinzioni, muri di cinta e cancellate, costruzione di scale interne, sostituzione dei tramezzi interni senza alterazione della tipologia dell’unità immobiliare. Ristrutturazione edilizia: modifica della facciata, realizzazione di una mansarda o di un balcone, trasformazione della soffitta in mansarda o del balcone in veranda, apertura di nuove porte e finestre, costruzione dei servizi igienici in ampliamento delle superfici e dei volumi esistenti. Restauro e risanamento conservativo: adeguamento delle altezze dei solai nel rispetto delle volumetrie esistenti, ripristino dell’aspetto storico-architettonico di un edificio. Parti comuni di ristrutturazioni edilizie edifici condominiali  Per le parti comuni di edifici condominiali il bonus mobili spetta anche in caso di lavori di manutenzione ordinaria quali tinteggiatura pareti e soffitti, sostituzione di pavimenti, sostituzione di infissi esterni, rifacimento di intonaci, sostituzione tegole e rinnovo delle impermeabilizzazioni, riparazione o sostituzione di cancelli o portoni, riparazione delle grondaie, riparazione delle mura di cinta. Tipologie di elettrodomestici  La detrazione spetta per l’acquisto di mobili nuovi ed elettrodomestici  nuovi di classe energetica non inferiore alla A+ e A per i forni, per le apparecchiature per le quali sia prevista l’etichetta energetica. Gli elettrodomestici quali frigoriferi, asciugatrici, ventilatori elettrici, congelatori, stufe elettriche, apparecchi di cottura, piastre riscaldanti elettriche, forni a microonde, radiatori elettrici, ventilatori elettrici, apparecchi per il condizionamento che non prevedono l’obbligo dell’etichetta energetica possono comunque essere ammessi al beneficio, in quanto per queste tipologie di immobili non è obbligatoria l’etichetta energetica. Mobili e arredi rientranti nei bonus mobili Rientrano nel bonus mobili 2018 la seguente tipologia di mobili e arredi: librerie, scrivanie, tavoli, letti, materassi, armadi, cassettiere, sedie, comodini, divani, poltrone, credenze, apparecchi di illuminazione; che rappresentano  un necessario arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione. Anche le spese di trasporto e di imballaggio dei beni acquistati possono essere detratti purché i pagamenti risultino da bonifico, da carte di credito o carte di debito. Esempio di ripartizione del costo nella dichiarazione fiscale Il bonus mobili può essere richiesto per un importo massimo di 10.000 euro di spesa; le agevolazioni consistono in una detrazione del 50% del costo sostenuto, da ripartire in 10 rate  che verranno rimborsate in 10 anni dall’agenzia delle entrate, infatti per poter beneficiare dello sconto fiscale sarà necessario inserire le spese sostenute nella dichiarazione dei redditi, nel modello 730 o nel modello Redditi persone fisiche. Esempio nel modello 730 è presente l’apposita sezione III C dedicata alle spese per l’arredo degli immobili e iva per acquisto abitazione classe energetica A e B in cui sono presenti due righi. Il rigo E57 in cui vanno inserite le spese sostenute per l’arredo di immobili ristrutturati in cui va riportato il numero della rata e la spesa dell’arredo dell’immobile. E rigo E58 in cui vanno inserite le spese per l’arredo immobili sostenute dalle giovani coppie che hanno meno di 35 anni di età e va inserita la spesa sostenuta nel 2016. Sul sito dell’agenzia delle entrate sono spiegate le modalità di compilazione. Infatti, alle giovani coppie è riconosciuta una detrazione del 50 per cento delle spese sostenute nel 2016 per l’acquisto di mobili nuovi destinati all’arredo dell’abitazione principale. La detrazione non compete per l’acquisto di grandi elettrodomestici. Inoltre la detrazione per l’arredo degli immobili giovani coppie  non è nemmeno cumulabile con il bonus arredo immobili ristrutturati al rigo E57  e pertanto non è consentito fruire di entrambe le agevolazioni per l’arredo della medesima unità abitativa. Il limite dei 10.000 euro riguarda la singola unità immobiliare, e le sue pertinenze, che rientrano nelle seguenti categorie catastali C/2 per cantine o solai, C/6 box auto,  C/7 tettoie  e la parte comune dell’edificio oggetto di ristrutturazione. Quindi, il contribuente che esegue lavori di ristrutturazione su più unità immobiliari avrà diritto più volte al beneficio. Modalità di  pagamento per richiedere il bonus mobili La detrazione sugli acquisti di mobili è riconosciuta solo se i pagamenti sono effettuati con bonifico, carta di debito o carta di credito. Non danno diritto alle detrazioni gli acquisti pagati con assegni e in contanti. La circolare n. 7/2016 dell’Agenzia delle Entrate, stabilisce che il pagamento se è disposto con bonifico bancario o postale, non è necessario utilizzare quello  appositamente predisposto da banche e Poste S.p.a. per le spese di ristrutturazione edilizia perché è soggetto a ritenuta dell’8% a titolo di acconto dell’imposta sul reddito dovuta dall’impresa che effettua i lavori. Qualora il pagamento venga fatto con carte di credito o carte di debito la data di pagamento è individuata nel giorno in  cui è avvenuta la transazione, indicata nella ricevuta, e non nel giorno di addebito sul conto corrente. Documenti da conservare E’ necessario conservare la ricevuta del bonifico, la ricevuta di avvenuta transazione per i pagamenti con carta di credito o di debito, la documentazione di addebito sul conto corrente, le fatture di acquisto dei beni e dei servizi con la descrizione degli stessi. Interventi rientranti nella ristrutturazione edilizia art. 3 comma 1, del DPR 380/2001  – lettere C e D Gli interventi di ristrutturazione edilizia mirano  a trasformare un fabbricato attraverso la messa a punto di un insieme di opere che possono portare a un fabbricato del tutto o in parte diverso dal precedente. Oggetto  di ristrutturazione edilizia sono: la demolizione e ricostruzione immobile con la stessa volumetria dell’immobile preesistente, modifica della facciata, realizzazione di una mansarda o di un balcone, trasformazione della soffitta in mansarda o del balcone in veranda, apertura di nuove porte e finestre, costruzione dei servizi igienici con ampliamento delle superfici e dei volumi esistenti. L’Agenzia delle Entrate ha stabilito che la detrazione fiscale non spetta per la demolizione e ricostruzione con ampliamento, in quanto l’intervento si considera, nel suo complesso, una nuova costruzione. Se la ristrutturazione avviene senza demolire l’edificio esistente e con ampliamento dello stesso, la detrazione spetta solo per le spese riguardanti la parte esistente in quanto l’ampliamento rappresenta sempre una “nuova costruzione”. Modalità di pagamento Per avere l’agevolazione non è necessario effettuare i pagamenti mediante bonifico, ma il contribuente deve essere in possesso dell’atto di acquisto, o del preliminare di vendita registrato, da cui risulti la data di ultimazione dei lavori e che si tratta di immobile facente parte di un edificio interamente ristrutturato. Inoltre  il contribuente dovrà chiedere all’impresa di costruzione che ha realizzato i lavori una dichiarazione che certifica le condizioni richieste per avere l’agevolazione. Gli importi versati a titolo id acconto usufruiscono dell’agevolazione solo se  alla data di presentazione della dichiarazione dei redditi sono stati registrati il preliminare di acquisto o il rogito. Detrazione ristrutturazione edilizia come calcolarla la detrazione è pari al 50% e spetta su un importo massimo di spesa di 96.000 euro e va sempre ripartita in 10 rate annuali di pari importo. Indipendentemente dal valore degli interventi eseguiti, l’acquirente o l’assegnatario dell’immobile deve comunque calcolare la detrazione del 50 su un importo forfettario, il 25% del prezzo di vendita che risulta dall’atto di acquisto o di assegnazione. Il prezzo comprende anche l’Iva addebitata all’acquirente. ESEMPIO Un contribuente acquista un’abitazione nel 2018 al prezzo di 300.000 euro. Il costo forfettario di ristrutturazione del 25% calcolato su 300.000 euro è pari a 75.000 euro. La detrazione del 50% di 75.000 euro è pari a 37.500 euro. La detrazione, spetta, oltre al proprietario, anche al nudo proprietario e al titolare di un diritto reale di godimento sull’immobile, quale uso, usufrutto, abitazione. Nella propria dichiarazione dei redditi, modello 730 va compilato la sezione III A spese per interventi di recupero edilizio e misure antisismiche. Nel rigo E41 va inserito l’anno, il codice fiscale, il numero di rata, l’importo, il n. d’ordine Immobile. Nella sezione III B al rigo E51 vanno inseriti i dati catastali che permettono di identificare l’immobile  e altri dati per fruire della detrazione esempio estremi di registrazione dell’atto che ne costituisce titolo (ad esempio, contratto di affitto), se i lavori sono effettuati dal detentore; sul sito dell’agenzia delle entrate sono spiegate le modalità di compilazione rigo per rigo  www.agenziaentrate.gov Esempio di Detrazione IRPEF trasmessa all’erede L’ Agenzia delle Entrate con la circolare 7/e del 04 aprile 2017 stabilisce che in caso di morte del de cuius, ossia il proprietario dell’ immobile, l’erede, esempio il figlio, il coniuge, non perde il diritto al riconoscimento della detrazione IRPEF sull’immobile ristrutturato, sulle restanti rate a condizione che l’erede ne disponga materialmente non solo nell’anno di accettazione dell’eredità ma anche per ciascun anno per il quale si vuole usufruire delle residue rate di detrazione. L’erede non può beneficiare della detrazione per gli anni in cui ha concesso in locazione o dato in comodato l’immobile, perché non detiene la disponibilità materiale dell’immobile, in questo caso l’agevolazione è sospesa, fino al termine di conclusione del contratto di locazione o comodato, quando riprende la detenzione materiale e diretta dell’immobile. In presenza di più eredi, la detrazione spetta a ciascuno pro-quota; se l’immobile viene utilizzato come abitazione, la detrazione spetta all’erede che utilizza l’immobile, ossia a colui che effettivamente ci abita; se il coniuge superstite ha rinunciato all’eredità, ma ha conservato il diritto di abitazione, non può usufruire delle detrazioni, perché venuta meno la condizione di erede; infine se l’immobile è locato, la detrazione viene persa e quindi non trasmessa all’erede. E’ opportuno osservare tutti gli adempimenti fiscali e normativi al fine di usufruire delle agevolazioni di cui si ha diritto, occorre prestare attenzione alle circolari dell’ agenzia delle entrate e alla legge di stabilità 2018. Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 11/E del 21 maggio 2014, Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 10/E del 14 maggio 2014, Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 29/E del 18 settembre 2013,  Dl 4 giugno 2013, n. 63 – art. 16, comma 2 (introduzione della detrazione). Legge 205/2017 – legge di bilancio 2018 – art. 1, comma 3, lett. b (proroga dell’agevolazione al 31 dicembre 2018),  Dpr 917/1986 – Testo unico delle imposte sui redditi – art. 16-bis (detrazione delle spese per interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica degli edifici) – art. 15 (detrazioni per oneri).
7 Novembre 2019
Società immobiliare: Vademecum e Vantaggi

Società immobiliare – Vantaggi agenzia immobiliare

Approfondiamo insieme in pochi e semplici step Finalità La società immobiliare nasce con lo scopo di ottimizzare il rendimento dei beni gestiti Società immobiliare: conosciamo davvero tutto? Approfondiamo insieme in pochi e semplici step Finalità La società immobiliare nasce con lo scopo di ottimizzare il rendimento dei beni gestiti e rendere funzionale il carico fiscale, conosciuto come spin-off immobiliare, che consiste nello scindere gli investimenti immobiliari dalla ordinaria attività dell’impresa. Definizione di immobiliare Non esiste una definizione di società immobiliare univoca ma non esiste nemmeno una regolamentazione normativa in senso stretto disciplinata dal Codice Civile o dalle leggi fiscali. Tuttavia abbiamo la consuetudine di definire in questo modo tutte le società che svolgono la loro attività prevalente nel settore immobiliare. Classificazione delle società In merito all’attività svolta è possibile identificare diverse tipologie di società immobiliari: immobiliari di compravendita, che acquistano gli immobili destinati successivamente alla rivendita; immobiliari di gestione che acquistano gli immobili per locarli a terzi; immobiliari di costruzione, hanno come oggetto esclusivo la costruzione di immobili. Disciplina fiscale delle diverse società immobiliari Ogni società è soggetta ad un regime fiscale differente. Per le immobiliari di compravendita il reddito conseguito dalla cessione di immobili, che rappresenta un ricavo di vendita, secondo l’art 53 del TUIR si riterrà fiscalmente conseguito solo con il trasferimento giuridico della proprietà. Per le immobiliari di gestione, gli immobili sono detenuti durevolmente dalla società, esempio i fabbricati e i terreni, dunque interesseranno i frutti che si ricaveranno dall’immobile in termini di affitto. La determinazione del reddito imponibile delle immobiliari di gestione segue le norme relative alla determinazione del reddito fondiario secondo la classificazione dei redditi prevista dall’art 6 del TUIR. L’art. 43 del TUIR definisce immobili strumentali per destinazione gli immobili che il proprietario usa per l’esercizio delle proprie attività d’impresa, arte e professione, es. il fabbricato che concede in uso al dipendente che per motivi di lavoro ha trasferito la residenza anagrafica. Inoltre, l’art. comma 2 dell’art. 43 del TUIR chiarisce il concetto di strumentalità di immobile facendovi rientrare anche gli immobili non utilizzati esclusivamente dal proprietario per l’esercizio di attività di impresa, o arte e professione. Secondo la classificazione catastale gli immobili strumentali sono anche le unità immobiliari per uso di alloggi collettivi, gruppo B; a destinazione ordinaria commerciale, gruppo C; a destinazione speciale, gruppo D; uffici e studi privati, categoria A/10. Con riferimento, invece, alle abitazioni civili, la determinazione del reddito avviene in base all’articolo 37 del TUIR (rendita catastale). Pertanto i costi sostenuti per l’immobile rilevati in bilancio dovranno essere oggetto di apposita variazione in aumento, perché indeducibili; sarà tassata invece il valore della rendita catastale rivalutata. Disciplina IVA Il D.L. 83/2012 ha introdotto novità in merito alle locazioni di immobili abitativi, i quali sono da ritenersi esenti da Iva. Tuttavia se l’immobile è concesso in locazione dall’impresa che ha eseguito interventi di recupero secondo quanto previsto dall’art. 3 comma 1, lettera c) d) del D.P.R. 380/2001 o, se i contratti hanno ad oggetto fabbricati destinati ad alloggi sociali si applica l’aliquota IVA del 10%. Allo stesso modo sono previste esenzioni anche per gli immobili strumentali. Tuttavia è possibile scegliere l’imponibilità ai fini IVA, e, applicare l’aliquota del 22%. Inoltre, il decreto legge n. 83/2012 ha stabilito per la prima volta al 50% il bonus ristrutturazioni e a 96.000 euro il tetto di spesa agevolata. Interventi legislativi La Legge di Stabilità 2016, ha previsto, per il settore immobiliare, detrazioni relative alle ristrutturazioni edilizie il cd. Bonus Edilizia, che comprende anche l’acquisto di grandi elettrodomestici e/o mobili legati all’intervento, e agevolazioni relative all’acquisto di abitazioni principali. Per le locazioni abitative, il D.L n. 47 del 12 marzo 2014 (Piano Casa 2014), ha introdotto una corposa riduzione di una delle due aliquote dell’imposta sostitutiva. In tema di acquisto di immobili a destinazione locativa/abitativa, invece, con il D.L. n. 133 del 12 settembre 2014 (Decreto Sblocca Italia) sono state introdotte norme al fine di dare nuovo rilancio al settore delle abitazioni civili. Esempi e vantaggi fiscali La Ducale S.P.A., società di sviluppo immobiliare di Tecnocasa ha ribadito la convenienza ad acquistare una casa nuova nel 2018 non solo grazie alle agevolazioni fiscali, ai bonus previsti dalla legge di stabilità e ai mutui agevolati inerenti all’acquisto e alla ristrutturazione; ma perché è possibile godere anche di una garanzia decennale sui difetti di edificazione, previsti dall’art.4 del decreto legislativo numero 122 del 20 giugno 2005, oltre a spuntare un prezzo economicamente più vantaggioso rispetto al passato per il calo dei valori nel settore immobiliare. A questi, si aggiungono altri vantaggi di natura architettonica, di design innovativi e moderni. E’ previsto, inoltre per l’uso di sistemi tecnologici avanzati, un Eco bonus del 65% per gli interventi di efficienza energetica al fine di rendere sicura la nostra abitazione, con una detrazione IRPEF e IRES ripartita in 10 rate nella propria dichiarazione dei redditi per un massimo di 96.000 euro. Le buone notizie nel settore immobiliare, nel corso degli ultimi anni, non si sono fatte attendere, infatti, come abbiamo visto precedentemente, importanti passi avanti sono stati compiuti. Il settore immobiliare, nonostante abbia conosciuto periodi di stasi, sta sollevando le redini della sua sorte grazie a una serie di misure favorevoli. L’agenzia immobiliare in concreto Un’agenzia immobiliare è una società di capitali o di persone che svolge l’attività di mediazione immobiliare nella vendita o nella locazione (affitto) di beni immobili per conto di terze persone (privati o aziende). Il professionista che lavora all’interno dell’agenzia immobiliare è l’agente immobiliare che si occupa ed è responsabile in toto delle mediazioni a suo carico. A livello giuridico l’agenzia immobiliare è regolata dalla legge n. 39 del 1989 e da DM il 26 ottobre 2011. Valutazione immobiliare se ti serve una valutazione del tuo immobile o un stima immobiliare basata sui dati di mercato in modo del tutto gratuita e senza impegno, o vuoi scoprire quanto vale la tua casa per una possibile locazione o vendita compila il form qui sotto e verrai ricontattato in tutta italia da un’agente immobiliare professionale che ti auterà in questa tua impresa immobiliare Caratteristiche della nostra valutazione immobiliare L’andamento del mercato immobiliare è influenzato da diversi fattori e può cambiare rapidamente. La valutazione è sempre aggiornata e analizza molte fonti, tra cui l’osservatorio del mercato immobiliare (IMO) e il nostro ampio database. Quanto vale la mia proprietà Otterrai una valutazione affidabile e gratuita da un’agente immobiliare preparato e professionale. Inserisci l’indirizzo nella richiesta di contatto e le caratteristiche principali della proprietà per ottenere un preventivo rapido che includa un valore minimo, medio e massimo. Scopri il valore della tua proprietà. Perché fare una valutazione immobiliare Se sei pronto a vendere o affittare una casa, in tutta italia ti forniremo una stima del valore della proprietà che ti interessa e una consulenza personalizzata sul tuo immobile. Perché chiedere a noi la valutazione immobiliare Sono necessarie poche informazioni semplici per completare il modulo di proprietà da valutare. In soli due minuti e pochi passaggi, puoi richiedere una stima del valore della proprietà per locazione e la vendita riceverà un rapporto con tutte le informazioni utili per una possibile vendita o affitto immobiliare. Alla luce di quanto hai letto, cosa ti frena? Rivolgiti a noi per qualsiasi chiarimento sulla tipologia di società o una valutazione più rispondente alle tue esigenze. Siamo disponibili per una consulenza gratuita. Ti aspettiamo! Art. 6 del TUIR Art. 37 del TUIR Art. 43 del TUIR Art. 53 del TUIR Art. 90 del TUIR Art. 2426 del Codice Civile
6 Novembre 2019
SuperAmmortamento: come funziona?

Super Ammortamento: Come funziona

Il Super Ammortamento è un’importantissima misura introdotta per la prima volta con la Legge di Stabilità nel 2016 al fine di incentivare gli investimenti Il Super Ammortamento è una misura introdotta per la prima volta con la Legge di Stabilità nel 2016 al fine di incentivare gli investimenti da parte delle imprese. Un anno dopo, nel 2017, il Super Ammortamento si è riconfermato pari al 140% previsto anche per le auto aziendali. Con il 2018, invece, questa agevolazione ha subito modifiche infatti il Super Ammortamento è diminuito al 130% e sono state introdotte delle novità; una delle prime è stata l’eliminazione delle auto dalle agevolazioni. Definizione di super Ammortamento E’ un’agevolazione che consente ai titolari di aziende di usufruire di una maggiorazione del 30% sul costo di acquisto del bene durevole. Qualora gli imprenditori, i professionisti, i titolari di ditte individuali, intendano acquistare beni strumentali materiali, destinati ad essere utilizzati per più cicli produttivi in azienda, basti pensare ai macchinari, alle attrezzature, ai software, ai pc, potranno avvalersi del Super Ammortamento del 30% e pagare una maggiorazione sul costo del bene che, successivamente, andranno a dedurre dal reddito in rate costanti e per più anni per alcuni beni. Soggetti beneficiari del super Ammortamento I soggetti che possono usufruire del Super Ammortamento si dividono in due categorie: da un lato abbiamo coloro che producono reddito di lavoro autonomo; dall’altro coloro che producono reddito d’impresa. I primi sono i professionisti, gli avvocati, i dottori commercialisti, gli ingegneri, gli architetti, e tutte le altre categorie che producono redditi di lavoro autonomo, sia che rientrano nel regime dei minimi che in quello ordinario; sono esclusi coloro che rientrano nel regime forfettario come previsto dall’art.1, commi da 54 a 89, della L.190/2014 e le imprese marittime soggette al regime di Tonnage Tax previsto dagli art. da 155 a 161 del TUIR, in base ai quali il reddito imponibile derivante dall’utilizzo delle navi è determinato in base a coefficienti parametrati agli scaglioni di tonnellaggio netto delle navi medesime. I secondi sono: i titolari di azienda che producono reddito d’impresa; gli esercenti arti e professioni, gli artigiani, i titolari di ditte individuali, anche in fase di costituzione azienda o ditta, a prescindere dal regime contabile adottato, come stabilito dalla Circolare 23/E del 2016. Quali sono i beni strumentali per il super Ammortamento I beni strumentali sono i beni inerenti all’attività senza i quali non potrebbe esserci produzione. Dunque sono determinanti per l’esercizio dell’attività. Sono chiamati anche cespiti. Per un’azienda di produzione i beni strumentali sono i macchinari, le attrezzature, i computer, i mobili ad uso durevole. Possono essere beni strumentali anche dei semplici attrezzi usati in un’officina meccanica, esempio il martello, o ancora, si pensi agli attrezzi agricoli utilizzati dal contadino per arare il terreno; dunque la strumentalità è legata al concetto di utilità e legame, inerenza, con l’attività stessa. Il principio di inerenza è stabilito dall’art. 109 comma 5 del TUIR (Testo Unico sulle Imposte dei redditi) il quale prevede che le spese saranno deducibili se e nella misura in cui si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito, o che non vi concorrono in quanto esclusi. Disciplina fiscale dei beni materiali nel super Ammortamento Secondo l’art. 102 del TUIR le quote di ammortamento del costo dei beni materiali, strumentali per l’esercizio dell’impresa, sono deducibili a partire dall’esercizio di entrata in funzione del bene. A seconda della tipologia di bene varia anche il costo e la sua ripartizione; infatti se il costo è inferiore o uguale a 516,46 euro va detratto in un’unica soluzione. Qualora sia superiore il costo va ripartito in cinque anni e in quote costanti. Il decreto ministeriale del 31 dicembre 1988, ha riassunto e stabilito in una tabella i coefficienti di ammortamento da applicare a seconda delle tipologie di attività, suddivise in gruppi, per settore di appartenenza. Esempio super Ammortamento Supponiamo che un’azienda produca materassi e decida di acquistare un nuovo macchinario al prezzo di 10.000,00 euro, sul quale applica il coefficiente ministeriale del 10% . La quota di ammortamento civilistica da iscrivere in bilancio sarà pari a 1.000,00 euro. Con il Super Ammortamento del 30% l’azienda di produzione potrà dedurre 1.300,00 euro. I 300 euro in più di ammortamento rappresentano la variazione in diminuzione della base imponibile su cui calcolare le imposte nella propria dichiarazione dei redditi. Un caso di sicuro interesse che ha destato l’attenzione è la società Magica Servizi SNC di Varese. Una società specializzata nella pulizia civile, industriale, disinfestazione, derattizzazione, pulizia giardini, aree verdi, pulizia fotovoltaico, pulizia facciate, che nel 2017 ha usufruito del Super Ammortamento del 140% per l’acquisto di macchinari da destinare alla pulizia professionale degli ambienti. Limiti ed esclusioni del super Ammortamento Per poter trarre dei vantaggi dal Super Ammortamento è necessario che i beni strumentali siano nuovi ed acquistati in proprietà o in leasing finanziario nel lasso di tempo che va dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018; oppure entro il 30 giugno 2009 a patto che il fornitore abbia accettato l’ordine e che il pagamento sia avvenuto tramite acconti in misura almeno pari al 20% del costo di acquisizione. I beni esclusi dalla maggiorazione del 30% sono i beni immateriali eccetto il software strumentale al funzionamento di impianti e macchinari ad alta tecnologia; i beni materiali strumentali peri quali il D.M 31/12/88, stabilisce i coefficienti di ammortamento inferiori al 6,5%; sono allo stesso modo esclusi i fabbricati, le costruzioni, le autovetture aziendali, i veicoli e gli altri mezzi di trasporto di cui all’articolo 164, comma 1 del TUIR. Dal momento che l’agevolazione vale al 24% ai fini IRES per le società e ai fini IRPEF per le società di persone e persone fisiche, ma non ha rilevanza ai fini IRAP, anche se rispetto all’anno precedente è diminuito, passando dal 140% al 130% , resta comunque conveniente; infatti in bilancio il bene verrà ammortizzato secondo le ordinarie aliquote di ammortamento, nella dichiarazione dei redditi, invece, verrà effettuata una variazione in diminuzione. Il Super ammortamento al 140% è un provvedimento che è stato inserito per la prima volta nella Legge di Stabilità del 2016, rappresenta la volontà da parte dello Stato di incentivare lavoratori autonomi ed imprese ad investire su nuovi beni strumentali e beni in leasing, da impiegare nella vita aziendale. Questa agevolazione – detta anche Maxi ammortamento – permette ai fruitori di dedurre delle quote di ammortamento per un 40% in più rispetto all’impegno fiscale dell’investimento. Chi può usufruire delle agevolazioni Potenzialmente, tutti possono attingere ai benefici fiscali proposti dal Super ammortamento al 140%, ad eccezione di coloro che già fruiscono del regime fiscale forfettario; ciò significa che tutti gli imprenditori ed i professionisti ne possono usufruire, anche i lavoratori autonomi ed i titolari di partita IVA che operano in un regime de minimis. Beni agevolabili È la domanda più frequente in tema di Super ammortamento al 140%. Per avere diritto all’agevolazione, l’investimento di proprietà o in leasing deve essere qualificato come bene strumentale da adibire al buon funzionamento della vita aziendale, quindi autoveicoli commerciali e ad utilizzo industriale, ma anche quei prodotti aventi un costo minore di € 516,46 i quali potranno essere interamente dedotti nell’anno in cui è avvenuto l’acquisto. Cosa Prevede la legge Il legislatore ha previsto anche un caso ibrido: hanno diritto all’agevolazione i beni complessi realizzati con il supporto di beni usati, qualora questi ultimi non dovessero avere un costo superiore al bene nuovo. Sono da escludere dall’agevolazione i fabbricati, beni con coefficiente di ammortamento minore del 6,5% ed altri beni descritti nel Decreto Legge di Stabilità 2016 come tubi, condutture, materiale ad utilizzo ferroviario, …). Precisazione doverosa va fatta per gli investimenti in leasing, in cui l’ammortamento del 140% non interviene sull’intero ammontare del canone, bensì sulla quota capitale del contratto. Esempio pratico Non tutti hanno familiarità con la terminologia fiscale, quindi può essere utile proporre un semplice esempio esplicativo: se non ci fosse questo strumento fiscale, qualora la tua impresa dovesse acquistare o prendere in leasing un’automobile dal valore di 10 mila euro con un coefficiente di ammortamento del 10%, dovresti distribuire la quota di ammortamento su dieci esercizi, con un valore di mille euro all’anno da iscrivere nel bilancio. Mentre con il Super ammortamento al 140%, la quota iscritta in bilancio è di 1.400 euro ovvero pari al 14% annuo rispetto al 10% in condizioni standard, a conferma dell’effettiva possibilità di concretizzare una maggiore deduzione fiscale. Se hai un’attività che intende acquistare un bene che possa contribuire concretamente alla vita economica della tua azienda, perché non usufruisci del Super ammortamento al 140%? Se anche tu rientri in una delle categorie di beneficiari summenzionate, richiedi subito l’agevolazione! Non attendere, massimizza e investi il tempo disponibile! art. 109 comma 5 TUIR disiciplina fiscale dell’ammortamento beni materiali art. 102 TUIR risoluzione 78/E del 17 giugno 2005 circolare 23/E 2016
5 Novembre 2019
Rappresentante fiscale: tutto quello che c’è da sapere

Rappresentante fiscale: Ecco cosa devi sapere

Il rappresentante fiscale è una persona che risiede nel territorio nazionale dello Stato, può essere sia una persona fisica che giuridica Il rappresentante fiscale viene delegato ad agire in nome e per conto di aziende estere che vogliono porre in essere scambi commerciali con il nostro Paese. Le aziende estere che vogliono entrare nel mercato italiano dovranno compiere una serie di operazioni importanti ai fini IVA al fine di di realizzare profitti in Italia. Gli obblighi del rappresentante fiscale Qualora le aziende estere non abbiano una stabile organizzazione in Italia, o non possano identificarsi come soggetti passivi IVA perché magari non appartengono ai paesi dell’UE come stabilito dall’art 17, comma 2 D.P.R. n. 633/1972 sono obbligati a nominare un rappresentante fiscale in Italia, in qualità di mandatario, che assiste l’azienda estera. Per poter esercitare la sua funzione il rappresentante fiscale deve aprire la propria partita iva utilizzando o il modello AA/7 o AA/10. Può avere anche più partite IVA per rappresentare le aziende estere non residenti. Responsabilità del rappresentante fiscale Il rappresentante fiscale sarà responsabile in solido di tutti gli adempimenti fiscali previsti dall’ art. 17 comma 3 D.P.R. n. 633/1972 con l’azienda estera, sia per quanto riguarda la fatturazione, che la registrazione documentale e il versamento delle imposte, nonché le eventuali sanzioni. Pertanto dovrà occuparsi della liquidazione IVA, della sua detrazione o rimborso, della dichiarazione annuale IVA. Nomina del rappresentante fiscale La sua nomina è obbligatoria; avviene o per atto pubblico; con scrittura privata registrata; con lettera annotata presso l’ufficio competente dell’Agenzia delle Entrate prima che venga effettuata l’operazione soggetta ad IVA nel domicilio del rappresentante fiscale secondo le modalità prevista dall’ art. 35 del DPR n. 633/1972, prima del passaggio dei beni. Qualora la lettera di incarico venga annotata tardivamente l’atto di nomina non produrrà alcun effetto, infatti, se manca una valida nomina del rappresentante, l’Ufficio dell’ Entrate non potrà stabilire una data certa dalla quale far decorrere gli effetti derivanti dalla rappresentanza. il Premio Capital Elite rappresentante fiscale La Tuvia Italia si è posta come rappresentante fiscale al fine di agevolare gli scambi internazionali di merce e rendere più agevole l’ingresso nei mercati esteri. La Tuvia Italia/Kerry Logistics offre servizi internazionali di trasporti terrestri, aerei, marittimi; logistica per fiere, per e-commerce e logistica integrata. L’anno scorso a maggio la società asiatica Kerry Logistics ha acquisito la Tuvia Italia ampliandone il portafoglio; ciò ha consentito di offrire ai clienti soluzioni avanzate nel settore trasporti e logistica. La Tuvia Italia ha ricevuto un importante riconoscimento, è stata premiata per il suo lavoro di rappresentante fiscale dalle due più famose compagnie cinesi di bike sharing “non-docking” per l’avvio delle relative attività in Italia utilizzando i nuovi servizi ferroviari Cina-Europa. Un consiglio: prima di maturare l’idea e abbracciare il sogno di un eventuale inizio attività internazionale vi invito a leggere il seguente articolo e a verificare che la persona da voi scelta, in qualità di vostro rappresentante fiscale, abbia tutti i requisiti e abbia adempiuto a tutti gli obblighi a suo carico prima di accettare il vostro mandato. Se anche tu pensi di aver bisogno di un rappresentante fiscale, non esitare a contattarci!
3 Novembre 2019
Regime Forfettario: quante tasse si pagano?

Piva regime forfettario

Quando decidi di aprire una tua partita IVA puoi avvalerti del regime forfettario, che è un importante strumento per avere agevolazioni sulla tassazione L’unico attualmente in vigore se non consideriamo quello ordinario. Se scegli questa modalità, il tuo reddito verrà tassato a forfait, applicando un coefficiente di redditività diverso a seconda del tipo di attività che decidi di svolgere, per cui non è sempre chiaro avere presente quante tasse dovrai pagare. In questo articolo andiamo a fare un po’ di chiarezza in merito. Il nuovo regime Forfettario A seguito della Manovra Economica del 2016, attuata dal Governo di Matteo Renzi, che sarà sicuramente d’accordo con il contenuto di questo articolo, il regime forfettario (detto anche regime agevolato autonomi) ha sostituito quello dei minimi, subendo una serie di modifiche che riguardano differenti aspetti, come requisiti regime forfettario, le soglie dei compensi e ricavi e il calcolo della base imponibile, che si basa ora su nuovi coefficienti di redditività differenti in base all’attività esercitata, su cui va calcolata l’aliquota sostitutiva del 15% o 5% per le start up, uno dei cavalli di battaglia dell’azione politica dell’ex premier italiano. I vantaggi del regime forfettario Se hai scelto il regime forfettario, attualmente potrai godere di una serie di agevolazioni fiscali importanti come l’esclusione da IVA, IRAP, oltre ad avere il tuo reddito relazionato ad una imposta sostitutiva IRPEF e IRAP del 15%. Mica male, no? Se inoltre non hai concluso i 5 anni di applicazione del regime dei minimi o non ha raggiunto i 35 anni di età, l’imposta sostitutiva si riduce al 5% sempre nel rispetto del limite dei ricavi. Avrai lo stesso trattamento anche se deciderai di avviare una nuova start up e potrai beneficiarne per 5 anni. Il Calcolo delle tasse nel regime forfettario Andiamo ad affrontare il punto più spinoso della questione: quante tasse dovrai pagare se hai scelto il regime forfettario e come si calcolano? Per prima cosa, è importantissimo identificare il codice ATeco che hai specificato quando tu o il tuo commercialista di fiducia ha aperto la tua partita IVA. Ad esso, infatti, corrisponde un coefficiente di redditività che troverete indicato nell’allegato numero 4 della legge 190 del 2014 cambiato dalla Legge di Stabilità del 2016. Questa percentuale varia in genere dal 40 all’86 percento ed è variabile a seconda della profesisone che si svolge. Essa va applicata al tuo reddito annuale e sul ricavato (che prende il nome di Reddito Imponibile) bisogna poi calcolare l’aliquota del 15% o del 5% a seconda che la tua impresia sia nuova o che esista da tempo. Esempio pratico di tassazione regime forfettario Per essere più precisi e concreti sulla questione prendiamo l’esempio concreto di un libero professionista, un giovane avvocato che ha guadagnato 20 mila euro quest’anno e rientra in quella categoria che presenta un coefficiente di redditività del 78%: facendo due conti, noteremo che il reddito imponibile è di 15.600 e l’imposta dei minimi sarà pari al 15% ossia 2.340 € mentre nel caso di una nuova attività calerà al 5%, per cui dovrà pagare solo 780 €. Non serve certo stare a fare calcoli complicati per capire quanto è conveniente questa formula, specialmente se consideri che primo scaglione di reddito per un contribuente ordinario ha una percentuale del 23%! Il regime forfettario è una forma di agevolazione fiscale valida per chi in possesso di una partita Iva, è un modello di inquadramento fiscale completamente riformato nella legge di stabilità 2016 con diversi vantaggi applicativi; Si differenzia da un regime ordinario in quanto in questa circostanza, ciò che viene realizzato in termini reddituali subisce una tassazione a forfait calcolata mediante un coefficiente di redditività, stabilito dal tipo di attività esercitata dal soggetto fisico o giuridico. Chi può accedere al regime forfettario: ecco tutti i requisiti Solo se possiedi determinati requisiti puoi accedere alle agevolazioni. Accedere al regime forfettario è possibile per le persone fisiche che possiedono un’attività imprenditoriale o professionale (anche l’attività economica di tipo familiare) le quali maturano un valore reddituale annuo entro certi limiti, definiti dal codice Istat ATECO che inquadra i vari tipi di attività economica esercitabile: la cifra si attesta dai 15 ai 50 mila euro, sarà l’identificazione dell’attività a scandirne le restrizioni, ti consigliamo di consultare il codice Istat in base all’attività imprenditoriale esercitata. Se con la partita Iva eserciti più attività d’impresa si deve tener conto del valore più alto, tra i vari limiti di reddito contemplati della molteplici attività. Limitazioni al regime forfettario Non potranno godere dei vantaggi del regime fiscale agevolato, tutti coloro che non presentano i requisiti descritti. In particolare, non puoi accedere al regime forfettario se già ti avvali di un regime IVA speciale come ad esempio un’attività di compravendita di oro oppure se il ‘core business’ della tua attività è la cessione di fabbricati o terreni edificabili; sono escluse anche le attività non residenti in Italia, ad eccezione di quelli appartenenti a Stati Membri UE che producono almeno tre quarti del proprio reddito sul territorio nazionale. Tutti i vantaggi del regime forfettario Ci sono diversi vantaggi per gli aventi diritto al regime forfettario, in primis non è previsto alcun obbligo di registrazione delle fatture di vendita emesse, fatture di acquisto e dei corrispettivi; non costituirà obbligo la dichiarazione IVA annuale e la relativa comunicazione, si viene esentati dall’obbligo di dichiarazione per l’avvenuta vendita di prodotti o servizi presso Paesi esteri inseriti nella “Black List“, inoltre si è automaticamente esclusi dagli studi di settore, dunque l’attività esercitata non riceverà dal fisco ulteriori valutazioni in base alla reale capacità di generare reddito. In più chi possiede un regime fiscale agevolato ha l’ulteriore vantaggio di non dover conservare i registri dei documenti, eccezione fatta per le bolle doganali e fatture di acquisto, le quali invece devono essere certificate. Come vedi, le agevolazioni ed i vantaggi non mancano. Perché non verifichi i requisiti per accedere al regime forfettario? regime forfettario – conclusione Il regime forfettario è uno strumento validissimo per tutti i liberi professionisti e coloro che decidono di aprire una ditta individuale per poter avere una tassazione agevolata rispetto al modello ordinario, decisamente più oneroso e rigido. Perché allora non approfittare di questi ed altri vantaggi che il Fisco mette a disposizione della tua nuova avventura imprenditoriale?
3 Novembre 2019
Fondi pensione: quanto e come risparmiare sul fisco

Fondo pensione: Tassazione e risparmio sul fisco

Fondo pensione: La prima ragione per la quale le persone sottoscrivono dei fondi pensione integrativi è quella di avere un’entrata aggiuntiva La prima ragione per la quale le persone sottoscrivono dei fondi pensione integrativi è quella di avere, al momento del pensionamento, un’entrata aggiuntiva. Se hai pensato di percorrere anche tu questa strada dovrai tenere conto di un ulteriore vantaggio: la possibilità di dedurre gli importi versati dal tuo reddito imponibile in sede di dichiarazione annuale. Quando e quanto versare al fondo pensione Come detto i fondi pensione integrativi permettono di risparmiare sul fisco. Ma bisogna aver chiaro quando è conveniente creare un fondo e quanto è preferibile versare. Prima aderirsi a un fondo pensione meglio sarà, perché alla liquidazione sono previste delle tassazioni ridotte al superamento di 15 anni di iscrizione al fondo ma anche perché, superati gli 8 anni di versamenti, il 75% del capitale può essere riscattato per spese sanitarie, acquisto e ristrutturazione casa. Per capire quanto versare ti sarà utile sapere che sono deducibili gli importi fino a 5.164,67 euro annui. Quanto si può risparmiare con il fondo pensione La quota deducibile ammonta a 10 milioni delle vecchie lire, ma quanto si può risparmiare sul fisco? Con il versamento annuo di 5164,67 euro potrai risparmiare tra i 1.187 e i 2.220 euro grazie a un abbassamento dell’aliquota Irpef previsto dall’articolo 10 del Tuir e dall’articolo 8 del Decreto legislativo 252 del 2005. Per ottenere la deduzione, alla dichiarazione dei redditi va allegata la dichiarazione dei versamenti effettuati oppure l’estratto conto del proprio fondo pensione integrativo. Sono tutti documenti che ti verranno forniti direttamente da chi gestisce il tuo fondo pensione. Altri vantaggi dei fondi pensione integrativi L’adesine al fondo pensione ti darà anche la possibilità, in caso di perdita del lavoro per più di 12 mesi consecutivi, di riscattare il 50% del capitale. Se l’interruzione si dovesse prolungare per 48 mesi viene data la possibilità di rientrare in possesso di tutto il versato. Al momento della pensione sarai invece di fronte a due scelte: ritirare subito tutto il capitale, oppure riaverne il 50% e il restante sotto forma di rendita vitalizia (quest’ultima diventa l’unica opzione percorribile in caso di capitali superiori a 100mila euro). I capitali versati in un fondo pensione sono inoltre impignorabili, ciò significa che non possono essere intaccati da Equitalia, banche o altri creditori. Se anche tu, dunque, intendi percorrere la strada della previdenza complementare varrà la pena valutare vantaggi e svantaggi di quest’operazione in base alla tua specifica situazione reddituale. Chiedere consiglio a un professionista del settore è sempre la strada consigliata per scegliere il tipo di fondo integrativo migliore e la rata più adatta: si tratta infatti di un prodotto che ti accompagnerà per tutta la tua vita lavorativa.
2 Novembre 2019
Partita IVA e lavoro dipendente insieme: Possibile?

Partita iva e lavoro dipendente

Partita iva e lavoro dipendente: In questa breve guida troverai tutte le informazioni che stai cercando. Il lavoratore dipendente può aprire la Partita IVA? Partita iva e lavoro dipendente: Da diverso tempo stai pensando di avviare un’attività in proprio ma non sai se puoi aprire una Partita IVA pur avendo un contratto di lavoro dipendente? In questa breve guida troverai tutte le informazioni che stai cercando. Il lavoratore dipendente può aprire la partita IVA Se si tratta di un lavoratore assunto nel settore privato la risposta è sì, purchè vengano rispettate determinate regole. Occorre innanzitutto precisare che nel settore pubblico vi è l’obbligo di esclusiva, per cui i dipendenti della Pubblica Amministrazione difficilmente potranno avviare contemporaneamente anche un’attività in proprio. Al lavoratore di un’azienda privata invece è concesso, purchè la nuova attività che si desidera avviare non sia in concorrenza con quella svolta, come previsto dall’art. 2105 del Codice Civile. L’inosservanza di questa regola può comportare il licenziamento per giusta causa. Da valutare infine la comunicazione al datore di lavoro. Sebbene non vi sia alcun obbligo è sempre bene provvedere ad informarlo per evitare problematiche future. Partita iva e lavoro dipendente: cosa occorre valutare Prima di aprire una nuova partita IVA vi sono alcuni elementi che dovrai valutare attentamente per dare alla tua nuova attività le migliori prospettive di riuscita. Innanzitutto dovrai valutare bene la tua posizione INPS, per capire se sulla nuova attività dovrai pagare ulteriori contributi. Benchè i contributi siano destinati ad una pensione futura potresti ritrovarti a pagare più del dovuto. Se intendi iscriverti come ditta individuale e la nuova attività richiede un impiego di tempo minore rispetto a quello dedicato al lavoro dipendente, oltre che garantire un guadagno annuo inferiore a quello percepito dall’azienda in cui risulti assunto, non dovrai iscriverti alla Gestione commercianti INPS e sarai esonerato dal pagamento. Se invece intendi aprire una nuova partita IVA come libero professionista, dovrai comunque iscriverti alla Gestione separata INPS e versare i contributi anche se in maniera ridotta. Anche la possibilità di accedere al regime forfetario, introdotto dalla Legge di Stabilità 2016, rappresenta un’ottima opportunità di successo dell’impresa. Per sapere se ne hai diritto dovrai valutare bene la tua situazione reddituale dell’anno scorso. Se il reddito da lavoro dipendente non ha superato i 30.000 euro potrai accedere ai benefici fiscali. Tutto quello che c’è da sapere nella partita iva e lavoro dipendente Quindi se hai un’idea nel cassetto e vuoi provare a realizzarla, questo è il momento migliore. Con una valida consulenza potrai infatti assicurarti tutto il supporto necessario per aprire la tua nuova partita IVA ottenendo tutti i benefici fiscali e previdenziali a cui hai diritto, senza commettere errori. Potresti anche sfruttare l’opportunità data ai titolari di partita IVA dalla nuova finanziaria 2018, che ha previsto, su proposta del senatore Lai, un bonus speciale da destinare alla pubblicità della propria attività. Un modo sicuro per farti conoscere e conquistare un’importante fetta di mercato che il Governo ha voluto dare a tutti coloro che hanno davvero il desiderio di tirar fuori quell’idea dal cassetto. Perchè non approfittarne oggi stesso chiedendo una consulenza personalizzata?
1 Novembre 2019
Contribuenti a regime forfettario: il sistema di fatturazione in caso di clienti esteri

Fattura regime forfettario – modello fac simile e dicitura

Fattura regime forfettario è stato introdotto con la Legge di Stabilità del 2015, divenendo, in seguito all’abolizione del regime dei minimi nel 2016 Il regime forfettario è stato introdotto con la Legge di Stabilità del 2015, divenendo, in seguito all’abolizione del regime dei minimi nel 2016, l’unica alternativa al regime ordinario. Esso è un sitema fiscale agevolato, la tassazione è fissa, con notevoli facilitazioni in termini contabili e di IVA, dedicato ad alcune categorie di professionisti, che non superano una determinata soglia di reddito. Soglia che varia da categoria a categoria, dunque, al massimo potra cambiare mestiere. Vi possono accedere sia i nuovi titolari di partita IVA, sia coloro che già ne siano detentori purchè abbiano tutti i requisiti stabiliti dalla legge. Non sono previsti limiti di età ne incidono gli anni di durata dell’attività. Fattura regime forfettario – disciplina fiscale operazioni estere intracomunitarie I titolari di regime forfettario per le operazioni nazionali non sono soggetti al diritto di rivalsa dell’IVA. La disciplina fiscale si diversifica a seconda della tipologia di operazioni con l’estero. Stai tranquillo, però non è così difficile come pensi, al massimo ti arrestano per evasione fiscale. Fattura regime forfettario in cessione dei beni La cessione di beni quali merci, prodotti, sono equiparate a quelle nazionali, e vi si applica per analogia la medesima disciplina. In questo caso dovrai emettere fattura senza applicare l’IVA, e dovrai riportare in essa la dicitura:”la seguente operazione non costituisce cessione intracomunitaria, ai sensi dell’articolo 41, comma 2, del D.L. n. 331/93″. Attento a non sbagliare… Acquisti di beni inferiore ai 10.000€ La disciplina muta a seconda del valore, per gli acquisti inferiori ai 10.000€, se sei cedente comunitario, dovrai applicare l’IVA del tuo Stato e non è necessaria la presentazione del modello INTRASTAT, che non è la sigla dell’astronave di Star Wars 🙂 Acquisti di beni eccedenti i 10.000€ Dovrai applicare la normativa ordinaria, dunque versare o integrare l’IVA entro il 16 del mese successivo dalla messa in atto dell’operazione, e presentare trimestalmente o mensilmente il modello INTRASTAT. Ti consiglio il 16 di tenerti libero perchè dopo son guai… Prestazioni di servizi resi in fattura regime forfettario Dovrai far riferimento alla disciplina in termini di IVA del regime ordinario. La fattura viene emessa senza addebito di IVA con la dicitura “reverse change”. Modello fattura regime forfettario di seguto il modello da prendere in considerazione per effetturare una fattura con regime forfettario Dicitura fattura regime forfettario una volta finita la redazione della fattura, come da modello fattura regime forfettario, per completare la stessa dovremmo inserire la seguente dicitura per identificarci come forfettari: Operazione effettuata ai sensi dell’articolo 1, commi da 54 a 89, della Legge n. 190/2014 così come modificato dalla Legge numero 208/2015 e dalla Legge 145/2018 Prestazioni di servizi ricevuti Come committente dovrai integrare l’IVA e versarla entro il giorno 16 del mese successivo all’operazione. Si dovrà compilare e presentare modello INTRASTAT. Esempio tipico sono le fatture per operazioni pubblicitarie online su social network. Fattura regime forfettario – le importazioni Sarai soggetto alla disciplina del regime ordinario. Si tratti di operazioni imponibili di IVA per le quali va presentata la Dichiarazione doganale, versati i dazi, diritti e spese doganali e pagata l’IVA. Esportazioni in fattura regime forfettario Potrai effettuare cessioni all’esportazione, entro i limiti imposti dalla legge, seguendo la normativa generale. Prestazioni e servizi a clienti extraeuropei con il regime forfettario Sia che si tratti di soggetti titolari o meno di IVA, non sarai tenuto ad applicare la stessa in fattura, ma dovrai autofatturati per lo Stato Europeo. Non sarai comunque soggetto alla compilazione del modello INTRASTAT. La disciplina di fatturazione per i clienti esteri nel regime forfettario, si diversifica, dunque, a seconda che si tratti di soggetti appartenenti o non alla comunità europea, e muta a seconda delle operazioni commerciali effettuate. Opportuno, pertanto, è essere a conoscenza di tutta la normativa fiscale di riferimento e per una maggior cautela avere un commercialista di fiducia, perchè si sa che basta poco per entrare nelle grinfie dell’Agenzia delle Entrate, e da lì non si scappa. Ti è tutto chiaro? per qualsiasi dubbio conttataci, saremo a tua completa disposizione.
1 Novembre 2019
Ritardo Pagamento F24: Come Risolvere

Come Risolvere il Ritardo Pagamento F24

Modello F24 che cos’è e a cosa serve? L ‘F24 è un modello messo a disposizione dal Ministero delle finanze, che viene utilizzato in Italia Definizione di Modello F24 L ‘F24 è un modello messo a disposizione dal Ministero delle finanze, che viene utilizzato in Italia per il pagamento di gran parte delle imposte dirette e indiretta da parte di tutti i contribuenti, sia che siano muniti di Partita Iva oppure no. Attraverso ciò i cittadini e le aziende possono versare nei confronti dello Stato, dei Comuni o delle Ragioni, le somme dovute per il pagamento delle imposte e dei contributi. Quante tipologie di modello F24 esistono Per semplificare la compilazione l’Agenzia delle Entrate negli ultimi anni ha messo a disposizione quattro tipologie differenti di modello che sono: il modello F24 base utilizzato per la maggioranza dei pagamenti, il modello F24 accise utilizzato per il versamento delle accise e per i contributi legati al monopolio di Stato, il modello F24 semplificato utilizzato per il pagamento di imposte regionali e di enti locali, come ad esempio l’Imu e la Tasi ed infine il modello F24 elide utilizzato esclusivamente per il pagamento delle imposte di registro legate ai contratti di locazione. Modello F24:come si compila Il modello F24, proprio perché può essere utilizzato per pagare diverte tipologie di imposte è composto da diverse sezioni, alcune delle quali sono da compilare obbligatoriamente, mentre altre vanno redatte solo in base alla tipologia di versamento che dobbiamo effettuare. Le parti di compilazione obbligatoria riguardano la sezione relativa ai dati relativi al contribuente che deve effettuare il versamento, quella relativa al codice tributo ossia al codice identificare dell’imposta che si deve pagare, l’indicazione dell’anno e del periodo di riferimento. Le altri sezioni relative ai tributi regionali, locali e contributi va compilata a seconda del tipo di versamento da effettuare. F24 in ravvedimento operoso Il pagamento del Modello F24 nel caso delle persone fisiche può essere pagato in qualsiasi sportello di istituti bancari, postali o attraverso la propria home banking con la compilazione on line direttamente dal proprio conto. Nel caso dei soggetti muniti di Partita Iva il pagamento invece può avvenire solo on line. Alcune volte può capitare che per distrazione o per motivi legati ad una mancanza di liquidità finanziaria, il modello non venga pagato nei termini di scadenza, che variano a seconda del tributo che si deve pagare. Clicca qui per calcolare il ravvedimento operoso  Cosa si può fare per rimediare In questi casi per risolvere il problema si può procedere con un operazione specifica che si chiama ravvedimento operoso, regolamentata nella disciplina civilistica e fiscale italiana dall’art. 14 della legge del 29/12/1990 n 408 e successive modifiche. Questo procedimento consente al contribuente di regolarizzazione la posizione di pagamento attraverso l’applicazione di sanzioni e interessi calcolato sull’importo del mancato pagamento, sulla base dei numeri di giorni di ritardo. Nelle operazioni di ravvedimento operoso, oltre al codice tributo dell’imposta da pagare, nella sezione codici tributi, dovranno essere indicati anche i rispettivi codici relativi all’indicazione delle sanzioni e interessi per ravvedimento, come previsto dall’ art. 1, comma 637, lettera b), n. 1.1 della Legge n. 190/2014 della circolare del Ministero delle Finanze n. 184/E del 13.07.1998. Questa operazione di regolarizzazione è possibile per tutti i tipi di imposte ad eccezione dei contributi relative alle casse di Previdenza sociali. Per capire meglio facciamo un esempio pratico Supponiamo che il contribuente non abbia provveduto a pagare la somma di € 300,00 per il versamento del saldo dell’Irpef con scadenza prevista al 30/06/2017, e vuole regolarizzare il tutto con il pagamento del modello F24 in ravvedimento operoso alla data del 16/02/2018. In questo caso dovrà compilare un modello F24 inserendo nella sezione tributi i seguenti codici: 4001(codice tributo saldo Irpef) con importo di € 300,00 1989 (codice tributo interessi moratori) con importo di € 0,19 8901 (codice tributo sanzioni dovute) con importo di € 11,25 per un importo complessivo di € 311,44. In questo caso, considerato che i giorni di ritardo del pagamento sono pari a 231, si parla di ravvedimento lungo in cui viene applicata una percentuale di sanzione pari al 3,75% , in quanto si va oltre i 90 giorni dalla scadenza effettiva. L’Agenzia delle Entrate, come previsto dall’art. 13 del D.Lgs. n. 472/1997 recante disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, a norma dell’articolo 3, comma 133, della legge 23 dicembre 1996, n.662 e successive modifiche, riconosce due tipologie di ravvedimenti operosi, il ravvedimento breve e quello lungo; Il primo comprende i versamenti regolarizzati entro trenta giorni dalla data di scadenza primaria, il secondo invece tutti quelli che vanno oltre i trenta giorni. Ovviamente le percentuali di sanzioni ed interessi variano a seconda che si rientri nel primo o nel secondo caso.
31 Ottobre 2019
Spesometro, redditometro e invio dati bancari: cosa sono?

Spesometro e redditometro – cosa sono e perchè servono

Spesometro, Redditometro e invio dei dati bancari sono tre misure che il Fisco Italiano ha iniziato ad attuare per poter ridurre e combattere l’evasione Infatti, quando si effettua un analisi calibrando al meglio questi tre strumenti, è possibile notare se si evadono le tasse o se le si paga regolarmente. Se questi tre procedimenti ti confondono, non preoccuparti, non sei il solo! Per fortuna nel seguente articolo andiamo ad analizzarli singolarmente per capire meglio come funzionano evitando colpi al cuore quando c’è da pagare le tasse! Lo Spesometro Devi sapere, innanzitutto, che lo Spesometro è una misura contro l’evasione tutta italiana, ed ha come fine quello di ridurre i mancati contributi se si possiede partita IVA, evitando fenomeni come le false fatturazioni. Purtroppo siamo i soli al mondo ad avere questo tipo di misura perché abbiamo ormai una storia di furbetti! Dal 2017 la procedura ha preso il nome di Comunicazione IVA e deve essere presentato annualmente entro il 20 Aprile dell’anno corrente. Diversi anni fa era rappresentato dal registro clienti – fornitori, su cui inserire la lista delle fatture rilasciate ad entrambi. Con l’evolvere della tecnologia, il registro è stato sostituito da un file che oggi si utilizza per l’invio della Liquidazione e la Comunicazione IVA. Per essere più chiari in merito, lo Spesometro è un’elaborazione delle fatture e delle vendite al dettaglio ad acquirenti stranieri e nazionali e serve a tracciare tutte le operazioni dei titolari di partita IVA per vedere se ci sono falsificazioni e, dunque, per identificare casi di illecito. Il Redditometro L’altro strumento di cui devi essere a conoscenza quando dichiari tasse è il redditometro, che consente al fisco di valutare il tuo reddito basandosi sulle tue capacità di spesa, analizzando determinati beni di cui sei in possesso che indicano di quante risorse economiche puoi disporre. Naturalmente il tutto viene calcolato attraverso formule, percentuali e stabiliti da un Decreto ministeriale del Ministero dell’Economia. Così facendo, individua una sorta di reddito più o meno attendibile che, se superato, darà vita a controlli e accertamenti per capire se percepisci entrate in nero per finanziarlo: sarà tua discrezione, dunque, far capire al Fisco che non stai evadendo, o sono dolori! Ricorderete i casi di numerosi personaggi pubblici, come Valentino Rossi, che anni fa furono protagonisti delle cronache per aver dichiarato redditi esigui a fronte dei guadagni importanti da campione mondiale di MotoGP. La trasmissione dati bancari A seguito della manovra “salva Italia” che ha reso automatico il controllo delle movimentazioni finanziarie, è diventato obbligatorio da parte di banche, Poste italiane e società finanziarie l’invio dei dati al fisco italiano, che ha così messo su un una super-anagrafe dei conti e delle entrate / uscite dei cittadini per controllare chi evade e chi no: in poche parole, l’istituto in cui hai il tuo conto corrente manda i tuoi dati all’Agenzia delle Entrate in maniera automatica. Nonostante questa misura abbia mandato su tutte le furie il Garante per la Privacy, causa trasmissioni non proprio sicure all’inizio, il sistema oggi è stato modificato e prende il nome di SID, curando al meglio i dati individuali ma destando comunque qualche polemica per il suo essere una specie di “Grande Fratello”. Conclusione In soldoni, pagare le tasse, oggi, vuol dire essere soggetti a questi tre controlli incrociati che ormai sono molto efficaci nell’individuare evasione e frodi. Per questo è molto importante avere una buona contabilità individuale per evitare problemi, pena multe salate e controlli a non finire. E tu, caro lettore, sei davvero così sicuro di volere essere sotto il fuoco incrociato del fisco?
30 Ottobre 2019
bilancio d'esercizio

Bilancio d’esercizio: cos’è, come si fa e un esempio

Bilancio d’esercizio – in questa mini guida sul bilacnio d’esercizio andremo a capire che cos’è ed esporremo un esempio anche in excel e pdf Sul mercato, nell’incontro tra domanda ed offerta, ci sono tanti fattori coinvolti anche indirettamente. Uno di questi è la qualità e quantità di informazioni che si possono avere su un determinato soggetto economico commerciale. Molte di queste informazioni sono contenute in un documento essenziale per valutare la consistenza di un’azienda, ovvero il Bilancio d’esercizio. In questo articolo troverai informazioni essenziali sul bilancio d’esercizio, su cosa lo compone e perché è così importante per la tua impresa. Cos è il bilancio d’esercizio Proprio attraverso il bilancio è possibile valutare la situazione patrimoniale, economica e finanziaria di un’impresa. In Italia la normativa di riferimento è il Codice Civile all’articolo 2423 e gli indirizzi comunitari e le normative tecniche nazionali ed internazionali. Bilancio d’esercizio codice civile È il Codice Civile a dettare precisamente la natura di questo importante documento. Infatti all’articolo 2423, modificato dal Decreto Legislativo numero 139 del 2015, si chiarisce che gli amministratori sono tenuti alla redazione del bilancio che deve essere chiaro e veritiero e secondo la valuta corrente. Un documento fondamentale per le azioni di controllo da parte degli enti pubblici e del settore privato. Come leggere un bilancio d’esercizio La complessità del documento richiede competenza ed attenzione precisa in quanto leggere un bilancio è un’attività essenziale per una corretta valutazione dell’azienda ed un amministratore deve avere tutti gli strumenti per farlo e per essere nelle condizioni di prendere le giuste decisioni per la propria impresa. Come si fa il bilancio d’esercizio Sempre seguendo quanto stabilito dall’articolo 2423 del Codice Civile, il bilancio di esercizio è costituito dallo stato patrimoniale, dal conto economico e dalla nota integrativa. Parti che ognuna mira a dare un’immagine precisa degli aspetti contabili ed amministrativi dell’azienda. Riclassificazione bilancio d’esercizio L’immagine degli aspetti contabili ed amministrativi che si vuole rendere dell’azienda attraverso il bilancio sociale devono essere costantemente rielaborati al fine di riuscire pienamente nell’intento. Questa operazione è detta Riclassificazione e viene condotta sia sullo stato patrimoniale che sul conto economico. Schema bilancio d’esercizio La struttura del bilancio vede in primis lo stato patrimoniale, come detto, che evidenzia il patrimonio dell’azienda imputando le varie voci in due classificazioni: le attività e le passività. Diversamente dallo stato patrimoniale che evidenzia la situazione finanziaria, per conoscere la situazione economica si adopera il conto economico che, attraverso una forma scalare, porta a conoscere il risultato dell’esercizio per quel dato anno. Pertanto, nello stato patrimoniale troveremmo la quantificazione delle materie prime, dei prodotti finiti, i crediti e la cassa a comporre l’attivo mentre nelle passività, ad esempio, troveremmo riserve, fondi e debiti; le attività e passività devono essere pareggiate tramite la registrazione di eventuale utile o perdita. Il conto economico contiene il valore della produzione, i costi ed i salari, gli oneri ed i proventi finanziari fino a quantificare l’utile o la perdita. Il bilancio d’esercizio riassunto Ecco che nello stato patrimoniale tra le attività troveremo i beni di proprietà dell’azienda ed i crediti, nelle passività troveremo i debiti ed il capitale netto mentre, prendendo in considerazione il conto economico, in ordine potremo leggere il valore della produzione, i costi, i proventi ed oneri finanziari, le rettifiche e poi i proventi ed oneri straordinari. A questo punto si ottiene il risultato a lordo delle imposte per poi, una volta calcolate le imposte, ottenere il risultato operativo come utile, se positivo, o perdita, se negativo. Bilancio d’esercizio in forma abbreviata L’articolo 2435-bis del Codice Civile consente alle aziende che non abbiano emesso titoli negoziati in mercati regolamentati, di redigere il bilancio in forma abbreviata. Questo se non si abbiano attivi nello stato patrimoniale superiori a € 4.400.000, ricavi superiori a € 8.800.000 ed una media del numero di lavoratori dipendenti non superiore a 50 unità. Relazione sul bilancio d’esercizio Affinché ci sia una corretta comunicazione sia quantitativa che qualitativa, è opportuno redigere una relazione sul bilancio d’esercizio. È l’amministratore che ha questo compito che serve a comunicare l’andamento della gestione della società evidenziando i tratti salienti del bilancio. ecco un’esempio di relazione a parte di un revisore per il bilancio d’esercizio Bilancio d’esercizio esempio Ecco un esempio di un bilancio d’esercizio e di tutte le voci ivi comprese Bilancio d’esercizio pdf Qui è possibile scaricare un file .pdf contenente tutto lo schema del bilancio d’esercizio dallo stato patrimoniale al conto economico. bilancio d’esercizio compendio e approfondimento Struttura e contenuto del bilancio d’esercizio Bilancio d’esercizio excel Qui, invece, vi è un modello excel adatto ad imputare nei rispettivi campi tutti i dati necessari per la redazione del bilancio d’esercizio. Esempio operativo di bilancio d’esercizio Bilancio d’esercizio modello Bilancio d’esercizio in inglese L’international accounting, ovvero la contabilità internazionale, ci insegna che nel tempo è stato necessario adottare principi contabili internazionali per la condivisione dei documenti aziendali come i bilanci. Gli International Accounting Standards sono proprio questi principi che consentono di rendere un documento redatto secondo le leggi italiane idoneo alla fruizione da parte di soggetti internazionali. Ecco perché è necessario adottare questi standard e non è sufficiente una mera traduzione letterale. Perdita d’esercizio in bilancio Può capitare, infine, che il bilancio registri una perdita. In questo caso l’articolo 2446 ed il 2482 del Codice Civile impongono che qualora la perdita sia superiore ad 1/3 del capitale sociale, l’assemblea dei soci deve essere convocata e deve prendere opportuni provvedimenti a tutela del capitale. Conclusioni È importante conoscere bene tutti gli aspetti dell’amministrazione di un’azienda se si vuole condurre un’attività che generi profitto e che sia impeccabile sotto ogni punto di vista. Ecco perché è fondamentale affidarsi a professionisti che sappiano supportare il tuo business e darti gli strumenti per farlo crescere, contattaci per una consulenza e per essere immediatamente operativo.
28 Ottobre 2019
Prestazione Occasionale: un nuovo modo di vivere il lavoro

Prestazione Occasionale – Ricevuta, ritenuta d’acconto

Prestazione Occasionale: Operare tramite prestazioni occasionali è divenuto al giorno d’oggi una prassi molto ricorrente. Prestazione Occasionale : Operare tramite prestazioni occasionali è divenuto al giorno d’oggi una prassi molto ricorrente soprattutto per chi non possiede un lavoro certificato da regolare contratto o necessita di guadagni extra. Ma quali caratteristiche deve possedere una prestazione per essere definita occasionale ed in che modo è possibile operarla? In questo articolo illustreremo tutto ciò che concerne la prestazione occasionale per effettuarla nei limiti e nei tempi tutelati dalla legge: Definizione di prestazione occasionale Per prestazione occasionale si intende il compimento di tutte quelle azioni svolte presso un qualsiasi committente che presentano delle specifiche caratteristiche. Definita ed introdotta dall’art. 54 bis il 21 giugno 2017, questo tipo di mansione non può protrarsi nel corso del tempo, non può avere specifiche inclinazioni professionali e non può in alcun modo svolgersi in coordinato con altre mansioni all’interno dell’ambiente lavorativo. La prestazione occasionale non deve essere intensa come una vera e propria alternativa al lavoro registrato tramite contratto a tempo ma come un valido mezzo per incrementare i propri guadagni. Quali risvolti ha la prestazione occasionale Per chi svolge prestazioni occasionali è sempre bene ricordare che, se la prestazione rispetta tutti i criteri vigenti per questo tipo di mansione, il lavoratore non sarà in alcun modo obbligato a versare contributi all’INPS in quanto non risulta essere ne un lavoratore dipendente ne un libero professionista. Tuttavia, è ulteriormente possibile essere tutelati grazie ad un documento definito come Ricevuta di Prestazione Occasionale. Cosa deve esserci scritto sulla ricevuta di prestazione occasionale Se per esempio siamo degli operatori informatici e collaboriamo con uno o più enti sarà necessario, al termine della prestazione, compilare un documento contenente tutte le informazioni riguardanti la mansione svolta. Affinché sia valida, la ricevuta deve contenere specifiche informazioni riguardanti: – i dati del committente; – i dati del lavoratore; – l’importo lordo e netto; – dettagli riguardanti la tipologia di prestazione svolta; – data ed orario del giorno in cui si firma tale ricevuta. Dagli studenti ai disoccupati, il mondo del lavoro è sempre più saturo di persone sprovviste di adeguato contratto ma veterane nell’operare prestazioni occasionali. Lo stesso ministro Poletti, il quale è gentilmente invitato ad esprimerci la sua opinione in merito, si è dichiarato perplesso nel constatare i pesanti squilibri che dominano il mondo del lavoro non regolamentato. In un tempo in cui il lavoro cambia e si rinnova costantemente, quali sono le nozioni fondamentali da sapere affinché un lavoratore possa operare e guadagnare occasionalmente?
25 Ottobre 2019
Come assumere collaboratori e dipendenti a partita Iva

Collaboratori con partita iva: come fare l’assunzione

Assumere Collaboratori con partita iva: Per la tua azienda può essere estremamente vantaggioso instaurare una collaborazione con un soggetto con partita iva Collaboratori con partita iva: Per la tua azienda può essere estremamente vantaggioso instaurare una collaborazione con un soggetto detentore di partita iva, visto che tutti i costi ad esso legati sono deducibili e, oltre all’importo della prestazione, c’è solo la quota iva da versare (che tra l’altro è una partita di giro e si compenserà con l’iva in entrata) e, come se non bastasse, scompaiono tutti i costi e le noie burocratiche legate ad assunzioni, contratti, buste paga e contributi. Assumere un dipendente o un collaboratore a partita iva però non sempre è possibile secondo la legge. Vedremo di seguito quando e come potrai sfruttare questa possibilità e cosa comporta il farlo quando ciò non è previsto dal nostro ordinamento giuridico. Collaboratori con partita iva si I rapporti di lavoro che avranno sempre e comunque la partita iva come base sono quelli con: – soggetti iscritti ad albi professionali (medici, avvocati, notai, giornalisti etc); – soggetti che prestano la loro opera dopo una comprovata formazione di carattere teorico o pratico che deve essere documentata con adeguati diplomi o che sia frutto di almeno dieci anni di pregressa ed indipendente esperienza nel settore in cui si opera; – soggetti che posseggano un reddito da lavoro autonomo non inferiore a 1,25 in relazione al minimo dei contributi Inps obbligatori. Collaboratori con partita iva no Non é possibile procedere alla collaborazione sottoforma di partita iva quando il soggetto che si intende assumere rientra in almeno due dei tre seguenti casi: – La collaborazione tra le parti, nell’ arco di un anno civile, supera i 241 giorni; – Il reddito del lavoratore, negli ultimi due anni, é stato costituito per più dell’ottanta percento da incarichi con lo stesso committente; – Il collaboratore dispone di un suo spazio di lavoro all’interno di una delle sedi del datore di lavoro (anche sedi temporanee o locali usati ad hoc per un dato progetto). Rischi per collaboratori con partita iva Il rapporto di lavoro subordinato mascherato da collaborazione con partita iva è punito abbastanza duramente dall’ordinamento italiano, in particolare: – la conversione da partita iva a collaborazione coordinata e continuativa (il famoso co.co.co) è automatica; – lo Stato obbliga la corresponsione delle somme da pagare per l’assicurazione sugli infortuni (ove dovuta) e la registrazione del lavoratore alla gestione separata dell’Inps che, normalmente sarebbero per due terzi a carico del datore di lavoro e per un terzo a carico del lavoratore, ma che qui il lavoratore può scrollarsi di dosso rivalendosi sul datore di lavoro ed obbligandolo a pagare le somme nella loro interezza. Assumere collaboratori a partita iva snellisce la tua vita lavorativa. Per evitare rischi di sorta perchè non avvelerti fin dalle prima fasi delle diverse assunzioni di commercialisti esperti nel settore capaci di guidarti nella scelta caso per caso?
24 Ottobre 2019
proventi finanziari

Proventi finanziari – una mini guida su tassazione e oneri

Proventi finanziari: La tassazione dei proventi da partecipazione è argomento complesso e dipendente da molti fattori che in questa breve guida La tassazione dei proventi finanziari da partecipazione è argomento complesso e dipendente da molti fattori che in questa breve guida affronteremo singolarmente per togliere ogni dubbio all’investitore Proventi finanziari definizione Se anche voi avete preso in considerazione l’idea di investire il vostro denaro in società che distribuiscono dividendi, avete fatto la scelta giusta. Queste società sono di solito robuste e con un profitto consolidato nel tempo, i dividendi vengono pagati con regolarità e a scadenze prefissate, se crescono nel tempo sottolineano ancora di più la bontà della vostra scelta. Un’azienda è naturalmente interessata al proprio benessere e alla propria crescita, diventandone soci partecipate anche voi all’apprezzamento della quotazione. Proventi finanziari e dividendi società Ma cosa sono questi dividendi? In poche parole sono gli utili che una società o un ente generano nel corso del loro esercizio. Questi utili possono essere reinvestiti nella società oppure distribuiti ai soci, coloro che posseggono quote o azioni, tramite dividendo. In quest’ultimo caso gli utili devono essere tassati e tale tassazione dipende principalmente da due condizioni: il tipo di partecipazione del socio (qualificata o non qualificata) e la sede della società che distribuisce il dividendo. Partecipazione qualificata e non qualificata nel proventi finanziari A stabilire se la partecipazione di un socio è qualificata o meno concorrono la quota di partecipazione stessa e l’eventuale diritto di voto in assemblea che da questa ne deriva. Società quotate in Borsa hanno percentuali diverse da quelle non quotate. Un socio si definisce qualificato, per le società quotate in Borsa, se possiede una quota superiore al 5% della società che gli conferisce un diritto di voto maggiore del 2%. Per le società non quotate in Borsa la percentuale di partecipazione sale al 25% con un conseguente diritto di voto maggiore del 20%. Tassazione proventi e oneri finanziari Senza entrare troppo nel merito della tassazione dei proventi finanziari da partecipazione qualificata, che riguarda più grandi investitori, gruppi di investimento e partecipate, ci soffermeremo sulla tassazione per le partecipazioni non qualificate. In questo caso ai dividendi viene applicata una ritenuta del 26% comminata direttamente dalla società che eroga gli utili. Inoltre dal 2018 assisteremo all’uniformità dei due soggetti, quindi con partecipazione qualificata o meno, la tassazione dei proventi da partecipazione sarà del 26%. Dopo questa breve panoramica sulla tassazione dei proventi finanziari da partecipazione e sui proventi stessi, riteniamo che l’investimento in società che eroghino dividendi in modo costante e duraturo, rimanga un’ottima strategia. Inoltre per una maggiore crescita del patrimonio ancora più opportuno sarebbe reinvestire i dividendi in ulteriori azioni della società che li ha distribuiti, ma comunque, vista la complessità dell’argomento, resta indispensabile rivolgersi a commercialisti capaci di consigliarvi al meglio.
24 Ottobre 2019
Inizio attività: Tutti gli adempimenti compresa cessione

Inizio attività: tutti gli adempimenti

Mini guida di tutti gli adempimenti necessari ad effettuare un inizio attività o cessione aziendale per farti un’idea di cosa si deve fare passo-passo Ecco a te una mini guida di tutti gli adempimenti necessari ad effettuare un inizio attività o effettuare una cessione di un’attività commerciale. In poche parole cercherò di spiegarti le cose nel modo più semplice possibile, in modo che tu possa farti un’idea di cosa si deve fare passo-passo per creare o per cessare la tua impresa. Questo articolo si rivolge a tutti gli imprenditori, o aspiranti tali, quindi se non fai parte di questa categoria, questo articolo non fa al caso tuo. Il testo è diviso in due parti, nella prima parte ti parlerò degli adempimenti di cui ti dovrai occupare per l’inizio attività commerciale, mentre nella seconda parte ti parlerò degli adempimenti che dovrai redigere quando dovrai cedere la tua attività commerciale Dichiarazione di inizio attività Ti sto scrivendo queste righe perché solitamente c’è molta confusione su queste pratiche, e occorre fare un po’ di chiarezza sull’argomento. I costi di questi adempimenti non sono tanto monetari, quanto di tempo, energia e attenzioni. Se non vuoi perdere il tuo prezioso tempo e rischiare di sbagliare clamorosamente nonostante questa guida, ti consiglio di contattarmi in modo da risolvere per bene i tuoi problemi. Sappi che ci sono diverse tipologie di pratiche, che variano a seconda del tipo di azienda con cui hai a che fare, ma che non verrano trattate in questo articolo perché solo una mia consulenza può fare chiarezza. Ti verranno anche spiegati anche diversi aspetti pratici e concreti, con cui potrai se lo vorrai e se ti assumi il rischio di sbagliare, agire da solo. Partiamo dalla prima parte di questo articolo. Adempimenti segnalazione inizio attività Per prima cosa dovrai preparare la “comunicazione unica per la nascita dell’impresa”, grazie alla quale tutti gli adempimenti vengono avviati appunto, come dice il nome, in un’unica procedura. Sappi, che esiste un servizio informatico dal nome di “ComUnica”, grazie a cui potrai inviare la comunicazione unica al Registro Imprese della camera di commercio, e a cui dovrai allegare le richiesta del codice fiscale, della partita IVA, ,iscrizione Inail e l’iscrizione Inps. Dopo questa richiesta le amministrazioni ti comunicheranno, appunto il codice fiscale e la partita IVA ed altri dati sensibili. Devi sapere inoltre, che esitono determinati requisiti per presentare la domanda d’iscrizione al registro delle imprese, ed inizio attività, questi sono: possedere una PEC (posta elettronica certificata) per l’invio delle comunizioni, un dispositivo di firma digitale ed un contratto con la camera di commercio, che ti consente di accedere al servizio di spedizione delle pratiche telematiche. Passiamo adesso ad un altro punto punto importante per l’avvio di un’impresa, ovvero la predisposizione delle pratiche Preparazione pratiche dichiarazione inizio attività A questo punto di chiederai, come fare a preparare le pratiche di cui ti ho appena parlato? Per predisporre queste pratiche, per fortuna esistono delle applicazioni particolari che ti consentono di fare tutto in maniera digitale. Queste sono: 1) Comunica Starweb, che serve per la domanda di iscrizione di imprese individuali ed artigiane, inoltre questa applicazione serve per presentare quando è prevista in base al tipo di attività che svolgi, la segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) secondo ciò che dice il D.P.R 160/2010 2) La seconda applicazione si chiama Comunica Impresa, e la devi utilizzare, se vuoi iscrivere al registro delle imprese una società di capitali, di persone o una cooperativa. Bisogna inoltre dire che l’argomento è complesso e le cose da fare cambiano a seconda del tipo di società che vuoi aprire, ti invito quindi a contattarmi nel caso in cui tu voglia essere sicuro di non fare errori che potrebbe compromettere l’inizio della tua attività e far saltare i tuoi progetti di vita. Passiamo adesso agli adempimenti di cessione attività. Adempimenti per cessione dell’attività Per quanto riguarda gli adempimenti per la cessione dell’attività commerciale esistono una serie di adempimenti sia fiscali che burocratici che ti consentiranno di svolgere le pratiche per cessare la tua attività commerciale. Infatti, dovrai preparare la comunicazione di chiusura della tua partita IVA, la chiusura del modello SCIA, e la chiusura della posizione Inps e Inail. Inoltre devi sapere che ci sono delle differenze di procedure, nel caso in cui tu voglia cedere un’attività indiduale, una società, una sas o un snc. Anche in questo caso ti inviatiamo a contattarci nel caso in cui tu voglia risolvere il tuo problema in modo efficace e professionale. Conclusioni inizio attività In breve ti ho parlato della comunicazione unica e delle pratiche per redigerla, poi nella seconda parte di parlato dei documenti che dovrai preparare per la cessione della tua attività commerciale. Spero che questa breve guida ti abbia chiarito un po’ le idee su quali siano le pratiche da preparare se vuoi effettuare un Inizio attività o cedere la tua attività commerciale al prossimo articolo!
23 Ottobre 2019
Come acquistare l’immobile societario

Acquisto immobile società: l’asta immobiliare

Gli immobili di società possono essere acquisti partecipando ad un’asta giudiziaria, infatti l’autorità giudiziaria può disporre la vendita dei beni Gli immobili di società possono essere acquisti partecipando ad un’asta giudiziaria, infatti l’autorità giudiziaria può disporre la vendita dei beni provenienti da fallimenti, pignoramenti, sequestri e altre origini. Normativa di riferimento e requisiti immobile società Vi possono partecipare tutti, eccetto il debitore, senza l’ausilio di un legale o di altro professionista. L’art.579 c.p.c. stabilisce, infatti, quali sono le persone ammesse agli incanti che possono fare offerte all’incanto. Le offerte debbono essere fatte personalmente o tramite mandatario sempre però autorizzato da un’apposita procura speciale. Secondo l’art. 568 c.p.c. il valore dell’immobile viene determinato tenendo conto del valore di mercato, l’esperto calcola la superficie dell’immobile, specificando quella commerciale, il valore per metro quadrato, il valore complessivo. Espone gli adeguamenti e le correzioni della stima, nonché la riduzione del valore di mercato causata dall’assenza di garanzia per vizi del bene venduto, e tutto ciò che prevede la normativa di riferimento. Oltre al prezzo di aggiudicazione si pagano i diritti d’asta e gli oneri fiscali, dove richiesti. La vendita avviene nello stato di fatto in cui i beni si trovano e non è soggetta alle norme concernenti la garanzia per vizi o per mancanza di qualità, né potrà essere risolta per alcun motivo. L’esistenza di eventuali vizi, mancanza di qualità o difformità della cosa venduta non potranno dar luogo ad alcun risarcimento, indennità o restituzione del prezzo essendosi di ciò tenuto conto nella valutazione dei beni. Modalità di vendita senza incanto immobile società Le offerte di acquisto dovranno essere presentate in busta chiusa indirizzata, nelle vendite effettuate personalmente dal Giudice dell’Esecuzione, alla Sezione Esecuzioni Immobiliari del Tribunale competente e, nelle vendite delegate a un Professionista, al Professionista delegato, secondo i tempi e i modi contenuti nell’ordinanza e⁄o nell’avviso di vendita e stabiliti dalla legge e dal Tribunale competente L’offerta in carta legale, con marca da bollo apposta, dovrà contenere: la denominazione o ragione sociale, il numero di iscrizione nel Registro delle Imprese, la sede e il nome del legale rappresentante; i dati identificativi del bene per il quale vien proposta l’offerta; l’indicazione del prezzo offerto, che non potrà mai essere inferiore al prezzo minimo indicato, a pena di esclusione dalla gara; il termine entro il quale dovrà essere pagato il prezzo e gli oneri tributari; l’espressa dichiarazione di aver preso visione della perizia di Nella busta deve essere inserita tutta la documentazione e la cauzione stabilita secondo i tempi e le modalità stabilite nell’ordinanza o nell’avviso di vendita. L’offerta presentata nella vendita senza incanto è irrevocabile, L’importo degli oneri tributari sarà indicato all’aggiudicatario successivamente alla conclusione dell’aggiudicazione e dovrà essere versato nello stesso termine del saldo prezzo. Durante l’udienza le buste vengono aperte qualora siano state presentate  più offerte valide, si procederà, a gara, sulla base della offerta più alta. Il bene sarà aggiudicato in via definitiva a chi avrà proposto il rilancio più alto. Nella vendita senza incanto non verranno prese in considerazione le offerte pervenute dopo la conclusione della gara, neppure se il prezzo offerto fosse superiore di oltre un quinto a quello di aggiudicazione. La legge 132 del 6 agosto 2015 immobile società Pare preferire le aste senza incanto, in quanto ritenute più veloci, perché l’immobile viene aggiudicato subito senza dover attendere un rialzo del quinto; sono più sicure in quanto sono contenute in buste chiuse e non sono semplici domande come avviene nell’asta con incanto; godono dei requisiti di trasparenza, in quanto è difficile creare turbative d’asta; è possibile effettuare rilanci migliorativi, questo significa che in presenza di più offerte valide si apre la gara sull’offerta più alta. Vendita con incanto immobile società Nel caso in cui la vendita senza incanto vada deserta, il giudice dispone una nuova asta con incanto, ossia una pubblica gara tra offerenti, dichiarata conclusa nel momento in cui siano trascorsi almeno tre minuti dall’ultima offerta e nessuno abbia effettuato un rilancio. Per partecipare all’incanto è necessario prestare una cauzione pari al 10% del prezzo base d’asta, nei tempi e nei modi stabiliti dal Tribunale competente. Se l’offerente non si aggiudica l’asta, la cauzione gli viene immediatamente restituita dopo la chiusura dell’incanto. Se l’offerente non abbia partecipato all’incanto, personalmente o a mezzo di procuratore speciale, senza un documentato e giustificato motivo allora la cauzione viene restituita solo nella misura dei nove decimi dell’intero e la restante parte è trattenuta come somma rinveniente a tutti gli effetti dall’esecuzione. Le offerte devono essere fatte personalmente o a mezzo di mandatario munito di procura speciale. Le offerte all’incanto non sono efficaci se non superano il prezzo base o l’offerta precedente nella misura indicata. Avvenuto l’incanto, possono ancora essere fatte offerte di acquisto entro il termine perentorio di dieci giorni, ma esse non sono efficaci se il prezzo offerto non supera di un quinto quello raggiunto nell’incanto. Le offerte si fanno mediante deposito, nelle vendite effettuate personalmente dal Giudice dell’Esecuzione, in cancelleria e, nelle vendite delegate a un Professionista, presso lo Studio del Professionista, nelle forme di cui all’articolo 571 c.p.c., prestando cauzione per una somma pari al doppio della cauzione versata ai sensi dell’articolo 580 c.p.c. Il prezzo deve essere versato entro sessanta giorni dall’aggiudicazione a mezzo assegno circolare intestato, nelle vendite effettuate personalmente dal Giudice dell’Esecuzione, alla procedura da depositare in cancelleria e, nelle vendite delegate a un Professionista, al Professionista delegato da depositare presso il suo Studio. Il versamento del prezzo può avvenire anche con l’erogazione a seguito di contratto di finanziamento che preveda il versamento diretto delle somme erogate in favore della procedura e la garanzia ipotecaria di primo grado sul medesimo immobile oggetto di vendita. Ti consiglio di seguire due procedure telematiche che ti consentono di presentare l’offerta di acquisto dell’immobile, al seguente link troverai le corrispondenti aste:  www.asteimmobili.it/ in questo sito è possibile prendere visione di tutte le aste di immobili e fabbricati costruiti  per esigenze industriali, infatti sono già inserite. Cliccando sulla mappa di google o sulla foto è possibile vedere la posizione geografica, ossia il luogo stesso in cui si trova l’immobile. E’ possibile  vedere il suo valore economico, la data di partecipazione all’asta, le date correnti, le date dei prossimi 7 giorni  e le date dei prossimi 30 giorni, suddivise per regione. Nella sezione Tipo vendita  è possibile scegliere Telematica Spazioaste che ripatisce le modalità di gara in: sincrona mista, sincrona, altra modalità e asincrona, oppure altro. Cliccando sulla prima è possibile leggere una descrizione dettagliata dell’immobile: l’indirizzo, i mq, i locali di cui si compone, le pertinenze. La tipologia di vendita immobile società La descrizione della procedura :data di asta e l’orario, il numero, il lotto, il Tribunale, il prezzo, l’offerta minima, il rialzo minimo, il termine di presentazione delle offerte antecedente alla data di pubblicazione dell’asta, infatti come dispone anche l’art. 490 comma 2 c.p.c. le pubblicazioni devono avvenire almeno 45 giorni prima del termine per la presentazione delle offerte o della data dell’incanto. E’ possibile vedere chi è il delegato alla vendita, nonché l’istituto che si occupa delle vendite giudiziarie, il sito internet sul quale è pubblicato, esempio www.astalegale.net E’ possibile scaricare tutti i documenti tra cui le perizie, la planimetria, le foto dell’immobile, l’avviso di vendita con tutti i riferimenti normativi e i dati identificativi dell’immobile. Si può presentare l’offerta e partecipare all’asta pubblica telematicamente direttamente dal sito, andare su Invia offerta,   si compila il form del Ministero della Giustizia con la quale sarà possibile presentare un’offerta irrevocabile d’acquisto. Per le modalità di compilazione dell’offerta consiglio di leggere il manuale utente  presente sul Portale Nazionale delle Vendite pubbliche https://pvp.giustizia.it/pvp Successivamente cliccare su Partecipa  qui sono riportate le modalità di partecipazione: come partecipare,  manuale,  normativa  che vi invito a leggere, cliccando su ognuna di essa sarete rimandati al seguente sito www.spazioaste.it/ E’ possibile anche assistere ad una vendita telematica come spettatore senza parteciparvi. La richiesta deve essere inviata compilando i dati del form  entro il “termine di presentazione delle offerte” e dovrà essere approvata dal Professionista referente della procedura. A seguito dell’approvazione le verranno inviate le credenziali univoche di accesso all’aula virtuale. Allo stesso modo sul sito Immobiliare.it  È possibile compilare le sezioni e cercare da soli inserendo la provincia o il comune, il gruppo, se siete interessati a immobili residenziali o commerciali, la superficie minima richiesta e cliccare sull’apposito bottone cerca. E’ possibile ricercare tanti immobili che vengono messi all’asta e pubblicati sia dai tribunali che dalle società esperte del settore. Inoltre ci si può avvalere di servizi, quali la consulenza di esperti del settore. Qualora abbiate bisogno di essere consigliati nella scelta del mutuo che si adatta perfettamente alle vostre esigenze, immobiliare.it, si avvale della collaborazione di Euroansa, società di intermediazione del credito. Se hai ancora dei dubbi su Come acquistare l’immobile societario faccelo sapere nei commenti, a presto!
19 Ottobre 2019
Reddito di Inclusione: Disciplina e modalità di accesso

Reddito di inclusione: Disciplina e modalità di accesso

Scopri come ottenere il reddito di inclusione e quali sono i requisiti per fare la domanda d’accesso, ecco la sua disciplina e le modalità di richiesta Con circolare n. 172 del 22 novembre 2017, Inps ha fornito la prima Istruzione amministrativa sul reddito di inclusione. Definizione reddito di inclusione La nuova misura per combattere la povertà, introdotta dal decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017 può essere richiesta a partire dal 1 ° dicembre 2017 e sarà erogato a partire dal 1 ° gennaio 2018. Il reddito di inclusione è destinato a fornire benefici economici alle famiglie con difficoltà socioeconomiche (pagate tramite una carta prepagata emessa da Poste Italiane SpA) e un’acquisizione del servizio di assistenza sociale da parte dei servizi sociali comunali. La candidatura deve essere inviata solo su supporto cartaceo ai comuni, eventualmente associati ai campi, che saranno trasmessi all’Istituto attraverso i canali web (sito internet www.inps.it). Il nucleo richiedente deve soddisfare i requisiti specifici di alloggio e personale, casa, composizione familiare e compatibilità, specificatamente descritti nel modulo di domanda. requisiti reddito di inclusione Il beneficio economico, riconosciuto dall’Istituto, sarà erogato per un massimo di 18 mesi. L’importo della somma è legato al numero di membri della famiglia e tiene conto dei benefici e del reddito per l’attenzione nel nucleo. In ogni caso, l’importo annuo complessivo non può eccedere a quello dell’assegno familiare. Si tenga presente che per la presentazione della domanda, è necessario che il nucleo familiare del destinatario deve avere una certificazione ISEE valida durante l’intera validità del beneficio. Iter procedurale reddito di inclusione Dopo aver ricevuto la richiesta dell’Istituto, l’ente comunale contatterà la famiglia per preparare e sottoscrivere il progetto personalizzato
18 Ottobre 2019
Come usufruire dell’Iper Ammortamento

Iper ammortamento aziendale

Iper Ammortamento Aziendale: Proroga anche per l’Iper ammortamento che riguarda gli investimenti effettuati entro il 31 dicembre 2019 Definizione di iper Ammortamento L’iper ammortamento è una misura ideata dallo Stato italiano per favorire il trasferimento delle aziende italiane alla digitalizzazione. Questi incentivi rappresentano fino al 250% del valore di acquisto degli elettrodomestici nelle categorie previste dalla legge. Tali incentivi devono essere richiesti da parte delle imprese che operano nei settori digitali, tra cui la robotica, meccanotronica, computer e sicurezza web, sviluppo delle nanotecnologie, lo sviluppo di materiali intelligenti, la stampa 3D, grandi volumi di dati e molto altro Inoltre, l’ammortamento viene aggiunto all’aumento del credito d’imposta, nonché le detrazioni fiscali per tutti coloro che investono in PMI innovative di nuova creazione. Oltre agli investimenti in tecnologia, l’iper ammortamento è valido anche per l’acquisto di beni digitali nel settore agro-alimentare, nonché per gli impianti progettati per migliorare il consumo energetico. Per leggere l’elenco completo è possibile consultare la legge finanziaria 2017 art.3 o chiedi direttamente a noi. Come funziona l’iper ammortamento? Nel corso degli anni sono stati introdotti diversi sistemi di incentivi, come il Fondo di garanzia, il Patent Box e il credito d’imposta R & S (Ricerca e Sviluppo) Con questi progetti, tutte le startup italiane possono beneficiare di numerosi vantaggi fiscali. L’iper ammortamento consiste in un aumento di deducibilità fino al 250% dei cosiddetti pagamenti in leasing ai fini d’IRAP e dell’IRES. Ad esempio, se il costo reale del bene acquistato era di 1.000 euro, il suo valore da considerare per l’ammortamento fiscale sarebbe di 2.500 euro. Questa è una chiara differenza (€ 1.500!) Tra il costo reale e il valore di ammortamento. Questo, nei prossimi anni, può dare un forte impulso a qualsiasi azienda che facendo a meno di pagare molte tasse riesce ad investire nel miglioramenti necessari. Come sfruttare gli incentivi dell’Iper Ammortamento Per usufruire dell’iperammortamento gli imprenditori interessati a tutti i benefici fiscali devono presentare la domanda entro e non oltre il 30 giugno 2018. Per gli investimenti che non superano i 500.000 euro, è richiesta una dichiarazione scritta e firmata dalla persona giuridica. Mentre per coloro che superano i 500.000 euro, è richiesta una relazione tecnica giurata, che deve essere eseguita da un ingegnere iscritto all’albo. E’ stata concessa la proroga anche per l’Iper ammortamento che riguarda gli investimenti  effettuati entro il 31 dicembre 2018 ovvero entro il 31 dicembre 2019, a patto che, entro il 31 dicembre 2018, l’ordine risulti accettato dal venditore e sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20% del costo di acquisizione. L’iper ammortamento ha previsto che i titolari di impresa che effettuano investimenti in beni materiali strumentali nuovi possano maggiorare il costo di acquisizione del 150%, ovviamente si deve trattare di beni ad alto contenuto tecnologico, capaci di favorire lo sviluppo digitale in azienda. Beni ammessi all’iper ammortamento Nel beneficio rientrano i: Beni strumentali  e funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale delle imprese secondo il modello «Industria 4.0» il cui funzionamento è controllato da sistemi computerizzati o gestito tramite opportuni sensori e azionamenti come si evince dall’allegato A alla Legge del 11/12/2016 n. 232 inerente al Bilancio di Previsione dello Stato per l’anno finanziario 2017 e al bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019. Inoltre è prevista un’altra maggiorazione del 40%  per i beni immateriali ad alto contenuto tecnologico, quali software, piattaforme, applicazioni, più nel dettaglio si veda l’allegato B della Legge del 11/12/2016 n. 232. E’ stata introdotta una importante novità a proposito dei beni immateriali summenzionati, per i quali  l’impresa per poter essere ammessa al beneficio, deve presentare una perizia tecnica giurata, qualora il costo di acquisizione del bene superi i 500 mila euro, asseverata da un professionista ingegnere, perito industriale iscritto nell’apposito albo, che conferisce validità alla stessa e dimostra che il bene immateriale possiede le caratteristiche tecniche  previste dalla Legge del 11/12/2016 n. e che sia in possesso anche del requisito della  interconnessione al sistema aziendale di gestione della produzione o alla rete di fornitura. Qualora invece il bene sia stato acquistato ad prezzo inferiore a 500 mila euro è sufficiente una dichiarazione del legale rappresentante dell’azienda. E’ opportuno presentare subito la perizia giurata in quanto se essa viene presentata successivamente all’entrata in funzione del bene l’agevolazione del 40% avrà effetto nel periodo d’imposta in cui viene acquisita. Infatti nel caso in cui venga acquistato un bene entrato in funzione e interconnesso nel 2017, per il quale la perizia giurata viene acquisita nel 2018, l’impresa potrà fruire dell’iper ammortamento a partire dal periodo d’imposta 2018, mentre per il 2017 può beneficiare solo del super ammortamento. Pertanto la quota di iper ammortamento annuale, fruibile dal 2018,  dovrà essere calcolata applicando il coefficiente di ammortamento fiscale alla differenza tra la maggiorazione complessiva relativa all’iper ammortamento e la quota di maggiorazione fruita a titolo di super ammortamento nel periodo d’imposta precedente. Novità iper ammortamento Con la circolare del 23 maggio 2018 il Mise ha fornito ulteriori precisazioni, in merito alle tipologie di beni ammessi al beneficio, ne citiamo alcune, a titolo di esempio : L’iper ammortamento viene applicato anche ai distributori automatici di prodotti finiti e/o per la somministrazione di alimenti e bevande le cosiddette vending machine. Tali beni hanno una funzione strumentale principale nell’ambito del ciclo di produzione dell’impresa utilizzatrice operante nel settore del commercio. Infatti, i distributori automatici di prodotti finiti e/o per la somministrazione di alimenti e bevande sono definiti  negozi automatici assimilabili ai “magazzini automatizzati interconnessi ai sistemi gestionali di fabbrica”. Affinché rileva anche il requisito dell’interconnessione, i distributori automatici “devono essere in grado di scambiare informazioni in maniera bidirezionale” con i sistemi interni e/o esterni dell’impresa sia in ingresso sia in uscita. Altro bene, sono le  macchine di lavaggio, disinfezione e sterilizzazione di dispositivi medici utilizzate nel settore sanitario. La circolare del MISE precisa che esse sono assimilabili alle “macchine utensili di de-produzione e riconfezionamento per recuperare materiali e funzioni da scarti industriali e prodotti di ritorno a fine vita” e rientrano, quindi, nelle fattispecie dell’ iper ammortamento. Esempio di calcolo Iper Ammortamento Costo storico del bene € 45.000,00 Costo storico maggiorato del 150% € 67.500,00 Aliquota IRES 24% Aliquota ammortamento fiscale 20,00% Anno Inizio Ammortamento 2017   IPER AMMORTAMENTO   AMMORTAMENTO DEDUZIONE   Anno Aliquota Ordinario Super Ordinaria Super Vantaggio 2017 20,00 % 9.000,00 22.500,00 2.160,00 5.400,00 3.240,00 2018 20,00 % 9.000,00 22.500,00 2.160,00 5.400,00 3.240,00 2019 20,00 % 9.000,00 22.500,00 2.160,00 5.400,00 3.240,00 2020 20,00 % 9.000,00 22.500,00 2.160,00 5.400,00 3.240,00 2021 20,00 % 9.000,00 22.500,00 2.160,00 5.400,00 3.240,00                                                         TOTALE           16.200,00 Vantaggio fiscale con iper ammortamento 54,00% 16.200,00 La tabella mostra il vantaggio economico sia in termini assoluti che in misura percentuale. Come hai notato gli interventi, ad elevato contenuto tecnologico,  oggetto di iper ammortamento, riguardano tutti i titolari di reddito d’impresa, nonché le imprese individuali con reddito soggetto a tassazione IRI, che effettuano interventi nel settore della robotica, sicurezza informatica, stampa 3D, internet, big data, sviluppo di materiali intelligenti, nanotecnologie,  meccatronica, robotica. Se appartieni ad uno di questi soggetti e vuoi saperne di più, possiamo approfondire le recenti novità intervenute con la circolare 23.05.2018 analizzando la categoria di bene che ti interessa. Allo stesso modo possiamo farti esempi di calcolo di iper ammortamento anticipandoti che  si ottiene un sicuro e interessante vantaggio fiscale come nell’esempio summenzionato.    Anche tu sei alle prese con l’iper ammortamento e confidi nell’aiuto e i mezzi necessari per usufruire di questa agevolazione? Scrivimi i tuoi dubbi nei Commenti  
17 Ottobre 2019
Buoni pasto, un modo per pagare meno tasse?

Buoni pasto: come pagare meno tasse

Buoni pasto: Chiamati anche Ticket Restaurant, sono dei documenti che fino a qualche mese fa venivano emessi solo ed unicamente in forma cartacea. I buoni pasto sono un utile metodo per pagare meno tasse. Un metodo che ancora non tutti conosco. Chiamati anche Ticket Restaurant, sono dei documenti che fino a qualche mese fa venivano emessi unicamente in forma cartacea. Oggigiorno è possibile trovarli anche in formato elettronico e servono principalmente per pagare i pasti nelle mense, ristoranti, bar e presso i supermercati convenzionati. Il valore di un buon pasto può variare dai 2 ai 10 euro, a seconda dei casi. Come pagare meno tasse con i buoni pasto L’utilizzo dei buoni pasto comporta numerosi vantaggi fiscali per le aziende che utilizzano questi ticket. In primis si è esenti dalla tassazione fino a un ammontare di ben 5,29 euro al giorno che altrimenti si dovrebbe spendere in tasse. Utilizzando questi strumenti si è esenti dall’imposta sul reddito e dai contributi. L’assenza delle tasse va vista come una specie di rimborso dovuta all’assenza di un locale mensa completo. Inoltre vengono evitati i costi dovuti alla gestione di una mensa. Come funzionano i buoni pasto Il funzionamento di questi strumento coinvolge principalmente 4 parti: a)Le aziende emettitrici; b)quelle utilizzatrici; c)gli utilizzatori; d)anche gli esercizi convenzionati. Le prime sono quelle che producono e vendono i buoni pasto. Le seconde le comprano e le forniscono ai dipendenti, che li utilizzano quando ne sorge il bisogno negli esercizi convenzionati. Il tutto senza alcun onere contributivo a carico dell’utilizzatore o dell’impresa. Il buono pasto, inoltre, può essere considerato alla pari di una vera e propria carta di credito ricaricabile a seconda delle necessità. Quali sono i vantaggi dei buoni pasto Grazie ai buoni pasto tutte le parti coinvolte riescono ad avere dei notevoli vantaggi. Per esempio le imprese risparmiato sui costi di gestione del servizio mensa e possono sfruttare questi strumenti in relazione all’indennità sostitutiva della mensa per ottenere vantaggi fiscali. Gli utilizzatori decidono in completa autonomia come e quando spendere il buono pasto. Le attività convenzionate, invece, accettando i buoni pasto aumentano il numero delle proprie vendite. A chi vanno concessi i buoni pasto I buoni pasto vanno emessi dalle aziende ai propri dipendenti che hanno diritto alla cosiddetta indennità sostituiva di mensa inclusa nella loro busta paga. Il datore di lavoro stesso può decidere autonomamente se scegliere una o l’altra soluzione. Ora che sai molto di più a proposito di questi particolari strumenti, perché non sfruttarli a pieno per risparmiare?
16 Ottobre 2019
Dichiarazione di intento: Cos’è e come evitare il versamento dell’IVA

Dichiarazione d’intento cos’è

Dichiarazione d’intento cos’è: Evitare il versamento dell’Iva si può. Se sei un esportatore abituale avrai la possibilità di presentare una dichiarazione Dichiarazione di intento cos’è: Evitare il versamento dell’Iva si può. Se sei un esportatore abituale avrai la possibilità di presentare una dichiarazione di intento, o lettera di intenti, che renderà l’operazione perfettamente legale. Vediamo nel dettaglio i requisiti e la documentazione necessaria per accedere ed Evitare il versamento dell’Iva. Cosa si intende per esportatore abituale Puoi definirti un esportatore abituale se sei un operatore economico che nell’arco di un anno ha effettuato esportazioni o cessioni intracomunitarie: queste devono rappresentare più del 10% del tuo volume d’affari. Cos’è la dichiarazione di intento La dichiarazione di intento è la documentazione che va presentata all’Agenzia delle Entrate per autodichiarare il proprio status di esportatore abituale. La dichiarazione di intento andrà compilata con i tuoi dati anagrafici, con la descrizione della tipologia di operazione richiesta (esportazioni dirette piuttosto che cessioni intracomunitarie) e indicando il plafond scelto. Chiariamo brevemente il concetto di plafond. È possibile scegliere tra plafond fisso e mobile. Nel primo caso si puoi richiedere di beneficiare dell’esenzione in base al totale dell’Iva non corrisposta nell’anno solare precedente. Se opterai per il plafond mobile di terrà invece conto dell’importo accumulato negli ultimi 12 mesi. Gli adempimenti della dichiarazione d’intento La ricevuta di presentazione della dichiarazione di intento va sempre presentata al fornitore o alla Dogana. La dichiarazione può essere presentata anche per via telematica. Le dichiarazioni fi intento vanno numerate progressivamente e conservate nell’apposito registro. Al fornitore spetta sempre l’onere di verificare la presenza della dichiarazione di intento e della ricevuta di presentazione. dichiarazione d’intento – le sanzioni previste La mancata osservazione di tutte le procedure previste ti potrà esporre a possibili sanzioni. Meglio dunque attenersi scrupolosamente a quanto previsto dell’Agenzia delle Entrate o affidarsi a un professionista in caso di dubbi. Il fornitore che effettua postazioni esenti Iva senza aver ricevuto la dichiarazione di intento e prima di aver verificato l’avvenuta presentazione all’Agenzia delle Entrate rischia infatti una sanzione che ba da un minimo di 250 a un massimo di 2.000 euro. Se il tutto viene effettuato in totale assenza della lettera di intento, allora la sanzione ammonterà a un importo che va dal 100 al 200 % dell’Iva non applicata. DOCUMENTI PER L’ESONERO DA GARANZIA IN CASO DI DICHIARAZIONE IVA DI GRUPPO modelli e moduli excel doc Come risparmiare l’Iva con la dichiarazione d’intento Abbiamo visto dunque che è piuttosto semplice accedere a questo regime agevolato. La presentazione della lettera di intento ti permetterà di sospendere l’Iva per tutte le operazioni di acquisto e importazione di beni e servizi fino al raggiungimento, come detto, di un determinato plafond. Se sei già un esportatore abituale e non hai ancora beneficiato di questa agevolazione è il momento di provvedere alla dichiarazione di intenti. Per chi invece non ha ancora esplorato questo mondo, perché non pensare di avviare questo nuovo tipo di attività, viste le agevolazioni concesse?
16 Ottobre 2019
Reverse charge

Reverse charge: Che cos’è, quale regime e come registrare fatture

Reverse charge – in questo articolo sul reverse charge andreamo ad esplorare una mini guida su cos’è, gli esempi, fattura e regimi iva Cos’è il reverse charge? Il reverse charge non è altro che l’inversione contabile. Solitamente gli imprenditori che emettono fatture sono obbligati ad indicare l’imposta sul valore aggiunto (IVA) per la cessione di beni o servizi. Quindi è il tuo cliente che paga la fattura comprensiva di IVA e spetta a te imprenditore dichiarare all’Agenzia delle Entrate l’imposta sul valore aggiunto. Con il reverse charge accade il contrario: il cedente non addebita l’imposta sul valore aggiunto in fattura in quanto sarà il destinatario a doverla integrare. Regime reverse charge La disciplina del reverse charge è stata applicata per evitare il maggior numero di frodi, per evitare che chi emetta fattura trattenga l’IVA ed evitare che chi paga l’IVA possa richiederne il rimborso all’Agenzia delle Entrate. Si applica alle cessioni di beni e alla prestazione di servizi nei confronti di soggetti passivi nel territorio dello Stato, compresi enti pubblici e privati e i consorzi e le associazioni. Il reverse charge si applica altresì alle cessioni imponibili di oro da investimento, agli acquisti di gas naturale mediante rete di distribuzione e di energia elettrica. Registrazione fatture reverse charge In particolare, per i beni, l’integrazione/registrazione della fattura deve essere effettuata entro il giorno 15 del mese successivo a quello di ricevimento della fattura, indicando il mese in cui è stata ricevuta la fattura. Per le prestazioni di servizi ricevute il documento ricevuto deve essere preventivamente integrato entro il 15 del mese successivo alla ricezione della fattura (emessa dall’operatore comunitario o Extra-UE). Reverse charge fatture emesse Per quanto concerne il reverse charge, l’obbligo di emissione del documento rilevante ai fini IVA ricade sul cedente/prestatore, mentre il cessionario/committente deve assolvere l’IVA su tale documento attraverso la procedura dell’integrazione, annotando l’indicazione dell’aliquota e della relativa imposta, e annotando il documento integrato nel registro delle vendite e degli acquisti. Per tali operazioni bisogna sempre tenere conto della non modificabilità della fattura elettronica. Integrazione IVA nel reverse charge Il soggetto passivo, ossia il committente, al ricevimento della fattura integrerà l’IVA e la inserirà sia nel registro vendite che in quello acquisti, tutto ciò entro un mese dalla ricezione della fattura. Le fatture reverse charge non sono soggette ad imposta di bollo. In sostanza il compratore dovrà registrare due operazioni ovvero l’acquisto e l’autofattura. Autofattura reverse charge Nell’ambito della fatturazione elettronica, obbligatoria tra gli operatori privati dallo scorso gennaio 2019, bisogna prestare attenzione alla modalità di gestione di due particolari situazioni che riguardano l’autofattura e il reverse charge. L’autofattura deve contenere gli stessi dati richiesti per le fatture ordinarie (quindi, si dovranno prendere a riferimento le informazioni di cui all’art. 21 del D.P.R. 633/72). I dati dell’emittente e del destinatario saranno gli stessi e nel documento deve essere specificata l’annotazione “autofatturazione”. Reverse charge chi paga l’IVA? Quindi a pagare l’imposta sul valore aggiunto è il destinatario di una cessione di beni o prestazione di servizi, se soggetto passivo nel territorio dello Stato, è tenuto all’assolvimento dell’imposta in luogo del cedente o prestatore. Reverse charge e fattura elettronica Bisogna distinguere il reverse charge interno da quello esterno. Quello interno è quello di cui abbiamo parlato fin’ ora in questo report; Quello esterno riguarda le operazioni effettuate nei confronti di soggetti esteri, operatori intracomunitari o extra ue. Dal 1° gennaio 2019 è entrato in vigore l’obbligo di invio dell’esterometro, per le fatture reverse charge esterno. Per quanto riguarda gli acquisti intracomunitari e per gli acquisti di servizi extracomunitari, l’operatore IVA residente o stabilito in Italia sarà tenuto a comunicare i dati delle fatture d’acquisto ai sensi dell’art. 1, comma 3bis, del d.Lgs. n. 127/15. In tal caso, quindi, non sussiste l’obbligo di fatturazione elettronica bensì quello di trasmissione del cosiddetto esterometro mensile. Mentre per il reverse charge interno sarà possibile presentare un’autofattura da inviare al Sdl. La procedura sarà però facoltativa. Reverse charge e lo spesometro Ai fini dello spesometro i dati delle fatture devono essere riportate una sola volta nella specifica sezione dei documenti ricevuti. Reverse charge nell’edilizia Il reverse charge si adotta nell’edilizia e in particolare per fatturare le operazioni di pulizie, di demolizione, di installazione di impianti elettrici, elettronici, di depurazioni piscine, antincendio, videosorveglianza, ecc. RICHIESTA DI ATTESTAZIONE DEL PROPRIO REQUISITO SOGGETTIVO AI FINI DELL’APPLICAZIONE DEL REVERSE CHARGE IN EDILIZIA modelli e moduli excel doc Revere charge in caso di subappalto Il reverse charge si applica alle prestazioni di servizi rese da soggetti subappaltatori e in caso di installazione, riparazione e manutenzione di ascensori o scale mobili. Reverse charge pulizie Dal 2015 sono cambiate le regole per la fatturazione dei servizi di pulizia nei confronti di soggetti passivi IVA. Adesso, tutti i servizi di pulizia effettuati nei confronti di soggetti passivi IVA (imprese o professionisti), dovranno essere effettuati con il meccanismo del reverse charge. Il soggetto passivo che è tenuto ad assolvere il tributo non è più il prestatore che emette la fattura (in questo caso l’impresa di pulizie), ma il committente che si vede recapitare una fattura senza l’addebito di imposta, che dovrà poi integrare inserendo l’Iva sia a “proprio credito”, che a “proprio debito”. Reverse charge impianti L’art. 17, comma 6, lett. a-ter del D.P.R. n. 633/1972 stabilisce che rientrano nel reverse charge i servizi di installazione di impianti relativi a edifici. Rientrano le seguenti tipologia di impianto: impianto di videosorveglianza perimetrale, impianto citofonico, impianto di climatizzazione, impianto idraulico di un edificio con tubazioni esterne. Reverse charge manutenzione Rientrano nell’art 17, comma 6, i servizi che riguardano la manutenzione e la riparazione relativa agli impianti stessi (per esempio, prestazione di pulizia caldaia/controllo fumi), anche se eseguite da soggetti diversi da quelli che hanno operato l’installazione. Reverse charge impianti elettrici Nell’installazione di impianti sono comprese le seguenti operazioni: installazione di impianti elettrici in edifici o in altre opere di costruzione (compresa manutenzione e riparazione); installazione di impianti elettronici (compresa manutenzione e riparazione); installazione di impianti idraulici, di riscaldamento e di condizionamento dell’aria (compresa manutenzione e riparazione) in edifici o in altre opere di costruzione; installazione di impianti di irrigazione per giardini (inclusa manutenzione e riparazione); lavori di isolamento termico, acustico o antivibrazioni; Dicitura reverse charge Il prestatore emette fattura regolarmente senza però addebitare, nella fattura stessa, l’imposta sul valore aggiunto inserendo la dicitura: “inversione contabile” e l’art 17, comma 6, DPR n 633/72. Agenzia delle entrate e reverse charge L’agenzia delle Entrate ha fornito tutte le FAQ necessarie sull’argomento reverse charge. Split payment e reverse charge Lo split payment è la scissione dei pagamenti, nuovo meccanismo di liquidazione dell’IVA introdotto dalla legge di stabilità del 2015. Con il Decreto Dignità il 2 luglio 2018 è stato ufficialmente abolito lo split payment per i liberi professionisti, che pertanto non rientrano più tra i soggetti obbligati; viene applicato nei rapporti tra le imprese private e la Pubblica Amministrazione, dove il soggetto privato, ossia l’impresa, incassa l’ammontare dovuto dell’operazione al netto dell’IVA dall’ente della Pubblica Amministrazione. Successivamente, l’ente di Pubblica Amministrazione 3si occuperà di versare l’IVA a debito dovuta sull’operazione considerata. Quindi notiamo una sostanziale differenza con il reverse charge. Dove quest’ultimo disciplina rapporti tra privati mentre lo split payment tra privati e un ente della P.A. Reverse charge art 17 La norma che disciplina il reverse charge è l’art. 17, commi 5, 6, 7, 8 e 9, D.P.R. n. 633/1972 (c.d. “decreto IVA”) che testualmente dispone: <<5. In deroga al primo comma, per le cessioni imponibili di oro da investimento di cui all’articolo 10, numero 11), nonché per le cessioni di materiale d’oro e per quelle di prodotti semilavorati di purezza pari o superiore a 325 millesimi, al pagamento dell’imposta è tenuto il cessionario, se soggetto passivo d’imposta nel territorio dello Stato. La fattura, emessa dal cedente senza addebito d’imposta, con l’osservanza delle disposizioni di cui agli articoli 21 e seguenti e con l’annotazione “inversione contabile” e l’eventuale indicazione della norma di cui al presente comma deve essere integrata dal cessionario con l’indicazione dell’aliquota e della relativa imposta e deve essere annotata nel registro di cui agli articoli 23 o 24 entro il mese di ricevimento ovvero anche successivamente, ma comunque entro quindici giorni dal ricevimento e con riferimento al relativo mese; lo stesso documento, ai fini della detrazione, è annotato anche nel registro di cui all’articolo 25. 6. Le disposizioni di cui al quinto comma si applicano anche: a) alle prestazioni di servizi diversi da quelli di cui alla lettera a-ter), compresa la prestazione di manodopera, rese nel settore edile da soggetti subappaltatori nei confronti delle imprese che svolgono l’attività di costruzione o ristrutturazione di immobili ovvero nei confronti dell’appaltatore principale o di un altro subappaltatore. La disposizione non si applica alle prestazioni di servizi rese nei confronti di un contraente generale a cui venga affidata dal committente la totalità dei lavori. a-bis) alle cessioni di fabbricati o di porzioni di fabbricato di cui ai numeri 8 -bis ) e 8 -ter ) del primo comma dell’articolo 10 per le quali nel relativo atto il cedente abbia espressamente manifestato l’opzione per l’imposizione; a-ter) alle prestazioni di servizi di pulizia, di demolizione, di installazione di impianti e di completamento relative ad edifici; a-quater) alle prestazioni di servizi rese dalle imprese consorziate nei confronti del consorzio di appartenenza che, ai sensi delle lettere b), c) ed e) del comma 1 dell’articolo 34 del codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e successive modificazioni, si è reso aggiudicatario di una commessa nei confronti di un ente pubblico al quale il predetto consorzio è tenuto ad emettere fattura ai sensi del comma 1 dell’articolo 17-ter del presente decreto. L’efficacia della disposizione di cui al periodo precedente è subordinata al rilascio, da parte del Consiglio dell’Unione europea, dell’autorizzazione di una misura di deroga ai sensi dell’articolo 395 della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, e successive modificazioni. b) alle cessioni di apparecchiature terminali per il servizio pubblico radiomobile terrestre di comunicazioni soggette alla tassa sulle concessioni governative di cui all’articolo 21 della tariffa annessa al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 641 come sostituita, da ultimo, dal decreto del Ministro delle finanze 28 dicembre 1995, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 303 del 30 dicembre 1995; c) alle cessioni di console da gioco, tablet PC e laptop, nonché alle cessioni di dispositivi a circuito integrato, quali microprocessori e unità centrali di elaborazione, effettuate prima della loro installazione in prodotti destinati al consumatore finale; (7) (17) [d) alle cessioni di materiali e prodotti lapidei, direttamente provenienti da cave e miniere.] d-bis) ai trasferimenti di quote di emissioni di gas a effetto serra definite all’articolo 3 della direttiva 2003/87/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 ottobre 2003, e successive modificazioni, trasferibili ai sensi dell’articolo 12 della medesima direttiva 2003/87/CE, e successive modificazioni; d-ter) ai trasferimenti di altre unità che possono essere utilizzate dai gestori per conformarsi alla citata direttiva 2003/87/CE e di certificati relativi al gas e all’energia elettrica; (13) d-quater) alle cessioni di gas e di energia elettrica a un soggetto passivo-rivenditore ai sensi dell’articolo 7-bis, comma 3, lettera a); [d-quinquies) alle cessioni di beni effettuate nei confronti degli ipermercati (codice attività 47.11.1), supermercati (codice attività 47.11.2) e discount alimentari (codice attività 47.11.3);].>>. Fac simile fattura reverse charge – esempio Conclusioni In sintesi · Il venditore emette la fattura senza addebitarne l’IVA, come avviene solitamente; · L’acquirente integra la fattura con l’IVA specificandone l’operazione fatturata e contemporaneamente annota tale fattura sia nel registro acquisti (fatture di acquisto) che nel registro vendite (fatture emesse); Se hai dubbi o perplessità, richiedi una nostra consulenza sull’argomento. a presto!
15 Ottobre 2019
Piccoli accorgimenti per Aprire un’Attività e non fallire

Come aprire un’attività

Come Aprire un’Attività: Mettersi in proprio per molti può rappresentare l’inizio di una avventura fatta di soddisfazioni e successo. Come Aprire un’Attività Come Aprire un’Attività? Mettersi in proprio è il coronamento di un sogni per molti, e può rappresentare l’inizio di una avventura fatta di soddisfazioni e successo. Tuttavia, per competere nel mondo contemporaneo, sono necessari una serie di accorgimenti che cercheremo di fornirti in questa breve ma esaustiva guida Come aprire un’attività, adempimenti fondamentali Di seguito, ti segnaliamo una panoramica dei principali adempimenti burocratici per aprire la nuova attività. 1) Individuare il codice ATECO di riferimento. Si tratta di un codice alfanumerico che classifica l’attività principale e/o le attività secondarie che svolgerà la tua azienda, a seconda del quale potrebbero variare gli adempimenti da svolgere in fase di apertura a livello comunale e camerale. 2) Apertura della partita IVA, inviando una comunicazione telematica all’Agenzia delle Entrate. 3) Dotarsi della PEC (posta elettronica certificata) 4) Costituire la società e, se richiesto, sottoscrivere e versare il capitale sociale minimo 5) Iscriversi a INPS ed INAIL 6) Iscriversi alla Camera di commercio di competenza 7) Presentare, se la tipologia di nuova attività lo richiede, La SCIA “Segnalazione Certificata di Inizio Attività” al comune Il capitale iniziale, un fattore chiave di come aprire un’attività Le statistiche sono chiare nel rilevare che gran parte delle nuove attività che falliscono nei primi 5 anni lo fanno per mancanza di capitali. Per quanto buona e innovativa sia la tua idea, senza sufficiente denaro competere nel mercato, affrontare la concorrenza e reggere il peso della tassazione può essere arduo. Assicurati di aver risparmiato un capitale più che sufficiente e non essere frettoloso. Cash is king, come dicono negli USA, e per resistere ai costi ed agli imprevisti ai quali potresti andare incontro nei primi anni, la liquidità è essenziale. Come aprire un’attività e scegliere la forma giuridica ideale per la nuova attività Quale forma giuridica adottare per la tua nuova impresa è una delle prime domande che devi porti. Per rispondere correttamente e è vitale analizzare in prospettiva le caratteristiche del tuo business. Le società di persone sono meno onerose e più semplici da gestire per l’aspirante imprenditore, tuttavia sarai illimitatamente responsabile per il patrimonio della tua impresa, e in caso di insolvenza, potresti essere chiamato a risponderne col tuo patrimonio personale. Nelle società di capitali è la natura giuridica dell’impresa a prevalere sulle persone fisiche, di conseguenza i soci rispondono solo limitatamente al capitale sociale sottoscritto. Questa caratteristica rassicura non poco gli imprenditori che, all’ampliarsi della propria attività e delle responsabilità ad essa connesse, vogliono proteggersi e garantirsi separando nettamente il proprio patrimonio da quello aziendale. come aprire un’attività e qualificarsi come startup innovativa Registrarsi nella apposita sezione del MISE come startup innovativa può essere un’ottima soluzione per beneficiare di incentivi fiscali ad hoc e partecipare a speciali bandi pubblici dedicati solo a questa tipologia di imprese. Per ottenere la certificazione è necessario svolgere l’attività di impresa prevalentemente in Italia, avere un valore della produzione annua non superiore ai 5 milioni di euro, non distribuire utili, e rispettare almeno uno dei tre seguenti requisiti: spese in ricerca e sviluppo significative, personale qualificato, possesso di un brevetto come aprire un’attività e ottenere finanziamenti pubblici Uno degli svantaggi di aprire un’attività in Italia sono le difficoltà di accesso al credito, che possono rivelarsi penalizzati in particolare nella fase di startup. Il capitale iniziale, come esplicato nel precedente paragrafo, è un fattore chiave di successo, ma chiaramente le tue risorse non sono illimitate. Per ovviare alla scarsità di investitori privati e crearti un’alternativa valida al credito bancario un’ottima soluzione è ricorrere ai finanziamenti europei e governativi. Il programma POR-FESR 2014-21 ha stanziato miliardi di euro, ed è attualmente nella sua fase clou. Vi sono numerosissime opportunità proprio per le nuove imprese di ottenere finanziamenti a fondo perduto o finanziamenti agevolati a tassi estremamente favorevoli. Alcuni bandi permettono addirittura di ottenere il denaro necessario all’apertura della tua azienda prima che venga costituita. Per assicurarti i fondi dovrai partecipare ad un bando pubblico; la concorrenza è alta e talvolta conviene affidarsi a dei professionisti di finanza agevolata, che pagherai solo in caso di successo. Concludendo, una nuova attività è una sfida sicuramente impegnativa. Con una corretta esplicazione delle formalità burocratiche, prudenza, analisi accurata del business che intendi intraprendere e capacità di cogliere le migliori opportunità, può essere vinta. Cosa aspetti a metterti in gioco?
14 Ottobre 2019
tasse sull’affitto, cedolare secca

Cedolare secca: Meno tasse sull’affitto

Meno tasse sull’affitto con cedolare secca per risparmiare e rendere profittevole il fitto della tua abitazione. Quando conviene avvalersene? La cedolare secca, per pagare meno tasse sull’affitto,  può essere un ottimo strumento per risparmiare e rendere profittevole il fitto della tua abitazione. Analizziamo di cosa si tratta e quando conviene avvalersene. Definizione di cedolare secca Come segnalato dalla Agenzia delle Entrate, la cedolare secca “è un regime facoltativo, che consiste nel pagamento di una tassa sostitutiva dell’Irpef“, alle relative addizionali, all’imposta di registro e di bollo. Funziona come una vera e propria flat tax, con un’aliquota fissa al 21% per i contratti “a canone libero“, mentre alcuni tipi di contratto (canone concordato) godono di un’aliquota particolarmente favorevole, fissata al 10%. Per usufruirne l’immobile deve essere destinato rigorosamente ad uso abitativo, e non può essere locato ad inquilini che “esercitano attività di impresa o di lavoro autonomo“. La cedolare secca comprende il totale del canone annuo (100%) della locazione, mentre con la tassazione ordinaria solo il 95% è assoggettato alle imposte. Chiaramente “sul reddito assoggettato a cedolare e sulla cedolare stessa non possono essere fatti valere oneri deducibili e detrazioni“. Ciò nonostante beneficiarne può presentare notevoli vantaggi, infatti è stata introdotta proprio per combattere l’evasione fiscale stimolando i proprietari a dichiarare i redditi da locazione usufruendo di un regime più favorevole. Come esercitare l’opzione di cedolare secca Puoi scegliere di optare per la cedolare secca prima di registrare il contratto, o in qualsiasi annualità successiva alla prima, e in seguito segnalarla al momento della compilazione della dichiarazione dei redditi. La richiesta può essere effettuata semplicemente compilando il modello RLI tramite i servizi telematici dell’Agenzia o richiedendo la registrazione negli appositi uffici. Quando conviene optare per la cedolare secca Normalmente, i proventi derivanti dal fitto di un immobile andrebbero a confluire nel totale complessivo del tuo reddito, e sarebbero soggetti a regolare tassazione IRPEF. L’IRPEF è un’imposta progressiva sulle persone fisiche strutturata in aliquote che vanno da un minimo del 23% ad un massimo del 43%. Di conseguenza, nel migliore dei casi, anche gli introiti derivanti dall’attività di locazione sconterebbero un’imposta del 23%, mentre come abbiamo precedentemente evidenziato, la cedolare secca risulta nettamente più conveniente (21% o 10%). Quanto è possibile risparmiare di tasse sull’affitto con la cedolare secca Come intuirai, il vantaggio fiscale aumenta in modo esponenziale nel caso in cui il tuo reddito superi la prima fascia IRPEF e sfori in uno degli scaglioni successivi (cosa abbastanza comune). Riportiamo un semplice esempio pratico, con un reddito assoggettato alla terza fascia IRPEF (33%) e una locazione che frutta 10.000 euro annui: – Usufruendo della cedolare secca (21% di aliquota) pagheresti 2.100 € di imposte – Con la regolare tassazione IRPEF al 33%, la somma salirebbe notevolmente fino a 3.135 € (10.000 X 95% X 33%) In questo caso specifico il risparmio è di ben 1.135 € Concludendo, essendo in possesso dei requisiti, scegliere la cedolare secca rappresenta un’ottima opportunità. Anche in Italia proteggere i tuoi guadagni dal fisco è possibile, perché aspettare dunque?
14 Ottobre 2019
Comunicazione Unica: Ecco come semplifica la vita della tua impresa

Comunicazione unica: Definizione ed Esempi

Comunicazione Unica: Vuoi iniziare un’attività di impresa e pensi alla burocrazia da seguire per iscrivere l’impresa al registro imprese Hai intenzione di iniziare un’attività di impresa e già pensi alla burocrazia che dovrai seguire per iscrivere la tua impresa nel registro delle imprese, con relative comunicazioni agli enti preposti? Pensi ai rimbalzi da un Ufficio ad un’altro e alle interminabili file da fare? Non disperare. Grazie al processo di digitalizzazione nell’ambito della Pubblica Amministrazione, oggi è possibile semplificare i rapporti tra Imprese e Pubblica Amministrazione. A partire dall’ 01 aprile 2010, in attuazione del D.L. n 78 del 2009, non solo si può ma è diventato obbligatorio presentare l’iscrizione e la cancellazione dell’impresa, l’inizio, la modifica e la cessazione delle attività attraverso la comunicazione unica. Comunicazione unica – definizione La comunicazione unica è un modello, presente sul sito www.registroimprese.it che ti consente di comunicare, comodamente seduto dalla scrivania di casa tua, tutte le vicende che riguardano la vita della tua Impresa (dall’iscrizione alla cancellazione, modifica e cessazione dell’attività) assolvendo così a tutti gli adempimenti nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, INPS, INAIL e Registro delle Imprese. Il meccanismo è semplice: tu comunichi al Registro delle Imprese attraverso la comunicazione unica e il Registro delle Imprese si occupa di inoltrarla all’INPS, INAIL e Agenzia delle Entrate. Grazie alla comunicazione unica tutti gli adempimenti possono essere assolti rivolgendoti ad un unico canale digitale. La nuova procedura telematica è completamente gratuita. Come la comunicazione unica semplifica la tua impresa  Prima dell’1 aprile 2010, se volevi aprire una nuova attività d’impresa, dovevi recarti fisicamente presso vari enti: -La Camera di Commercio, -L’ Agenzia delle Entrate per l’iscrizione della Partita Iva e il codice fiscale, -L’INAIL per l’assicurazione dei dipendenti e l’anti-infortunistica -L’INPS per la tua posizione previdenziale e quella di eventuali dipendenti. Oggi tutto questo non è più necessario. E’ sufficiente redigere e inviare la pratica di comunicazione unica, esclusivamente per via telematica, al Registro delle Imprese che si occuperà poi di darne comunicazione agli enti sopra detti, facendoti risparmiare una notevole quantità di tempo. Requisiti richiesti e procura comunicazione unica Per procedere alla redazione e all’invio della comunicazione unica occorre essere muniti di: -firma digitale, necessaria per firmare in via elettronica il documento, -un indirizzo di posta elettronica certificata (PEC), necessario per ricevere informazioni relative agli esiti delle domande e delle iscrizioni. In mancanza di PEC dovrai darne comunicazione al Registro delle Imprese che procederà ad attribuirtene una in tempo reale e gratuitamente. Vuoi iniziare una nuova attività d’impresa? Ora è tutto più semplice con la comunicazione unica. Collegati al sito www.registroimprese.it e con un semplice click invia tutti i documenti necessari, comodamente da casa tua, senza file interminabili agli sportelli e inutili perdite di tempo. Semplificare la burocrazia oggi non è più un miraggio ma qualcosa di concreto. Allora, cosa aspetti?
13 Ottobre 2019
Come Pagare meno contributi previdenziali

i Contributi previdenziali

Contributi previdenziali La quantificazione e la conseguente gestione del carico fiscale è una valutazione tecnica necessaria per chi svolge attività di impresa Contributi previdenziali – La quantificazione e la conseguente gestione del carico fiscale è una valutazione tecnica necessaria per chi svolge attività di impresa, i contributi previdenziali rappresentano una quota importante dell’impegno economico fiscale dell’azienda per cui diventa necessario capire come poterne pagare meno ed in quali casi richiederne addirittura la sospensione del pagamento. Contributi previdenziali e accorgimenti da adottare I primi accorgimenti vanno senz’altro compiuti in fase di costituzione di nuova partita IVA, capire il tipo di attività che si va ad intraprendere se inquadrabile come artigiano/commerciante oppure come libero professionista. Se l’attività corrisponde alla prima categoria, l’INPS chiederà comunque a fine anno una quota fissa a prescindere dalla redditività, mentre il lavoratore autonomo pagherà in gestione separata, una quota calcolata in base ai suoi guadagni; dunque per redditi annui esigui è preferibile optare per una libera professione rispetto ad un’azienda commerciale o artigiana. Puoi anche risparmiare il 100% dei contributi previdenziali, qualora fossi un lavoratore dipendente – dove i contributi sono corrisposti dal datore di lavoro – full time ed intendi aprire una nuova attività commerciale. Come sospendere i contributi previdenziali Il costo dei contributi previdenziali sono diventati un carico sempre maggiore da sopportare soprattutto per le categorie lavorative degli artigiani ed commercianti, i quali come detto, rappresentano veri e propri costi fissi – ammontano a più di 3.600 euro – in quanto si è obbligati a pagarli anche se non si è maturato reddito nel corso dell’anno. L’opportunità di sospendere i contributi previdenziali non è un’utopia, ma un’occasione solo per aziende in particolari condizioni economiche e soltanto se si tratta di una procedura estemporanea e ben limitata nel tempo. Gli aspetti di legge dei contributi previdenziali Il legislatore ha tutelato le attività che non riescono a realizzare una redditività durante l’anno commerciale, quindi per quelle aziende in perdita o in sofferenza economica si può richiedere la sospensione dell’attività: questa prassi non può durare più di sei mesi e va comunicata formalmente tramite apposita compilazione del modello Comunicazione Unica; se l’esito è positivo l’obbligo di versamento dei contributi è momentaneamente interrotto. Quest’ultima è una novità legislativa in materia di contributi previdenziali risalente al 2011, mentre prima l’INPS attribuiva come legittima l’interruzione dei pagamenti, solamente in caso di servizio militare, congedo parentale o svolgimento di attività aziendale a carattere stagionale. Questi sono delle possibili soluzioni su come poter pagare meno contributi previdenziali, con un approfondimento sulla fattibilità della sospensione degli stessi. Se la tua azienda non riesce a sostenere il carico previdenziale, perché non seguire i nostri consigli?
12 Ottobre 2019
Evadere il fisco: Ecco i trucchi per pagare meno tasse che usano gli Italiani

Meno tasse: mini guida e trucchi

Pagare meno tasse in Italia è possibile. Ma attenzione: pagare meno tasse non è sinonimo di evasione fiscale. Ecco i trucchi per pagare meno tasse Pagare meno tasse in Italia è possibile. Ma attenzione: pagare meno tasse non è sinonimo di evasione fiscale. Chiunque si affidi a persone che promettono di aggirare il Fisco evadendo dal pagamento dei propri tributi farebbe bene a rivolgersi a metodi legali per raggiungere l’obiettivo di ridurre l’imposizione fiscale. Ma quali sono i metodi legali comunemente adottati per diminuire la pressione fiscale? Il controllo dei costi per pagare meno tasse Quelli adottati dagli italiani sono piccoli trucchi in grado di far risparmiare non poco denaro al soggetto singolo o alle aziende quando si tratta di dover dedurre i costi alla fine dell’anno “economico“. Primo tra questi metodi vi è il controllo completo di tutti i costi che gravano sulla persona o sull’azienda. Tali costi andranno tenuti sotto controllo mediante fatture e scontrini di qualsiasi tipo, così da dedurli e vedere un effetto positivo a proposito dell’abbassamento della pressione fiscale. Le nuove tecnologie per pagare meno tasse Un metodo da adottare con maggior frequenza nell’ambito della diminuzione dell’imposizione fiscale riguarda la possibilità di investire nelle nuove tecnologie: assumere nuovo personale significherebbe aumentare irrimediabilmente i costi, quando invece un computer all’avanguardia comporterebbe l’effetto opposto. L’outsourcing per pagare meno tasse Un altro metodo adottato da buona parte delle aziende che intendono abbassare l’imposizione fiscale è il cosiddetto “outsourcing”, ovvero la possibilità di delegare alcune operazioni di tipo produttivo ad altre aziende. Così facendo si abbatterebbe notevolmente la spesa fiscale dell’azienda stessa. La forma societaria adeguata per pagare meno tasse È di fondamentale importanza adottare un forma societaria adeguata alle reali possibilità economiche della propria persona o della propria azienda. Optare per un assetto societario dispendioso senza poi riuscire a mantenere un certo standard economico significherebbe restare affossati in partenza. Il metodo previsionale per pagare meno tasse Un altro trucco adottato con frequenza dagli italiani, per far fronte ai problemi di un sistema fiscale spesso poco chiaro, è la possibilità di adottare il metodo previsionale così da effettuare una stima anticipata della reale somma da versare allo stato. In questo modo si eviteranno pagamenti eccessivi dei contributi, anche se il metodo in questione va eseguito solo nel caso in cui si è certi di calcolare correttamente il reale importo da versare. Se così non fosse, si andrebbe incontro a sanzioni. Meno tasseSarà capitato anche a te di lamentarti sulle tasse da pagare, specialmente sull’importo che devi sborsare ogni anno circa il tuo patrimonio personale e quello della tua azienda. Ci sono acconti, saldi, contributi previdenziali, imposte sul reddito, spese legate ai vari balzelli dello Stato e degli enti locali. Sembra non esserci una soluzione, ma se ci pensi bene puoi chiedere un aiuto a un esperto. Il commercialista ha proprio questo compito, quindi oltre a evitare che tu possa incorrere in errori che ti faranno ottenere delle sanzioni, individua la migliore soluzione ai tuoi problemi, valuta la situazione e mette in atto le necessarie procedure per ridurre l’impatto fiscale sulla tua attività. Non si tratta certo di evadere il fisco o di ricorrere a stratagemmi illegali che consentirebbero di ottenere una verifica da parte della Guardia di Finanza e quindi di pagare le conseguenze previste dalla legge. Come pagare meno tasse Esistono alcuni accorgimenti che consentono di ridurre la pressione fiscale senza rischiare multe, denunce e condanne. Grazie ai consigli di un bravo commercialista puoi trovare le giuste soluzioni. Ecco cosa puoi fare. Il primo atto da compiere riguarda l’outsourcing, infatti se affidi alcuni servizi all’esterno della tua azienda, potrai abbattere i tributi e le spese legate alla gestione del personale. Il secondo aspetto legato al risparmio sulle tasse concerne la conoscenza di detrazioni e deduzioni, perché sapere bene quali costi possano essere recuperate, aiuta a ridurre la spesa. Bisogna ovviamente documentare bene i costi e seguire le procedure indicate dal Fisco di anno in anno secondo la Legge Finanziaria. Quali altre azioni intraprendere per pagare meno tasse Sempre con l’aiuto del commercialista, potrai pagare meno tasse abbassando l’utile attraverso l’attivazione di contratti di pubblicità o sponsorizzazioni, spostando quindi le risorse dalle tasse dovute alla promozione della tua impresa. Potrai anche approfittare della deducibilità dal reddito complessivo delle pensioni integrative e dalla detrazione dei costi destinati a polizze vita e infortuni. All’atto della costituzione della società, scegliendo la forma più adatta, potrai utilizzare agevolazioni, come i regimi forfettari, che ti consentiranno di pagare meno tasse. Naturalmente il commercialista ti saprà dire quale sia la casistica in cui puoi rientrare. Se acquisti i beni necessari in leasing, oltre a pagare un po’ alla volta, avrai modo di detrarre i canoni dalle tasse. Lo stesso vale per le spese dell’auto aziendale. Infine devi adottare la pianificazione fiscale, selezionando il giusto regime fiscale più adatto. È risaputo che in Italia la pressione fiscale è alle stelle. Ciò deriva dall’alta tassazione adottata dallo stato italiano per far fronte alla politica e ai cambiamenti introdotti dall’Unione Europea. Una politica che ha visto la Germania assumere un ruolo trainante nell’economia dell’UE, forte di un’industria mai sottotono e in grado di sostenere ritmi più alti rispetto a quelli degli altri paesi europei. La questione è la seguente: è possibile in Italia pagare legalmente meno tasse? Se sì, quali sono i metodi per farlo? Vediamolo qui di seguito. Le possibilità offerte dalla legge per pagare meno tasse La legge offre diverse possibilità e metodologie per raggiungere obiettivi quali l’abbassamento della tassazione e un conseguente aumento dei risparmi. In primo luogo, un aspetto spesso trascurato nell’amministrazione delle proprie finanze riguarda proprio la gestione dei costi della propria attività o dei propri interessi. Si potrebbe dire che, in fin dei conti, l’intera questione si articola intorno all’analisi e alla deduzione di tutti i costi sostenuti durante l’anno dalla propria attività. Seppur con delle piccole sottigliezze e differenze. L’analisi dei costi È dunque questo il punto chiave dell’intera attività di riduzione della pressione fiscale in Italia: il controllo dettagliato di ogni costo sostenuto dalla propria attività, organizzazione, azienda ai fini di poter effettuare una deduzione ancor più approfondita della spesa. Per procedere nell’esecuzione di simili accorgimenti sarà necessario effettuare una grande attività di controllo su ogni dato economico, fattura, scontrino emesso durante l’anno, con alcuni costi deducibili in modo completo e altri deducibili solo in parte. L’investimento nelle nuove tecnologie per pagare meno tasse Le metodologie per raggiungere l’abbassamento della pressione fiscale non sono finite qui. In questa fase, una pratica necessaria sono sicuramente la possibilità di investire in nuove tecnologie piuttosto che assumere dipendenti che svolgerebbero le funzioni analoghe a quelle di un computer ma a fronte di un costo maggiore. Il ricorso all’esternalizzazione L’esternalizzazione, anche detta “outsourcing”, è la pratica con cui le aziende si affidano a terzi per lo svolgimento di pratiche legate allo sviluppo produttivo dell’azienda stessa. Ciò consente a chi pratica outsourcing di risparmiare notevolmente, in quanto svolgere alcune operazioni “in casa” non farebbe che aumentare i costi dell’intera società. Quelli sopra elencati sono solamente alcuni delle possibili soluzioni da adottare in materia di abbassamento della pressione fiscale. Dunque, dopo aver compreso come pagare meno tasse in Italia in modo del tutto legale cosa aspetti a sperimentare alcuni dei metodi illustrati? Sono già molti gli italiani che riescono ad abbassare la pressione fiscale in maniera del tutto legale, adottando questi e altri metodi completamente funzionanti e nei limiti della legge. Dunque, perché non tentare?
7 Ottobre 2019
Pensioni: Ecco tutte le novità 2018

Pensioni: Ecco tutte le novità 2018

La legge di bilancio del 2018 ha introdotto dei cambiamenti significativi nel settore delle pensioni, ecco tutte le novità per quest’anno La legge di bilancio del 2018 ha introdotto dei cambiamenti significativi nel settore delle pensioni, in particolare per le donne e coloro che desiderano accedere al prepensionamento. Dopo due anni in cui non c’è stata alcuna variazione sulle pensioni, con l’arrivo del 2018 si prevede un aumento dell’1,2%. In particolare, le pensioni minime saranno ricalcolate da un importo mensile di 501,89 € a 507,92 €, mentre per quelle che ricevono pensioni sociali, il reddito sarà di 373,92 euro al mese. Pensioni anticipate: tutte le novità 2018 Nella Legge di bilancio del 2018 sono state introdotte delle novità sul prepensionamento, infatti coloro che hanno utilizzato il sistema contributivo, che hanno compiuto 63 anni e 7 mesi e hanno versato 20 anni di contributi, avranno diritto alla pensione anticipata. Non ci sono più limiti di età per coloro che desiderano accedere alla pensione anticipata, se sono stati pagati 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini. Per i primi lavoratori, con la riforma del 2018, puoi andare in pensione anticipatamente (41 anni di contributi) se hai pagato 12 mesi di contributi prima del diciannovesimo anno e se fai parte di una delle categorie di lavoro definite per uso o notte. Modifiche ai criteri per l’accesso all’Ape Social La legge di bilancio 2018 ha anche modificato i criteri per l’accesso all’Ape social, indennità mensileerogata dallo stato, che può essere richiesta da coloro che hanno raggiunto l’età di 63 anni e che hanno una delle seguenti condizioni: 30 anni di contributi versati; Essere un Lavoratore disoccupato dopo il licenziamento; Essere un Lavoratore con disabilità superiore al 74%; Essere un lavoratore che ha aiutato il coniuge o un parente di primo grado con gravi disabilità per almeno 6 mesi. L’ape rosa e l’ape volontaria Per le donne c’è l’Ape rosa che è uno sconto di sei mesi per ogni bambino, fino a un massimo cumulativo di due anni. L’Ape volontaria, confermata fino a dicembre 2018, è una forma di pensionamento anticipato di 12 mesi che può essere richiesto da coloro che hanno raggiunto 63 anni di età e 20 anni di contributi versati. Requisiti per richiedere la RITA: – disoccupazione per almeno 24 mesi; – perdita di lavoro prima di 5 anni di richiesta di una pensione di vecchiaia.
7 Ottobre 2019
Stato di famiglia

Autocertificazione stato di famiglia – Modulo dichiarazione

L’autocertificazione dello stato di famiglia è un documento che il singolo cittadino può compilare per certificare la composizione della famiglia L’autocertificazione stato di famiglia è un documento che il singolo cittadino può compilare per certificare la composizione della famiglia senza doverlo richiedere presso l’ufficio comunale di residenza. Prima di spiegare in dettaglio come completare e inviare l’autocertificazione stato di famiglia, è consigliabil stabilire a cosa serve il certificato di stato di famiglia e in quali occasioni è necessario richiederlo. Autocertificazione stato di famiglia – Cos’è Il certificato di stato di famiglia è la dichiarazione che elenca i membri di una famiglia che indicano le relazioni familiari o i cosiddetti legami emotivi. Per unità familiare ci riferiamo a persone che vivono nella stessa casa, unite da vincoli di matrimonio, adozione, affinità o parentela. Il certificato di famiglia viene richiesto dal comune di residenza e viene utilizzato per richiedere un mutuo, per completare il modello ISEE, per usufruire di sgravi fiscali o per richiedere assegni familiari. Per semplificare le operazioni di rilascio del certificato di nascita e non andando all’ufficio competente, il documento può essere richiesto online o l’autocertificazione stato di famiglia può essere completata. Compilazione autocertificazione stato di famiglia A partire dal 2012 è possibile completare e stampare l’autocertificazione dello stato civile, questo documento è una dichiarazione sostitutiva firmata dal richiedente e con la stessa validità del certificato tradizionale. Modulo autocertificazione stato di famiglia Il modulo di autocertificazione stato di famiglia può essere scaricato online da questo link, in alcuni casi, può essere richiesto sulla pagina istituzionale del comune di residenza. L’autocertificazione stato di famiglia presenta nella prima parte l’inserimento dei dati del dichiarante: nome e cognome luogo e data di nascita Nella seconda parte, l’inserimento dei dati dei componenti del nucleo familiare. Prima dell’inserimento dei dati del nucleo familiare, il dichiarante accetta di fornire i dati corretti e veritieri, altrimenti come previsto per le dichiarazioni false o mendaci sono punibili dalla legge civile o penale. Informazioni da scrivere nel modello Il modello di autocertificazione stato di famiglia richiede l’inserimento dell’indirizzo in cui risiede la famiglia e alcune informazioni relative a ciascun singolo componente: nome e cognome Luogo e data di nascita stato civile L’ultimazione del modulo è perfezionata con la propria firma che non deve essere autenticata Può inoltre essere inviato elettronicamente o consegnato a mano all’istituzione o alla persona che lo ha richiesto. È importante ricordare di allegare una fotocopia di un documento di identità valido al modulo di autocertificazione stato di famiglia.
6 Ottobre 2019
Ecco il rischio del lavoratore che ruba i beni aziendali

Ecco il rischio del lavoratore che ruba i beni aziendali

Il furto del patrimonio aziendale è sempre stato una delle violazioni più frequenti che hanno portato al licenziamento del lavoratore. Disciplina del licenziamento sul Furto all’impresa Questo tipo di licenziamento, chiamato licenziamento disciplinare, sfugge alle regole generali per la protezione dei lavoratori in caso di licenziamento. Il datore di lavoro può, infatti, licenziare il dipendente che ha rubato, senza doverglielo notificare, senza dover pagare alcun compenso sostitutivo e senza timore di una contestazione da parte del lavoratore. Questo perché, nell’ipotesi in cui il lavoratore viene sorpreso a rubare denaro o beni dell’azienda, al di là dei profili di responsabilità penale, prima di tutto si perde la fiducia che regola il rapporto di lavoro. Una grave violazione del dovere di lealtà È bene ricordare, infatti, che tale condotta costituisce una grave violazione del dovere di lealtà che il dipendente è tenuto a rispettare nel rapporto di lavoro. Quindi, oltre ai profili strettamente economici relativi al furto stesso, ciò che è rilevante e giustifica il licenziamento è la mancanza di affidabilità del lavoratore agli occhi del datore di lavoro. Nonostante, quindi, il licenziamento è l’ultima risorsa delle sanzioni reali che possono essere imposte al lavoratore, nel caso in questione (cioè il furto di cose dalla proprietà del datore di lavoro) si può concludere che è un licenziamento giustificato e proporzionato all’atto. Tuttavia, nella realtà degli eventi, così come nelle aule di tribunale, abbiamo discusso il profilo quantitativo del furto. Vale a dire: il cassiere della banca che ruba centinaia di migliaia di euro può essere paragonato a chi ruba una mela al supermercato? Furto di beni aziendali e peso del fatto In linea di principio, i due comportamenti di rubare una mela e il furto di una grande quantità di denaro sono identici e, quindi, dovrebbero avere le stesse conseguenze sia in termini di rilevanza penale che in termini di licenziamento del lavoratore. Tuttavia, da un punto di vista criminale, abbiamo il principio di una natura tenue del fatto che il sistema legale non ha interesse a punire un fatto che – sebbene costituisca un crimine – ha un carico offensivo scarso. Infatti, per il sistema legale non è economicamente conveniente punire un dipendente del supermercato che a sua volta ruba un pacchetto di biscotti dallo scaffale o mangia un panino destinato alla vendita. Ciò significa che l’atto stesso rimane criminalmente illegale, ma il sistema ritiene inutile punirlo. Chiarimenti se il furto giustifica il licenziamento disciplinare Alla luce di questa osservazione, quindi, dobbiamo chiarire se il furto, anche nei casi in cui non sia penalmente rilevante, è adeguato a giustificare un licenziamento disciplinare. Recentemente, l’appello ha affermato che è legittimo licenziare un lavoratore che sottrae beni posseduti dalla società, indipendentemente dalle caratteristiche e dal valore dello stesso. Pertanto, ne consegue che il licenziamento è legittimo anche se il furto in azienda, a causa della sua fragilità, non è punito penalmente. Per capire questo, dobbiamo sempre considerare la profonda distinzione tra i profili criminali e civili che derivano dal comportamento del lavoratore. Il tribunale civile può fare una diversa qualificazione dei fatti Le sentenze civili (o di lavoro) e penali, infatti, sono procedure autonome e il tribunale civile può fare una diversa qualificazione dei fatti di quello compiuto dal giudice criminale. Ne consegue che in caso di furto della proprietà della società, anche se il lavoratore è stato in grado di evitare un procedimento penale e la sua condanna della piccolezza dei danni causati al datore di lavoro, difficilmente potrà sfuggire al licenziamento.
2 Ottobre 2019
Tutte le Novità sulla Fatturazione elettronica tra privati B2B

Fatturazione elettronica: Novità tra privati B2B

Fatturazione elettronica: Dal 2014 le aziende che hanno rapporti commerciali con la Pubblica Amministrazione, hanno l’obbligo di emetterla Dal 2014, i contribuenti – aziende e professionisti – che hanno rapporti commerciali con la Pubblica Amministrazione, hanno l’obbligo di emettere la fattura elettronica da inviare tramite il Sistema di Scambio gestito direttamente dall’Agenzia delle Entrate, che riceve fatture e ne verifica la sua correzione formale inviandoli infine al destinatario. Fatturazione elettronica tra privati La fatturazione elettronica è attualmente facoltativa nelle transazioni del settore privato, comunemente noto come B2B (Business-to-Business), ma sarà molto presto obbligatoria anche per loro. il B2B a partire dal 2019 sarà esteso a qualsiasi fatturazione. Vantaggi della fatturazione elettronica La fattura elettronica, cui autenticità è garantita dalla firma digitale, consente una drastica riduzione dell’evasione e la semplificazione per il rispetto degli obblighi fiscali, nonché “vantaggi burocratici ed economici”. Vediamo insieme quali  sono: Evasione fiscale: elimina infatti la possibilità di non registrare una fattura, sia da parte dell’emittente che del destinatario. Non sarà più possibile falsificare gli importi e ancor meno emettere fatture false. Semplificazione fiscale: la standardizzazione del processo di fatturazione ridurrà la possibilità di errori Infatti l’Agenzia delle Entrate, in base ai dati ricevuti, può effettuare verfiche più minuzione con una percentuale di errore molto bassa. Burocrazia: i vantaggi sono legati all’abolizione dell’analisi a campione infatti verranno eliminati i modelli Intrastat e verrà effettuata l’esenzione del visto di conformità. Meno spese: i vantaggi economici saranno in termini di semplificazione della contabilità aziendale, in quanto, da un analisi svolta dalla Commissione europea, le aziende risparmieranno quasi 10 euro per fattura. Procedura per attivare la fatturazione elettronica Molte società di software offrono soluzioni dedicate in cloud, con le quali la stessa partecipa a tutte le fasi della fatturazione elettronica, compresa l’archiviazione in digitale. Ci sono anche soluzioni in locale che comprende di scaricare un software sul propri computer. Una volta completato il processo di fatturazione, la stessa viene inviata direttamente a tutti i sistemi di scambio. Costi per attivare la fatturazione elettronica I costi sono relativamente bassi, ad esempio circa 45 euro all’anno per 100 fatture gestite in cloud.
1 Ottobre 2019
Pensione anticipata: Ecco i Requisiti per il 2018

Pensione anticipata: Ecco i Requisiti per il 2018

Il pensionamento è una rendita pagata sulla base di anni di lavoro svolto e al raggiungimento di un certo numero di anni contributivi Il pensionamento consiste in una rendita vitalizia, pagata sulla base di anni di lavoro svolto dall’individuo e viene acquisito una volta raggiunto un certo numero di anni contributivi. Cosa prevede il sistema Pensionistico Il sistema pensionistico italiano prevedeva, fino alla legge Fornero del 2011, un sistema pensionistico misto. Un lavoratore, privato o pubblico, potrebbe beneficiare della pensione in base all’età e se ha raggiunto gli anni di contributi versati. Ciò si verificava sia per l’acquisizione della pensione di vecchiaia che per il prepensionamento. La novità della Legge di stabilità 2018 ha portato a una serie di proposte che dovrebbero migliorare la rigidità della legge del 2011. Per quanto riguarda la pensione, i parametri per il 2017 rimarrano a 65-66 anni e sette mesi per donne e uomini con un minimo di vent’anni di contributi versati. Per il prepensionamento, tuttavia, ci sono notizie positive. Legislazione delle pensioni prima del 2018 La pensione anticipata o prepensionamento, è la possibilità che un lavoratore, che si trova in condizioni speciali secondo la legge, che non raggiunga il limite massimo dei contributi versati ma, in base a determinati requisiti specifici, ha accesso anticipato al sistema pensionistico. Nella Legge di stabilità del 2017, è stata prestata una particolare attenzione a questi aspetti, che saranno confermati nella nuova legislazione sulle pensioni del 2018. Le categorie che beneficiano di questa legislazione sono: Le donne con bambini, I lavoratori che si dedicano ad attività abusive Coloro che possono avvalersi della legge 104. Anche il sistema di accesso all’assistenza sociale e volontaria è stato modificato e chiarito. Pensione Anticipata con APe Social Per tutte queste categorie di lavoratori, ci sono anche  per accedere al sistema APE social, che ha una riduzione dei requisiti minimi di accesso di cui ne parlerò nel prossimo articolo
1 Ottobre 2019
gestione separata inps

Gestione separata inps: Cos’è, quali aliquote e come si calcola

Gestione separata inps – in questo articolo andremo ad esporre la definizione, le aliquote la previdenza, i moduli in pdf e il calcolo Il mondo del lavoro ha mille sfaccettature ed anche il sistema pensionistico, in Italia, trova molteplici declinazioni come la Gestione separata INPS. Gestione separata inps: definizione Per Gestione separata si indica un fondo in cui confluiscono somme poste a riserva ed impiegate in attività finanziarie. Quando è INPS ad occuparsene parliamo allora di Gestione separata INPS. Gestione separata inps cos è La Gestione separata INPS è un fondo pensionistico figlio della Legge 335 del 1995 che riforma il sistema pensionistico e che viene più comunemente riconosciuta come “la riforma Dini”. Inps cassetto previdenziale gestione separata Uno strumento fondamentale che i lavoratori o l’azienda hanno a disposizione per comunicare con l’INPS è il cassetto previdenziale, accessibile online e contenente tutte le informazioni e le comunicazioni che l’INPS invia all’utente. Matricola inps gestione separata Ogni soggetto che abbia una propria posizione aperta presso l’INPS, avrà una matricola con la quale verrà identificato dall’ente, anche nel caso di Gestione separata. Iscrizione gestione separata inps Per usufruire di questo servizio è necessario effettuare un’iscrizione che può essere fatta online munendosi di identità digitale, ovvero facendosi riconoscere dal sistema tramite uno dei tanti provider che forniscono il servizio di identità digitale. Iscrizione alla gestione separata inps in ritardo È importante sapere che un’iscrizione effettuata non per tempo comporterebbe una sanzione, pertanto è fondamentale definire le tempistiche per l’avvio del business e l’espletamento di queste pratiche burocratiche in tempo. Iscrizione gestione separata inps professionisti Per i professionisti, la Gestione separata INPS rappresenta un’alternativa, obbligatoria, alla cassa previdenziale di appartenenza ed è disciplinata dall’articolo 2, comma 26 della Legge numero 335 del 1995. Modulo iscrizione gestione separata inps L’iscrizione è effettuata tramite apposito modulo predisposto dall’INPS (scaricabile qui Modulo iscrizione INPS – Gestione separata ) in cui il professionista dichiara la tipologia di attività svolta secondo il codice ATECO. Contributi inps gestione separata Normalmente la ripartizione dell’onere contributivo tra collaboratore e committente è fissata in un terzo a carico del collaboratore e la restante parte a carico del committente ma per la Gestione separata è da intendersi totalmente a carico del lavoratore. Gestione separata inps aliquote Sono fissate delle aliquote per determinare le quote di contribuzione e vanno da un 24%, per chi ha già altra copertura assicurativa, fino al 34,23% per soggetti sprovvisti di altre coperture previdenziali. scarica qui le Aliquote gestione separata 2019 Circolare numero 19 del 06-02-2019 Riepilogando nella Tabella seguente, le aliquote dovute per la contribuzione alla Gestione separata per l’anno 2019 sono complessivamente fissate come segue: Collaboratori e figure assimilate Aliquote Soggetti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie per i quali è prevista la contribuzione aggiuntiva Dis-Coll 34,23% (33,00 + 0,72 +0,51 aliquote aggiuntive) Soggetti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie per i quali non è prevista la contribuzione aggiuntiva Dis-Coll 33,72% (33,00 + 0,72 aliquote aggiuntive) Soggetti titolari di pensione o provvisti di altra tutela pensionistica obbligatoria 24% Per i Professionisti Liberi professionisti Aliquote Soggetti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie 25,72% (25,00 IVS + 0,72 aliquota aggiuntiva) Soggetti titolari di pensione o provvisti di altra tutela pensionistica obbligatoria 24% Massimale e Minimale Per l’anno 2019 il massimale di reddito è pari a € 102.543,00. Per l’anno 2019 il minimale di reddito è pari a € 15.878,00. Gli iscritti per i quali è applicata l’aliquota del 24% avranno l’accredito dell’intero anno con un contributo annuo di € 3.810,72, mentre gli iscritti per i quali il calcolo della contribuzione avviene applicando l’aliquota maggiore avranno l’accredito con un contributo annuale pari ai seguenti importi: € 4.083,82 (di cui € 3.969,5 ai fini pensionistici) per i liberi professionisti che applicano l’aliquota del 25,72%; € 5.354,06 (di cui € 5.239,74 ai fini pensionistici) per i collaboratori e figure assimilate che applicano l’aliquota al 33,72%; € 5.435,04 (di cui € 5.239,74 ai fini pensionistici) per i collaboratori e figure assimilate che applicano l’aliquota al 34,23%. Reddito minimo annuo Aliquota Contributo minimo annuo € 15.878,00 24% € 3.810,72 € 15.878,00 25,72% € 4.083,82 (IVS € 3.969,5) € 15.878,00 33,72% € 5.354,06 (IVS € 5.239,74) € 15.878,00 34,23% € 5.435,04 (IVS € 5.239,74) SCRITTURA PRIVATA PER L’IMPUTAZIONE DEL REDDITO AI SOCI DI ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE modelli e moduli excel doc Rivalsa inps gestione separata Con la rivalsa, il lavoratore può maggiorare del 4% l’importo lordo da richiedere al committente il quale è tenuto a pagare per effetti dell’articolo1 comma 212 della legge 662 del 1996. Acconto inps gestione separata Il versamento dell’acconto per la posizione previdenziale va effettuato entro il 30 Giugno ed ammonta al 10% del totale per chi ha altra copertura previdenziale mentre è del 40% per coloro che non dispongono di ulteriore copertura. Prescrizione contributi inps gestione separata Probabilmente molti non sanno che anche i contributi INPS possono finire prescritti, o meglio: sono prescritti i contributi INPS non vantati dall’ente per oltre 5 anni. Pertanto l’INPS non può richiedere all’utente eventuali contributi non versati ed inerenti a periodi antecedenti i 5 anni. Cancellazione gestione separata inps La cancellazione dalla Gesione separata INPS non è effettuabile tramite portale online e risulterebbe anche inutile in quanto la permanenza non comporta alcun contributo fisso. In ogni caso è necessario un modulo cartaceo nel quale si dichiara la cessazione dell’attività. Cessazione gestione separata inps La procedura per attuare la cessazione della Gestione separata si espleta soltanto attraverso un modulo cartaceo e non online. Nel modulo per la cessazione si inseriscono i dati anagrafici e la data di cessazione oltre che la tipologia di attività. Scarica qui il modulo variazione cancellazione Gestione separata inps Pensione gestione separata inps ricongiunzione Una volta raggiunti i requisiti di idoneità per l’ottenimento della pensione, l’INPS provvede all’erogazione della stessa anche unitariamente ad altre somme maturate con altri enti e casse previdenziali. Infatti tramite la Ricongiunzione è possibile unificare gli accantonamenti contributivi in un’unica gestione a cura dell’INPS. Inps maternità gestione separata Con la circolare INPS numero 109 del 2008, si definiscono dei parametri che puntano a tutelare e sostenere la maternità e la paternità attraverso l’erogazione di una indennità. Gestione separata inps avvocati Anche gli avvocati, come gli ingegneri e gli architetti, in quanto facenti parte di un ordine professionale, sono tenuti al pagamento degli oneri contributivi attraverso la Gestione separata INPS. Gestione separata inps avvocati sentenze Proprio sull’obbligatorietà dell’iscrizione alla Gestione separata INPS per gli avvocati si è espressa la Suprema corte, con sentenza n. 32167 depositata il 12 dicembre 2018. Ricorso inps gestione separata Qualora si riscontrassero delle anomalie circa dei solleciti di versamenti contributivi perché incompleti o omessi, è possibile presentare ricorso direttamente online tramite la piattaforma dell’ente. Sentenze gestione separata inps ingegneri Come anticipato, il versamento dei contributi alla Gestione separata INPS è obbligatorio anche per gli ingegneri e gli architetti così come chiarito dalla Corte di Cassazione con la sentenza 30344 del 18 Dicembre 2017. Inps gestione separata contribuenti minimi I professionisti che non hanno una cassa previdenziale, che svolgono lavoro autonomo e che rientrano in soglie minime di reddito (definiti appunto nel “regime dei minimi”) sono tenuti al versamento dei contributi alla Gestione separata INPS con un’aliquota al 25%. Calcolo inps gestione separata Il calcolo degli oneri viene fatto tenendo conto di aliquote base ed aliquote aggiuntive a seconda della tipologia di impiego, le aliquote aggiuntive servono a tutelare le coperture per l’estensione delle tutele a sostegno di malattie e maternità. Il saldo dei contributi dovuti all’Amministrazione separata viene calcolato applicando l’aliquota fiscale applicata all’importo del reddito, come appare nelle sezioni RE, RH o LM. Se, ad esempio, Mario, un professionista indipendente che non è iscritto ad altre gestioni, ha guadagnato un reddito di 30 mila euro, deve pagare un saldo del 25,72%, ovvero 7,716 euro; Se, d’altra parte, Giorgio ha lo stesso reddito, autonomo ma in pensione, deve pagare solo il 24%, cioè 7.200 euro. Il primo acconto, che sarà versato nello stesso termine del saldo (ovvero, lo stesso termine per il saldo e il primo anticipo di Irpef), è pari al 40% dei contributi dovuti nell’anno e, pertanto, il secondo acconto, da versare entro lo stesso periodo per il secondo acconto Irpef (di solito il 30 novembre), per un totale di anticipi equivalenti all’80% del saldo. Nb. Il primo acconto può essere pagato in rate o differito con un aumento dello 0,40% al mese. Conclusioni È importante organizzare bene la propria attività anche in ragione degli aspetti previdenziali. Per conoscere meglio tutto quanto necessario per risultare in regola e fare le scelte giuste, scegli la nostra consulenza professionale.
1 Ottobre 2019
Dimissioni volontarie e licenziamento in cigs parziale

Dimissioni volontarie e licenziamento in cigs parziale

In questo articolo esporremo un quesito posto da un nostro lettore che lavora in azienda su Dimissioni volontarie e licenziamento in cigs parziale Quesito su Dimissioni volontarie e licenziamento in cigs parziale: Lavoro in un azienda con circa 500 dipendenti e da aprile 2016 è stata richiesta la cigs,che avrebbe dovuto essere a rotazione settimanale uguale per tutti per equità verso tutti dipendenti dell area, ma in realtà alcuni dipendenti vengono messi in cassa anche per 3 settimane ogni mese e fatti tornare al lavoro per pochi giorni. La domanda che vorrei rivolgervi è: nel caso in cui volessi dare le dimissioni una volta trovato un altro impiego,sono obbligata a rispettare i tempi di preavviso previsti dal CCNL o posso dare dimissioni per giusta causa con un tempo di preavviso ridotto,senza incorrere nella trattenuta del mancato preavviso? cosa si intende allora per cassa a zero ore? L azienda mi sta facendo lavorare una settimana o anche meno al mese (questo mese forse un giorno solo),posso considerarla ugualmente “a zero ore”? Glielo chiedo perche a un collega che è andato via con solo 5 gg  di preavviso,e anche lui avendo lavorato una 5 giorni solamente per ogni mese da aprile alle dimissioni, hanno fatto pagare tutta la penale del mancato preavviso. risposta: In merito al tuo quesito devi sapere che in caso di dimissioni volontarie del dipendente in cassa integrazione a zero ore, il lavoratore non è tenuto a rispettare il periodo di preavviso previsto dalla contrattazione collettiva. Riflettiamo un attimo sulla funzione del periodo di preavviso di dimissioni. Il periodo di preavviso consiste in un numero di giorni in cui il dipendente continua a lavorare dopo aver presentato le dimissioni; secondo quanto prevede l’art.2118 del Codice civile ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, dando il preavviso nel termine e nei modi stabiliti, dagli usi o secondo equità. Il preavviso ha come finalità quella di dare al lavoratore licenziato-dimissionario il tempo per trovare un altro impiego e all’imprenditore, in caso di dimissioni del dipendente, di sostituirlo con un altro lavoratore. … ma se il lavoratore è in cassa integrazione a zero ore o quasi, non sussiste più la stessa funzione del periodo di preavviso ! Vi è un precedente in giurisprudenza, anche se piuttosto lontano nel tempo: “Durante i periodi di sospensione dal rapporto per intervento della Cassa integrazione, il dipendente ha facoltà di rassegnare le dimissioni, senza rispettare il periodo di preavviso” (sentenza del Pretore Firenze 11 marzo 1988). A livello pratico, la comunicazione delle eventuali dimissioni potrà contenere la richiesta ad essere dispensato dall’onere del preavviso. In tal caso, concordando la rinuncia al periodo di preavviso, non ci sarà trattenuta della corrispondente indennità di mancato preavviso e il lavoratore potrà cessare da subito il proprio rapporto di lavoro. In ogni caso le dimissioni andranno sempre convalidate presse le sedi abilitate ovvero sottoscrivendo la successiva comunicazione di cessazione inoltrata dal datore di lavoro. Per quanto riguarda il preavviso di licenziamento invece è possibile anche durante il periodo di cassa integrazione, ma solo per una causa dipendente dal suo comportamento scorretto (cosiddetto licenziamento per “giusta causa”) e non per ragioni dipendenti dall’azienda (cosiddetto licenziamento per “giustificato motivo oggettivo”), la quale avrebbe dovuto procedere a licenziamento collettivo, anziché ricorrere alla cassa integrazione. Poiché sei in cassa integrazione a zero ore, non vedo quale comportamento scorretto tu possa adottare nei confronti dell’azienda, quindi non vedo come potresti essere licenziato durante il periodo di cassa integrazione a zero ore. La cassa integrazione, o CIG, è divisa in due parti (La cassa integrazione a zero ore e la cassa integrazione) in toto è un sussidio che lo stato prevede venga retribuito, da parte dell’INPS, a quei lavoratori che si trovino temporaneamente sospesi dalla loro attività. La cassa integrazione in genere copre quello che sarebbe il normale salario percepito fino ad un massimo dell’80%. La cassa integrazione a zero ore è definita così nel momento in cui il lavoratore venga completamente sospeso dall’attività lavorativa, e non gli venga solo ridotto l’orario di lavoro; in questo caso quindi il suo salario equivale a zero, e la cassa integrazione deve coprirlo quasi integralmente. La cassa integrazione in deroga invece è quella che viene percepita da tutti quei settori produttivi, e da quelle fasce salariali, che non sarebbero comprese nella cassa integrazione ordinaria o straordinaria.  Essa riguarda i dipendenti di aziende regionali, o di determinati ambiti individuati dalla normativa, che altrimenti non avrebbero diritto a questo contributo.  
26 Settembre 2019
Verifica partita iva

Verifica partita iva – cos’è, ricerca e vies

Verifica partita iva – in questo articolo andremo ad affrontare cos’è la partita iva e tutte le fasi di ricerca sia nazionale che comunitaria Verifica partita iva – Tutti sappiamo bene che nel mondo del lavoro, tra aziende e professionisti, è essenziale possedere una Partita IVA per permetterci di incassare i frutti del nostro lavoro in modo continuativo e che consenta allo Stato di monitorare ed effettuare il prelievo fiscale. Ma cos’è una Partita IVA? Come e perché verificarla? La Partita IVA La Partita IVA consente al sistema economico di svolgere le proprie funzioni in ottemperanza alle norme stabilite dallo Stato in materia fiscale per i soggetti definiti nel Codice Civile soprattutto al Libro V. Ogni soggetto economico, pertanto, sarà identificato oltre che con la ragione sociale anche con la Partita IVA. Cos’è la partita iva? Secondo il Decreto Ministeriale del 23 Dicembre del 1976 in materia di sistemi di codificazione dei soggetti da iscrivere all’anagrafe tributaria, la Partita IVA deve essere un codice ad 11 cifre numeriche (più 2 lettere alfabetiche anteposte ad indicare il Paese) che viene rilasciato dall’Agenzia delle Entrate per identificare un soggetto economico come una società di capitali, una società di persone ma anche enti no profit. Quando è obbligatoria? I soggetti che compiono una attività che sia rilevante ai fini del calcolo dell’imposta sul valore aggiunto, sono tenuti a munirsi di questo codice che rimarrà invariato per tutto l’arco temporale nel quale svolgeranno l’attività. Com’e’ costruita la partita iva Oltre le prime 2 lettere indicanti il Paese di provenienza del soggetto, vi sono i primi 7 numeri che identificano la ragione sociale nell’ambito di un distretto provinciale, le successive 3 cifre sono il codice Istati di appartenenza dello stesso soggetto mentre l’ultimo numero è detto “di controllo”, ovvero serve a verificare la correttezza del codice in base ad un dato algoritmo. Struttura delle partite iva italiana e comunitarie verifica per singolo stato In Italia la Partita IVA è costituita da un blocco di 11 cifre di cui l’ultima, come detto, di controllo. Un blocco ad 11 cifre è utilizzato anche da Croazia e Lettonia. Presso gli altri Paesi, però, vi sono altre tipologie di formalismi, ad esempio: l’Austria utilizza un blocco a 9 cifre come anche Cipro, Estonia, Germania, Grecia e Portogallo mentre la Finlandia ad ne utilizza 8. Vi sono Paesi che utilizzano blocchi alfanumerici come Francia, Spagna, Gran Bretagna, Irlanda ed Olanda. Partita iva vies Per Partita IVA VIES si intende una Partita IVA registrata in un sistema di scambio dati comunitario e che permette di effettuare transazioni commerciali fiscalmente valide tra i vari Paesi dell’Unione Europea con lo scopo di attuare una corretta fiscalità. Come effettuare la verifica partita iva Verificare la Partita IVA è una operazione semplice e utile, alla portata di tutti. Basterà essere in possesso del codice e sarà possibile risalire ai dati della ragione sociale ad esso collegata. Verifica partita iva comunitaria Per verificare le Partite IVA comunitarie sarà sufficiente collegarsi al sito dedicato della Commissione Europea. Attraverso questo portale sarà possibile capire se una Partita IVA risulta essere tra quelle intracomunitarie. Modalità verifica partita iva italiana La verifica della Partita IVA italiana si effettua inserendo il codice nel campo “Partita IVA” e, se corretta e rientrante nell’anagrafica tributaria, si potranno visualizzare diverse informazioni come lo stato di attività, la denominazione, la data di inizio attività ed altre indicazioni circa eventuale appartenenza ad un Gruppo IVA. Verifica partita iva applicazione Il campo di applicazione della verifica della Partita IVA è tutto incentrato sulla sicurezza che un operatore commerciale cerca per il proprio business e quindi sull’accuratezza delle informazioni che possiede. Verificare una Partita IVA significa avere un dato qualitativo importante per determinare l’affidabilità di un tuo cliente o fornitore. Verifica Partita IVA © www.avvocatoandreani.it   Cosa fare se non esiste la partita iva? Se l’esito della ricerca è negativo, potrebbe dipendere da una errata trascrizione del codice e quindi si consiglia di prestare attenzione a tutto il blocco numerico. Un esito negativo, però, può anche essere determinato dall’inesistenza di quel codice negli archivi governativi. Elenchi partite iva Gli elenchi a disposizione dell’Agenzia delle Entrate sono costantemente aggiornati e resi pubblicamente consultabili dall’articolo 35 quater del DPR 633/72, pertanto vi è libero accesso su tutti i dati disponibili dall’anagrafica tributaria. Ricerca partita iva comunitaria La ricerca della Partita IVA comunitaria (VIES) viene effettuata sul portale della Commissione Europea selezionando lo Stato membro di appartenenza ed inserendo il codice. L’esito positivo determinerà se il soggetto economico ha partita IVA valida per le operazioni commerciali intracomunitarie e fornirà informazioni quali l’indirizzo della sede legale e la ragione sociale completa. AUSTRIA – Anno di adesione 1995  – Moneta Euro – Struttura della partita IVA U99999999 (1 blocco di 9 caratteri). Il primo carattere è sempre ‘U’. Verifica partita iva Austria BELGIO – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 0999999999 (1 blocco di 10 cifre). La prima cifra è sempre uno ‘0’. Verifica partita iva Belgio BULGARIA – Anno di adesione 2007 – Moneta Lev bulgaro – Struttura della partita IVA 999999999 o 9999999999 (1 blocco di 9 o 10 cifre). 9 cifre per le società e 10 cifre per le persone fisiche e gli stranieri. Verifica partita iva Bulgara CIPRO – Anno di adesione 2004 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 99999999A (1 blocco di 9 caratteri). L’ultimo carattere è una lettera. Verifica partita iva Cipro CROAZIA – Anno di adesione 2013 – Moneta Kuna Croata – Struttura della partita IVA 99999999999 (1 blocco di 11 cifre). Verifica partita iva Croazia DANIMARCA – Anno di adesione 1973 – Moneta Corona danese – Struttura della partita IVA 99999999 (4 blocchi di 2 cifre). Verifica partita iva Danimarca ESTONIA – Anno di adesione 2004 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 999999999 (1 blocco di 9 cifre). Verifica partita iva Estonia FINLANDIA – Anno di adesione 1995 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 99999999 (1 blocco di 8 cifre). Verifica partita iva Finlandia FRANCIA – Membro fondatore  – Moneta Euro – Struttura della partita IVA XX999999999 (1 blocco di 2 caratteri alfanumerici da A a Z ovvero da 0 a 9, 1 blocco di 9 cifre). Verifica partita iva Francia GERMANIA – Membro fondatore – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 999999999 (1 blocco di 9 cifre). Verifica partita iva Germania GRAN BRETAGNA – Anno di adesione 1973 – Moneta Sterlina – Struttura della partita IVA 999999999 (1 blocco di 3 cifre, 1 di 4 cifre ed 1 di 2 cifre) o 99999999999 (1 blocco di 12 cifre. Le ultime 3 identificano la filiale di una società) o GD999 o HA999 (1 blocco di 5 caratteri. GD = Government Departments. HA = Health Authorities.). Verifica partita iva Gran Bretagna GRECIA – Anno di adesione 1981 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 999999999 (1 blocco di 9 cifre). Verifica Partita iva Grecia IRLANDA – Anno di adesione 1973 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 99X99999A o 9999999AA (1 blocco di 8 o 9 caratteri). Verifica Partita iva Irlanda ITALIA – Membro fondatore – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 99999999999 (1 blocco di 11 cifre). Verifica Partita iva Italia LETTONIA – Anno di adesione 2004 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 99999999999 (1 blocco di 11 cifre). Verifica Partita iva Lettonia LITUANIA – Anno di adesione 2004 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 999999999 o 999999999999 (1 blocco di 9 o 12 cifre). Verifica Partita iva Lituania LUSSEMBURGO –  Membro fondatore – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 99999999 (1 blocco di 8 cifre). Verifica Partita iva Lussemburgo MALTA – Anno di adesione 2004 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 99999999 (1 blocco di 8 cifre). Verifica Partita iva Malta OLANDA – Membro fondatore – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 999999999B99 (1 blocco di 12 caratteri). La decima posizione è sempre una ‘B’. Verifica Partita iva Olanda POLONIA – Anno di adesione 2004 – Moneta Sloti polacco – Struttura della partita IVA 9999999999 (1 blocco di 10 cifre). Verifica Partita iva Polonia PORTOGALLO – Anno di adesione 1986 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 999999999 (1 blocco di 9 cifre). Verifica Partita iva Portogallo REPUBBLICA CECA – Anno di adesione 2004 – Moneta Corona ceca – Struttura della partita IVA – 99999999 o 999999999 o 9999999999 (1 blocco di 8 o 9 o 10 cifre). Verifica Partita iva Repubblica Ceca ROMANIA – Anno di adesione 2007 – Moneta Leu rumeno – Struttura della partita IVA Da 99 a 9999999999 (1 blocco da un minimo di 2 cifre ad un massimo di 10 cifre). Verifica Partita iva Romania SLOVACCHIA – Anno di adesione 2004 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 9999999999 (1 blocco di 10 cifre). Verifica Partita iva Slovacchia SLOVENIA – Anno di adesione 2004 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA 99999999 (1 blocco di 8 cifre). Verifica Partita iva slovenia SPAGNA – Anno di adesione 1986 – Moneta Euro – Struttura della partita IVA X9999999X (1 blocco di 9 caratteri). Il primo e l’ultimo carattere possono essere alfabetici o numerici ma non possono essere entrambi numerici. Verifica Partita iva Spagna SVEZIA – Anno di adesione 1995 – Moneta Corona svedese – Struttura della partita IVA 999999999999 (1 blocco di 12 cifre). Verifica Partita iva Svezia UNGHERIA – Anno di adesione 2004 – Moneta Fiorino ungherese – Struttura della partita IVA 99999999 (1 blocco di 8 cifre). Verifica Partita iva Ungheria Ricerca partita iva da nome azienda La ricerca della Partita IVA dal nome dell’azienda è un servizio che l’Agenzia delle Entrate non offre a differenza di altri operatori. È però possibile effettuare questa ricerca tramite il sito del Registro delle Imprese. Ricerca partita iva da codice fiscale Differentemente dal possedere solo il nome dell’azienda, se si possiede il codice fiscale (ad esempio del titolare di una ditta individuale) non sarà possibile risalire alla Partita IVA essendo i due soggetti formalmente dissociati in tal senso. Ricerca partita iva da nome e cognome Esattamente come nel caso di possesso del solo codice fiscale, anche possedendo nome e cognome di un individuo non sarà possibile risalire ad una eventuale Partita IVA ad egli facente capo. Agenzia delle entrate verifica partita iva L’Agenzia delle Entrate mette a disposizione il servizio per la verifica della Partita IVA e vi si accede attraverso il portale telematico alla sezione Servizi. Attraverso questo portale vi è anche un link che riporta al sito della Commissione Europea e che ti consentirà di fare anche la verifica della Partita IVA intracomunitaria (VIES). Definizine di iva L’ IVA è un’imposta indiretta istituita con D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633. Indiretta perchè questa imposta colpisce i nostri consumi. Va a diminuire la nostra ricchezza nel momento in cui utilizziamo i nostri soldi per acquistare un prodotto gravato dall’IVA. Quante volte troviamo esposto un prodotto con IVA inclusa, oppure IVA esclusa? Sicuramente tutte le volte che desideriamo acquistare ciò che ci piace. L’IVA, infatti colpisce il reddito di tutti i consumatori finali quando spendiamo. Meccanismo per la detrazione di imposta L’IVA si dice che è a “valore aggiunto” come recita l’art.1 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 a proposito di operazioni imponibili; in quanto ci si riferisce alla differenza tra il valore dei beni e servizi prodotti e venduti e il valore dei beni e servizi acquistati per realizzare il bene o servizio finale. Non rappresenta un costo per l’imprenditore perché attraverso il meccanismo della liquidazione dell’Iva, detrazione di imposta da imposta, può avere un credito IVA e riscuotere l’IVA, originata dalla differenza tra l’IVA sulle fatture emesse nel periodo di riferimento e l’IVA relativa alle fatture di acquisto, oppure può avere un debito verso l’Erario e versare l’IVA dovuta. Diverso è il caso del consumatore finale e i soggetti non titolari di partita IVA che non possono scaricarsi l’IVA dal prezzo d’acquisto dei prodotti, dunque per tlai soggetti rappresenta un onere a loro carico. Conclusioni Il mondo delle Partite IVA è molto vasto, non rischiare di perderti qualcosa e valuta l’acquisto di una nostra consulenza per essere seguito passo dopo passo tra tutte le procedure necessari per avviare e/o gestire il tuo business.
19 Settembre 2019
Certificato attribuzione partita iva: Richiesta duplicato

Certificato attribuzione partita IVA: Richiesta duplicato

Il certificato attribuzione partita IVA è un documento che attesta il possesso della partita iva da parte di una società, di una ditta individuale oppure di un lavoratore autonomo, esempio un professionista che esercita la sua attività intellettuale; senza la partita iva i soggetti summenzionati non potranno esercitare alcuna attività economica. Questo certificato attribuzione partita IVA viene  rilasciato con bollo e la firma del direttore dall’Agenzia delle Entrate ed è fondamentale sia in caso di cessazione dell’attività, sia nel caso in cui il soggetto debba presentarlo in Banca per richiedere un mutuo oppure un prestito o ancora nel caso di procedure amministrative. Con tale certificato di attribuzione partita iva i soggetti verranno iscritti all’Anagrafe Tributaria. Cosa contiene il certificato attribuzione partita IVA Oltre alla Partita IVA il certificato attribuzione partita IVA deve contenere: ll codice di attività ATECO che definisce la tipologia di attività esercitata, registrato nella Camera di Commercio di competenza, la sede legale, il domicilio fiscale, i dati anagrafici del titolare, indirizzo, denominazione sociale e forma giuridica della società . il codice fiscale alfanumerico della persona, il luogo e la data di nascita e l’indirizzo per le persone fisiche e i professionisti. Cos’è l’Anagrafe Tributaria L’Anagrafe Tributaria è una banca dati che contiene tutte le informazioni inerenti ai rapporti tra il contribuente e il fisco. L’Anagrafe Tributaria effettua controlli incrociati sui dati in suo possesso e sui dati dichiarati dal contribuente in sede di dichiarazioni fiscali, sui dati  in merito ai rapporti di conto corrente presso Banca e Poste, nonché verifica la veridicità e la regolarità dei dati riportati negli adempimenti effettuati. Utilità del certificato attribuzione partita IVA La Partita IVA è richiesta per assolvere a una molteplicità di funzioni. Infatti, l’attribuzione univoca del proprio numero di Partita Iva è utile per poter porre in essere una serie di adempimenti di natura amministrativa. La partita IVA viene richiesta nelle operazioni di acquisto e di vendita di beni e servizi, deve essere indicata nelle fatture emesse e nelle fatture di acquisto, nelle dichiarazioni dei redditi, nelle dichiarazioni annuali Iva, nelle istanze di registrazione di atti pubblici e privati, nella partecipazione a bandi pubblici e gare di appalto, nella domanda per autorizzazioni, concessioni e licenze e nelle domande per iscrizioni, variazioni e cancellazioni sui registri delle Camere di Commercio e per iscriversi negli Albi Professionali. Modalità per richiedere il certificato attribuzione partita IVA Per chiedere il certificato attribuzione partita IVA occorre collegarsi all’apposito sito dell’Agenzia delle Entrate www.agenziaentrate.gov, oppure www.finanze.gov.it, in cui è possibile scaricare e stampare gratuitamente il modello e le istruzioni. Il modello deve essere correttamente compilato in ogni sezione, allegando successivamente anche una copia del proprio documento di identità. Questi documenti vanno poi inviati telematicamente all’Agenzia delle Entrate o mediante Poste Italiane. Come si presenta il modello AA9/12 per il certificato attribuzione partita IVA Il modello AA9/12, ossia la dichiarazione di inizio attività può essere presentata nelle seguenti modalità: direttamente presso uno degli uffici locali dell’Agenzia delle Entrate, in duplice esemplare, esibendo un documento di riconoscimento valido, a mezzo posta mediante raccomandata indirizzata ad un qualsiasi ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate, in unico esemplare, con allegata copia del documento di riconoscimento, in modalità telematica, in modo autonomo avvalendosi del servizio internet qualora si abbiano le credenziali di accesso oppure tramite un intermediario abilitato utilizzando il servizio Entratelagenziaentrate.it nella sezione servizi telematici all’ufficio del Registro imprese della Camera di commercio dai soggetti tenuti all’iscrizione in questo Registro, Quando si presenta la dichiarazione di inizio attività, l’Agenzia delle Entrate attribuisce anche il numero di partita Iva, che non subisce modifiche fino alla cessazione dell’attività. Il numero di partita IVA è composto da 11 caratteri numerici, di cui i primi 7 consentono al contribuente di essere identificato da un numero progressivo, i seguenti 3 sono il codice identificativo dell’Ufficio, l’ultimo è un carattere di controllo. Per le società, il numero di partita IVA e il numero di previdenza sociale corrispondono Il numero di partita IVA assegnato deve essere indicato nelle fatture e in qualsiasi altro documento quando necessario. Perché si richiede il duplicato certificato attribuzione partita IVA Nel caso in cui il certificato attribuzione partita IVA venga smarrito  è possibile richiedere il duplicato. Occorre compilare nel modello AA9/12, l’apposita sezione, barrando la casella 4 e indicare i seguenti elementi: il numero di partita IVA che coincide con la data di inizio attività, di variazione dei dati o, di cessazione attività che non può essere successiva alla data di presentazione del modello, richiesta duplicato del certificato Partita Iva Dopo aver compilato in ogni sua parte il modello, occorre inviarlo telematicamente all’ Agenzia delle Entrate, usando la stessa modalità prevista per l’attribuzione partita iva. richiesta duplicato certificato attribuzione partita iva Il modello AA9/10 è utilizzato anche per comunicare agli uffici competente l’inizio attività per le imprese individuali  e i lavoratori autonomi. Come hai potuto evincere la modalità di richiesta duplicato certificato attribuzione partita IVA è una modalità semplice e intuitiva, al punto che potete metterla in pratica anche da soli, in maniera autonoma o tramite professionisti abilitati. Voglio segnalare il seguente sito, molto utile, che consente di verificare lo stato della propria Partita IVA inserendo la stessa nella sezione, in particolare permette di capire se: la Partita Iva è attiva, sospesa o cessata, la denominazione o il cognome e nome del titolare, la data di inizio attività o le date di sospensione e cessazione https://telematici.agenziaentrate.gov.it Se hai quanche difficoltà a richiedere da solo il duplicato, non esitare a chiedere il nostro aiuto Se invece vuoi porci quanche domanda scrivici  e ti risponderemo al più presto.
16 Settembre 2019
Come difendersi dalla Guardia di Finanza?

Guardia di Finanza – Difendersi da un’ispezione e verifica

In un tempo come quello di oggi sapersi difendere dalla Guardia di Finanza è un vero e proprio imperativo. L’ispezione, la verifica fiscale o l’accesso sono dei momenti importantissimi che potrebbero manifestarsi nella vita di chiunque. Bisogna sempre ricordarsi che l’attività d’ispezione va verbalizzata su un documento sul quale il contribuente potrebbe far valere le proprie eccezioni. Meglio evitare di prolungare il tutto fino al tribunale cercando delle invalidità nelle azioni della Guardia di Finanza stessa. Ecco come difendersi dalla Guardia di Finanza Innanzitutto si consiglia di fare sempre le domande e farsele verbalizzare. D’altro canto si sconsiglia di rilevare l’inutilizzabilità della prova illegittimamente acquisita per giocare questo fattore nella sede del contenzioso. La verifica o il controllo devono seguire delle regole molto precise. La pena della mancata esecuzione dell’iter consiste nell’illegittimità dell’atto di accertamento. Procedimento pvc guardia di finanza Il procedimento consiste in questi passaggi: 1)Esibizione dell’ordine di servizio (occorre fotocopiarlo); 2)Ogni giorno va rilasciato il processo verbale giornaliero e dopo anche il processo di constatazione, cioè il PVC; 3)Quest’ultimo va letto prima e le conclusioni sbagliate vanno messe sul verbale; 4)Il PVC può essere constatato a querela di falso, in quanto contiene le constatazioni dei verbalizzanti. Tuttavia si consiglia di verbalizzare unicamente le conclusioni non veritiere; 5)L’accertamente e la conclusione sono illegittimi se si basano su una procedura svolta illegalmente; 6)La verifica massima è di 30 giorni prorogabili di altri 30 con un atto motivato; 7)Dalla data di chiusura del PVC si hanno 60 giorni di tempo per presentare le constatazioni difensive all’Agenzia delle Entrate; 8)Il PVC dev’essere oltremodo chiaro facendo capire cosa si contesta e il perché. Se non si capisce l’oggetto di contesa e il motivo di contesa è possibile farlo presenza all’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima non può emettere alcun accertamento prima dei 60 giorni dalla data di chiusura del PVC. Consigli generali difendersi dalla verifica fiscale guardia di finanza 1)Aggiornare i propri registri con cadenza periodica; 2)Avere l’attestazione della tenuta delle cosiddette scritture contabili del professionista; 3)Avere i libretti, la revisione annuale, il giornale di fondo ecc.; 4)I soggetti obbligati di emettere le ricevute fiscali devono possedere il registro di carico e scarico; 5)Meglio non avere una contabilità non ufficiale, in quanto può essere fraintesa; 6)Nel rapporto con la Guardia di Finanzia meglio essere diplomatici e gentili; 7)Le constatazioni vanno fatte verbalizzandole; 8)Gli ispettori possono guardare ovunque, persino nella spazzatura; 9)Meglio non dire bugie e farsi assistere da un professionista muovendosi prima che arrivi l’accertamento; 10)Se è possibile si consiglia di registrare le conversazioni per usare in sede tributaria. Difendersi dalla Guardia di Finanzia, insomma, potrebbe essere più facile del previsto se si seguono questi piccoli consigli. Tuttavia è sempre meglio non cercare i guai, no?
15 Settembre 2019
dichiarazione dei redditi

Dichiarazione dei redditi – il 730 e Modello Unico

Dichiarazione dei redditi: Tutti i contribuenti, muniti di Partita IVA, devono ogni anno comunicare il modello unico o il 730. vediamo cosa sono In Italia, come previsto dalle normative sul Testo Unico trascritte nel decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, in materia di imposte sui redditi,tutti i contribuenti, siano essi persone fisiche o persone giuridiche, ossia munite di Partita IVA, devono ogni anno comunicare all’amministrazione finanziaria i propri redditi e provvedere di conseguenza al calcolo delle imposte dovute. Per consentire questa procedura l’Agenzia delle entrate mette a disposizione dei cittadini due tipologie di dichiarazione dei redditi differenti che sono il modello 730 e il Modello Unico. Dichiarazione dei redditi 730 A questo punto vi chiederete ma quale dei due dichiarazione dei redditi devo presentare? Bene se sei un soggetto che rientra nella categoria dei lavoratori dipendenti con un unico datore di lavoro o dei pensionati, quindi munito di sostituto d’imposta, o se sei un lavoratore in cassa integrazione o mobilità, un sacerdote della chiesa cattolica, un dipendente statale rientrante nelle mansioni di Consigliere Regionale, Provinciale o comunale o un socio di una cooperativa di produzione di lavoro, allora dovrai proseguire con la compilazione del modello 730. Attraverso la compilazione di determinati quadri specifici del modello, nel caso in cui il contribuente ne sia in possesso, può usufruire di alcune percentuali di detrazioni e deduzioni, che in sede di liquidazione delle imposte possono portare ad un pareggio o ad un credito nei confronti dello Stato; Eventuale credito sarà rimborsato attraverso il sostituto d’imposta nella busta paga di Agosto nel caso dei dipendenti e nel cedolino paga di settembre nei casi dei pensionati. Esempio dichiarazione dei redditi 730 Supponiamo che tu sia un lavoratore dipendente, quindi munito di sostituto d’imposta, con un reddito annuale lordo di 20.000,00, che durante l’anno ha sostenuto costi per visite mediche, pagamento di polizze assicurative sulla vita e spese veterinarie; Per cui dovrai compilare la dichiarazione dei redditi 730 in cui andrai ad indicare, nel quadro C i dati relativi al tuo reddito, ricavati dalla Cu rilasciata dal tuo datore di lavoro, e nel quadro P i costi sostenuti per le spese mediche, veterinarie e assicurative. Nel quadro riepilogativo, attraverso un calcolo di verifica di capienza Irpef, trattenute vesate e detrazioni di cui è possibile usufruire verrà indicato se hai un credito nei confronti dello Stato. Ovviamente come tutti i modelli dichiarativi anche questo ha una scadenza che solitamente è prevista per il 30 del mese giugno, anche se alcune volte può essere prorogata, e può essere presentata da tutti i sostituti d’imposta, dal Caf, dagli studi professionali, e attraverso la piattaforma dell’ Agenzia delle Entrate attraverso il modello pre-compilato. Considerato però che la compilazione non sempre risulta semplice il mio consiglio è quello sempre di rivolgersi a personale specializzato nel settore, per evitare di imbattersi in brutte sorprese come sanzioni salate per errata compilazione. Quando scegliere la dichiarazione dei redditi modello unico Nel caso in cui invece non rientri in nessuna delle categorie sopra riportate o sei un lavoratore autonomo, o percepisci redditi diversi oltre a quelli relativi al lavoro dipendente, non sei residente in Italia o hai dei redditi prodotti all’estero, allora dovrai compilare il modello Unico. Si ricorda che questa tipologia di modello viene utilizzato anche per la presentazione obbligatoria dei redditi per conto di contribuenti deceduti. Dichiarazione dei redditi  – conclusione La differenza principale tra le due dichiarazioni dei redditi consiste nel fatto che attraverso il primo modelli il contribuente ha modo di ricevere, se ne ha diritto, dei rimborsi da parte dello Stato, per versamenti Irpef effettuati in eccesso durante l’anno (capienza Irpef), o per percentuali di detrazioni e deduzioni relative all’anno d’imposta. Mentre il secondo modello il più delle volte viene utilizzato dai contribuenti che hanno un debito nei confronti dello Stato, debito relativo alle tassazioni sul reddito prodotto, per cui attraverso questa forma dichiarativa hanno modo di versare gli importi, anche in forma rateale nelle casse statali.
10 Settembre 2019
Professioni e partita iva, come aprire una nuova attività

Partita iva: Come aprirla subito

partita iva: Per risolvere il problema bisogna affidarsi ad un commercialista che saprà certamente indirizzarvi sulla giusta soluzione fiscale Il sistema dei contribuenti italiano richiede che qualsiasi professionista o azienda, che emette la fatturazione, debba essere iscritto inevitabilmente. La legge disciplina l’applicazione delle tasse in relazione al tipo di attività svolta e alla sua entità. Un codice verrà assegnato per consentire la registrazione. Questo codice è chiamato Partita IVA La Partita IVA è, quindi, un codice alfanumerico composto da 11 cifre collegato a un soggetto. Ogni tipo di società avrà un codice di partita IVA specifico, unico e attribuibile solo ad essi. Come aprire una Partita IVA Quando si decide di partecipare a una società soggetta a regimi fiscali nazionali, è necessario contattare un commercialista o consulente per capire i regimi fiscali da intraprendere Una volta scelto il tipo di azienda e firmato i relativi documenti legali, davanti a un notaio o direttamente presso la propria sede legale, si aprirà la posizione IVA assegnandovi un codice alfanumerico. La procedura è molto semplice e può essere effettuata direttamente dal proprietario della società. Tuttavia, per evitare problemi, è sempre preferibile utilizzare i servizi di un commercialista o consulente competente in materia. L’apertura della Partita IVA avviene c/o l’Agenzia delle Entrate, con la presentazione di una serie di documenti, tra cui l’atto costitutivo, lo statuto o in caso di un’associazione culturale o di professionisti, di documento e il codice fiscale dello stesso. Una volta effettuata la richiesta, ti verrà dato il codice della partita iva. NB.: Il codice della partita iva deve essere presente in qualsiasi acquisto o vendita effettuato da o per conto della società. Pertanto, quando si acquista un bene e si effettua il pagamento, esso verrà emesso dalla società di fatturazione per l’importo determinato, dal quale viene applicata l’IVA. A sua volta, se la società effettua una vendita, è necessario specificare il proprio codice della partita iva e firmarlo nel documento. Come verificarla Se si desidera verificare se la partita iva sia attivata, o per valutare la correzione prima che venga emessa la fattura, l’Agenzia delle Entrate fornisce un servizio di controllo diretto. Accedi semplicemente al sito l’Agenzia delle Entrate e clicca la sezione del controllo codice della partita iva: si apre una schermata specifica in cui inserisci il numero di partita IVA da verificare. Una volta inserito il codice, è possibile conoscere se lo stato di un’azienda è realmente attivo. Il codice della partita iva apparirà sulla seguente schermata con il nome dell’azienda e la proprietà dell’azienda. La presenza del codice sul sito dell’Agenzia delle Entrate implica che il sistema rivela la sua attivazione. Per verificare se la tua azienda sta facendo affari regolarmente, è necessario registrarsi sul sito o chiedere direttamente al tuo Commercialista o Consulente di Fiducia La necessità di una Partita Iva Sei un architetto e hai ricevuto finalmente un incarico importante di progettazione ma hai bisogno di aprire la Partita Iva per poter fatturare il lavoro. Sei un ingegnere e ti hanno assegnato una commissione per un progetto di una ferrovia o di una strada, ma l’incarico necessità di un contratto con Partita Iva. Sei un giornalista professionista e hai ottenuto un contratto di collaborazione con una testata accreditata ma ti sei accorto che per la collaborazione è necessario avere la Partita Iva. Se siete iscritti ad un albo professionale o semplicemente dei liberi professionisti, chissà quante volte vi siete trovati in casi come questi ed è capitata l’esigenza di avere a che fare con offerte che necessitano della Partita Iva per poter fatturare una prestazione lavorativa che avete o che dovete svolgere. Come aprire la partita Iva Ma come si apre una partita Iva? Cosa bisogna fare? Quanto costa aprirla e quanto costa mantenerla? Tanti interrogativi, forse troppi per chi necessita di aprire un’attività lavorativa per svolgere un lavoro per cui ha sempre studiato. Per risolvere il problema bisogna affidarsi ad un commercialista che saprà certamente indirizzarvi sulla giusta soluzione e sulla strada da intraprendere per la vostra attività di lavoro. Se proprio siete in difficoltá potete chiedere aiuto al ministro dell’ economia Pier Carlo Padoan, ma vedrete che riuscirete ad aprirla comunque, senza scomodarlo. Scegliere l’attività per la partita iva Ogni attività di lavoro autonomo, infatti, ha una procedura differente e prevede la scelta di un determinato codice di attività determinato dall’Istat, (codice Ateco), che serve per classificare tutte le varie attività economiche per scegliere quella più adeguata al tipo di lavoro da intraprendere. Per esempio, l’attivitá di avvocato prevede un codice ateco riportato con la sigla 69.10.10 e denominato ‘Attività degli studi legali’. E’ diverso aprire una partita Iva da professionista rispetto ad una come ditta individuale. Aprire una partita Iva è un’operazione molto semplice e non comporta nessun tipo di costo in avvio. Per aprirla in genere ci si affida sempre ad un commercialista, ma si può provare a farla in maniera autonoma attraverso dei software di compilazione gratuita. Non sará mica cosi difficile? Il regime fiscale e la partita iva Scelto il codice attività, si passa alla scelta del regime fiscale e alla segnalazione all’Agenzia delle Entrate attraverso la presentazione di una dichiarazione che sarà seguita dall’attribuzione e assegnazione del numero di Partita Iva. La scelta del regime fiscale è molto importante: si può scegliere tra un regime ordinario o si può optare per un regime agevolato per nuove attività imprenditoriali. Per i professionisti più giovani è previsto un regime cosiddetto dei contribuenti minimi, che agevola l’utilizzo della partita Iva nei primi anni di lavoro. A partire dal 2017 con la nuova legge di Bilancio, e con il successivo Jobs Act del 10 Maggio 2017, per lavoratori autonomi, sono state attivate particolari agevolazioni per favorire il lavoro di giovani professionisti e piccole imprese. Agevolazioni che hanno favorito certamente lo sviluppo di nuove attivitá, soprattutto tra i giovani, e di sicuro questo aspetto troverebbe l’approvazione di Matteo Renzi che tra il 2014 e il 2015 ha promosso e attuato in Italia la riforma del diritto di lavoro ed ha emanato vari provvedimenti legislativi per questa causa. Magari lo stesso Renzi potrebbe fornirci ulteriore conferma su questo aspetto e sull’efficacia del Jobs Act. Differenze tra Società e persona fisica nella partita iva Bisogna specificare che ci possono essere due tipologie di partita Iva: per società o enti o associazioni e per persone fisiche. Un’altra cosa che bisogna sapere è che l’apertura di partita Iva presuppone l’iscrizione alla gestione separata dell’INPS, a meno che si è iscritti ad un ordine professionale che prevede già un servizio di previdenza indipendente. In questi casi bisogna aggiungere dei costi per l’iscrizione alla cassa di previdenza professionale, come per esempio avviene per l’Inarcassa per Architetti o Ingegneri, o per l’Inpgi, per i giornalisti. Se invece si decide di aprire la partita Iva come ditta individuale, si presuppone che ci siano anche dei dipendenti, e per questo bisogna necessariamente chiedere all’INPS l’iscrizione dei lavoratori dipendenti ed è necessario iscriversi come ditta al Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio. Costo apertura p.iva: In questo articolo cerco di spiegarti, in modo pratico, come aprire la partita iva e quali sono i costi per muoversi agevolmente in questo tipo di operazione. Definizione di Partita IVA La Partita IVA è una sequenza numerica composta di 11 cifre: le prime 7 individuano la persona del contribuente; le seguenti 3 recano il codice dell’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate; l’ultima corrisponde ad un semplice numero di controllo Qui di seguito puoi trovare una pratica guida sull’essenziale da sapere per muoversi agevolmente in questo tipo di operazione. Costo apertura p.iva Al fine di regolarizzare la tua posizione fiscale, occorre che tu richieda l’apertura della Partita IVA se sei un lavoratore autonomo o il titolare di una società che percepisca redditi superiori ai 5.000,00 Euro annui. Se non oltrepassi questa soglia reddituale l’apertura della Partita IVA è da valutare accuratamente, in quanto i costi per il suo mantenimento potrebbero gravare eccessivamente sui guadagni che hai ottenuto. Il numero di Partita IVA che ti sarà assegnato in seguito alla tua richiesta rimarrà lo stesso per tutta la durata dell’attività. Ti sarà utile sapere che la procedura di cui sopra è totalmente gratuita. I costi subentreranno invece per il mantenimento della tua Partita IVA e varieranno in ragione della scelta del regime di contabilità cui sarai sottoposto. Qual è la procedura da seguire Innanzitutto è necessario che tu dia pronta comunicazione all’Agenzia delle Entrate dell’avvenuto inizio dell’attività, entro 30 giorni dallo stesso. A tal fine, occorre che presenti dichiarazione mediante compilazione di uno degli appositi moduli, scaricabili anche online (modello AA9/7 per le imprese unipersonali o i lavoratori indipendenti; modello AA7/7 per le società), da far pervenire all’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate: Presentandoti di persona, esibendo un documento di identità Mediante raccomandata con ricevuta di ritorno, comprensiva di copia fotostatica del documento di riconoscimento Ancora mediante apposito software da scaricare sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Bisognerà inoltre che tu proceda alla scelta del codice ATECO a seconda dell’attività di riferimento e del regime di contabilità cui sarai soggetto. Saranno necessari ulteriori adempimenti, tra cui la dovuta tappa all’INPS per la definizione della tua posizione previdenziale. Quale regime scegliere Se rispondi a determinati requisiti richiesti dalla legge, potrai procedere ad apertura di Partita IVA con regime di contabilità forfettario (e agevolato). In questo caso, in termini di tassazione, sarai soggetto ad un’aliquota sostitutiva del 5% per i primi 5 anni e del 15% a partire dal sesto. I contributi INPS incideranno del 27% sui tuoi redditi. L’alternativa è il regime ordinario, il cui mantenimento, di per sé, richiederà l’investimento di maggiori risorse, cui si aggiungeranno le imposte non a tasso agevolato e i contributi INPS. Senza contare che ti sarà richiesto il pagamento di una quota annuale per l’iscrizione della tua impresa presso la Camera di Commercio e che dovrai sostenere i costi di un commercialista che ti segua nel tuo percorso. Se sei titolare di Partita IVA in regime ordinario dovrai inoltre impegnarti obbligatoriamente nel tenere registri contabili, nell’emettere regolari fatture e nel liquidare, versare e procedere a dichiarazione periodica dell’IVA. L’apertura di Partita IVA è quindi un processo semplice e intuitivo, dal costo apertura p.iva pari a zero, che dovrai gestire con le necessarie cautele per non farti cogliere impreparato. Come funziona la detrazione dei costi auto La detraibilità dellʼIVA sui costi delle auto aziendali è la possibilità di usufruire di una detrazione dellʼIVA sullʼacquisto di auto, veicoli e spese correlate dalla dichiarazione dei redditi da parte di imprese o liberi professionisti. Questa opzione è debitamente normata dall’articolo 19-bis1 del D.P.R. 633/72 contenuto nel Testo Unico IVA, fondamentale per comprendere come viene regolata la detraibilità e su quali veicoli e soggetti viene applicata. Spesso si genera confusione su questo argomento, dunque vediamo insieme come funziona la normativa che regola la detrazione dellʼIVA. Queste operazioni sono possibili solo per coloro che sono titolari di partita IVA e che abbiano verificato che in base a leggi specifiche non vengano esclusi da queste agevolazioni fiscali. Nel 2018 la Legge di Stabilità ha apportato delle novità in merito alla detrazione dellʼIVA, eliminando però l’opportunità di usufruire del totale ammortamento per le auto. Il Consiglio Europeo con la decisione 2016/1982 ha concesso all’Italia una proroga per la detraibilità dell’IVA del 40% sulle autovetture aziendali sino al 2019. Questa detrazione dellʼIVA al 40% si può applicare a tutti i veicoli motorizzati che sono adibiti al trasporto di beni o persone, non esclusivamente a uso aziendale, con una massa pari o inferiore ai 35 tonnellate e un massimo di otto posti a sedere, escludendo il posto del conducente, con lʼeccezione di trattori agricoli e forestali. Allʼinterno della detrazione non è compreso solamente il costo dellʼacquisto, ma rientrano anche i costi di manutenzione, custodia, deposito, ricambi, assicurazioni RC auto e rifornimenti, che possono essere sommati al costo del veicolo. Mentre sui veicoli e le auto che sono ad uso esclusivo aziendale è ancora possibile la detrazione totale dellʼIVA al 100%, come per esempio veicoli per trasporto merce, noleggio e taxi. Questa possibilità è riservata anche ad agenti e rappresentanti di commercio che possono ugualmente usufruire della detrazione totale. Invece sulle auto che vengono concesse ai dipendenti con uso promiscuo si può usufruire di una detrazione pari al 70%. Esiste in ogni caso un limite di spese d’acquisto che possono essere detratte, per esempio per le autovetture non deve superare l’amontare di euro 25.822,24. La detrazione dellʼIVA si può effettuare solo sulla base della fattura che viene emessa nel momento degli acquisti e servirà per il calcolo finale. Dunque ogniqualvolta che si fa un acquisto è necessario richiedere la fattura al venditore, inserendo i dati della partita IVA. Se avete dubbi sullo storno dell’IVA è sempre meglio affidarsi alla professionalità di un esperto nel settore che possa essere utile in questo tipo di documenti. Una volta registrata la partita Iva è possibile iniziare ad addentrarsi nel mondo della libera professione e iniziare a lavorare e a rilasciare le tanto sospirate ‘fatture’. Come si emette una fattura? per prima prima cosa dobbiamo considerare i seguenti punti: cosa stiamo fatturando? in che regime fiscale sei? fatturare con iva e esente? fatturiamo a privati o a pubbliche amminciestazioni? Una volta capite quali sono le nostre necessità possiamo passare alla fatturazione di seguito riporto un esempio di fattura così che possiamo commentarlo insieme Gli elementi che contraddistinguono questo documento fiscale sono i sono: Denominazione Numero fattura e data Denominazione cliente Oggetto della fattura con identificativi contrattuali Descrizione degli importi da fatturare Totale fattura+ imposte Iban (codice bancario) Nel precedente elenco vi ho riepilogato quali sono i dettagli più importanti di una fattura Per essere più precisi possibile, per farvi capire come si emette una fattura, provo a descrivere gli elementi essenziali che la caratterizzano Denominazione la denominazione è una delle parti più importanti in quanto si tratta di scrivere i dati precisi della propria ragione sociale. i dati da inserire sono: Nome dell’azienda Indirizzo Codice fiscale e partita iva Numero fattura e data questa parte si contraddistingue in un numero che va ad aumentare sincronicamente di volta in volta e della data del giorno di emissione della stessa. attenzione però, in numero deve essere su base crescente, e deve essere comunciata qualsiasi variazione vorrai effettuare al tuo consulente di fiducia Denominazione cliente in questa parte possono succedesi diverse cose se non scriviamo bene i dati del cliente.. quindi occhio! i dati da inserire sono i seguenti: Nome dell’azienda Indirizzo Codice fiscale e partita iva Oggetto della fattura con identificativi contrattuali Nell’oggetto più siete descrittivi e meglio è. Riportate sempre gli identificativi contrattuali perchè vi potrà tornare utile in caso di contenzioso Inoltre questo aiuterà il vostro cliente ad introdurlo a capire cosa state fatturando Descrizione degli importi da fatturare la parte descrittiva degli importi deve descrivere rigo per rigo cosa stiamo fatturando e il relativo importo attenzione perchè se siete soggetti a iva, ad esempio per la vendita delle merci, tantissima merce usufruisce di agevolazioni iva e ridizioni dal 22% al 10% fino al 4% o addirittua alla completa esenzione Totale Fattura + imposte nel totale vanno riportati tutti i calcoli compresa l’imposta così che potete riscuore quanto pattuito contrattualmente Iban (codice bancario) riportare l’iban ti servirà a compiere il tuo scopo finale.. Essere pagato Conclusioni Spero di essere stato esaustivo e che ti ho portato a capire come funziona. Se nel caso dovessi avere qualche domanda scrivimi pure nel form sottostante. Sarò ben felice di aiutarti!
9 Settembre 2019
Tre modi per ridurre l’utile e pagare meno tasse

Ridurre l’utile: Come pagare meno tasse

Ridurre l’utile: In questo articolo tre suggerimenti utili a ridurre l’utile in modo sensibile e legale attraverso l’elusione fiscale ridurre l’utile: In questo appuntamento ti parlerò di tre suggerimenti utili a ridurre l’utile in modo sensibile e perfettamente legale. Come? Attraverso il metodo dell’elusione fiscale, che cos’è l’elusione fiscale? E’, come ben saprai, il metodo diverso dall’evasione fiscale, attraverso cui con una serie di negozi o atti giuridici si riducono le tasse. Ecco i tre importanti suggerimenti che lo stato non vuole che tu sappia. Sottovaluta con moderazione le rimanenze di magazzino per ridurre l’utile Che cosa sono le rimanenze di magazzino? Sono dei costi e ricavi utili alla produzione di beni e servizi, i cui ricavi si realizzeranno nell’esercizio successivo. Per ridurre l’utile d’esercizio è sufficiente sottovalutare in modo moderato e senza esagerare le rimanenze di magazzino. E come si fa questa operazione nella pratica? Principalmente in due modi: o si dichiarano quantità inferiori di beni in magazzino, rispetto l’effettiva giacenza, in particolare per quanto riguarda particolari tipi di merce, oppure si sottovaluta l’ammontare del valore delle rimanenze in magazzino. Ovviamente puoi utilizzare una combinazione di questi due metodi, ma senza esagerare, in quanto è permesso un certo errore di stima. Ti consiglio comunque di discutere con un commercialista come me per evitare spiacevoli sorprese. Passiamo adesso al secondo punto. Utilizza gli ammortamenti per ridurre l’utile Per quanto riguarda l’ammortamento ridotto sappi che c’è la possibilità di muoversi su due livelli differenti, ovvero l’allungamento della durata del piano di ammortamento fiscale e la riduzione della quota di ammortamento annuale. In questo modo, per ridurre l’utile, calcolerai l’ammortamento in maniera ridotta, potrai recuperarne la quota negli esercizi successivi. Parlando invece il super ammortamento, devi sapere che un tempo si chiamava ammortamento accellerato ma quest’ultimo è stato abrogato nel 2007. Con l’ammortamento accellerato tu puoi incrementare l’ammortamento fino al 140%. Puoi agevolare tutti i cespiti che hai a disposizione, esclusi quelli che hanno un tasso di ammortamento inferiore al 6,5%. La cosa divertente è che per alcuni tipi di beni c’è la possibilità di ricorrere anche all’iper ammortamento con tassi percentuale del 250%. Passiamo adesso al terzo e l’ultimo punto. Svaluta i tuoi crediti fino al il 0,5% del valore nominale e riduci l’utile Le normative vigenti stabiliscono, che tu devi scrivere nel bilancio un valore dei tuoi crediti, che non è il loro valore nominale, ma un valore che otterrai considerando che non tutti quest’ultimi ti verrano effettivamente pagati, Per ridurre l’utile dovrai quindi tener conto di variabili come le rettifiche di fatturazione, gli sconti e gli abbuoni. Per queste ragioni puoi svalutare i crediti per una importo che si avvicina allo 0,5% del valore nominale, per la parte del totale che non è coperto da copertura assicurativa. Mi auguro che questi tre modi ti abbiano dato un spunto di riflessione su quello che l’elusione fiscale può fare, se hai dubbi o vuoi una consulenza, non esitare a contattarmi. Al prossimo articolo!
8 Settembre 2019
Contabilità semplificata, un’alternativa al regime forfettario

Regime contabilità semplificata: alternativa forfettario

Regime contabilità semplificata – Vuoi aprire una piccola impresa e non hai i requisiti giusti per rientrare all’interno del regime forfettario? Hai deciso di intraprendere una nuova attività e vuoi avviare una piccola impresa e non hai la possibilità e i requisiti giusti per rientrare all’interno del regime forfettario? In questo caso puoi pensare alla contabilità semplificata, un regime contabile dedicato alle piccole imprese per godere di particolari benefici fiscali e che ti consente di scaricare i costi della tua attività. Vediamo come funziona e come si fa ad accedere a questo particolare regime di contabilità semplificata. Come scegliere il regime contabilità semplificata Quando si decide di aprire una partita Iva e di avviare una nuova attività bisogna considerare una serie di condizioni e bisogna scegliere un determinato regime contabile tenendo conto di vari aspetti: la forma giuridica, che può essere una società a carattere individuale o un’associazione, poi bisogna considerare il volume di affari dell’attività ed inoltre, bisogna valutare la necessità di usufruire di agevolazioni fiscali sia per quanto riguarda i registri contabili, sia per la questione relativa al calcolo delle imposte. Come funziona la contabilità semplificata La contabilità semplificata rappresenta una valida alternativa al regime forfettario e alle imprese individuali o alle società di persone che non riescono a rientrare all’interno di limiti ben definiti e necessitano di condizioni più semplici e meno onerose rispetto al regime ordinario in maniera tale da poter lavorare in assoluta tranquillità e senza particolari ansie. Tuttavia, per rientrare in questo particolare regime è necessario rispettare determinati limiti di fatturato che sono fissati in base alla tipologia di attività che viene svolta ed è inoltre obbligatoria la gestione di registri contabili riguardanti le fatture di acquisto, le fatture emesse e i corrispettivi, oltre ai registri per beni ammortizzabili e per oneri sui redditi e fuori campo iva. Obblighi e limiti nel Regime contabilità semplificata Una serie di attività e di obblighi per un tipo di attività che, a partire dal 2017 si basa sul principio di cassa e non più sul principio di competenza, come avveniva in passato. Questo tipo di regime rende certamente più conveniente l’apertura della partita Iva che consente di dedurre i costi dell’attività e di ridurre le spese sostenute. La contabilità semplificata è disciplinata dall’articolo 18 del DPR n. 600/73 che fissa un tetto di ricavo annuo che non deve essere superato. In particolare fissa una quota limite di 400 mila euro per chi esercita un tipo di attività di prestazione di un servizio, mentre, pone il limite di 700 mila euro per chi esercita attività di cessione dei beni. Se per esempio avete avviato un’attività di servizi per realizzare progetti grafici o pubblicitari, o un’attività di ludoteca, bisogna rispettare la quota limite di 400 mila euro. Le novità del 2018 del Regime contabilità semplificata Nel 2017 sono state introdotte una serie di novità in merito. Il D.L 193/2016 oltre ad aver abolito Equitalia, ha infatti introdotto ulteriori semplificazioni e un regime, cosiddetto ‘per cassa’, secondo il quale, le imprese che rientrano nella contabilità semplificata sono obbligate a pagare le imposte in base alla cifra effettivamente incassata, e non più secondo i criteri del principio di competenza, come avveniva in passato. Novità sicuramente importanti per i professionisti quelle introdotte dal governo Renzi Certamente questo criterio rappresenta un grande incentivo per la nascita di nuove imprese e potrà determinare un incremento anche nel 2018. Una cosa è certa, secondo questo criterio devono essere riportati in maniera precisa e obbligatoria tutti gli incassi e pagamenti ricevuti o effettuati all’interno dei registri contabili che assumono importanza fondamentale. Bisogna inoltre rispettare una serie di criteri riguardanti l’obbligo di riportare le generalità di chi effettua i pagamenti, le date e gli estremi dei documenti. In fin dei conti si può certamente dire che questo tipo di soluzione agevola lo sviluppo di giovani e piccole imprese ed è un incentivo ad investire e ad aprire nuove attività. Le agevolazioni ci sono, siete pronti ad investire subito e ad aprire una nuova attività?
2 Settembre 2019
Tax Credit Alberghiero: Ecco la proroga fino al 2020

Tax Credit Alberghiero: Ecco la proroga fino al 2020

La proroga del Tax Credit Alberghiero per il miglioramento e la riqualificazione delle strutture turistiche, alberghi, agriturismi e campeggi Nella nuova legge di bilancio, ci sono molte agevolazioni pronte sia per i cittadini che per le imprese. Infatti, è in procinto di proroga il cosiddetto voucher alberghiero fino al 2020, cioè il bonus per il miglioramento e la riqualificazione delle strutture turistiche. L’agevolazione, nota anche come tax credit alberghi, è stata presentata per la prima volta nel 2015 e poi replicata nei due anni successivi. La legge di bilancio del 2017 ha anche confermato l’agevolazione fiscale per il 2017 e il 2018, oltre che estendere la stessa fino al 2020. Di seguito Vediamo cos’è il tax credit alberghiero e come funziona. Definizione tax credit alberghiero Il tax credit alberghiero consiste in un credito d’imposta per la riqualificazione delle strutture ricettive. Il regolamento che risale al 2015 ha fornito un credito d’imposta pari al 30% dei costi sostenuti dalle società del settore ricettivo alberghiero. Inoltre, entro il 2018 (riguardo le spese del 2017), si prevede un aumento significativo del credito d’imposta, fino al 65% dei costi sostenuti. Quali sono i costi da comprendere tax credit alberghiero Il credito in questione è a carico delle spese sostenute da: manutenzione straordinaria restauro conservativo e ristrutturazione di edifici. i costi relativi al restauro di edifici o parti di essi, possono essere crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, a condizione che sia possibile determinare la coerenza esistente anche con il cambio di forma gli interventi di miglioramento e rinforzo sismico I costi per la ristrutturazione; L’aumento dell’efficienza energetica (come l’installazione di impianti fotovoltaici per la produzione di energia elettrica, l’installazione di schermi di celle solari esterni progettati per ridurre il consumo di aria condizionata estiva, ecc.); l’eliminazione delle barriere architettoniche, ad esempio, attraverso la sostituzione di finiture interventi legati alla costruzione, come la ristrutturazione di scale ed ascensori la costruzione di nuovi impianti sanitari dedicati alle persone con disabilità “Altri interventi”, compresi quelli per l’acquisto di mobili e componenti di mobili, a condizione che il beneficiario, ovviamente, si occupi degli edifici che sono oggetto delle opere. Proroga tax credit alberghiero fino al 2020 Il Tax credit alberghiero è stato ed è un buona opportunità per chi è nel settore ricettivo, inoltre la buona notizia è che, per chi lavora in questo settore, avrà tempo fino al 2020 per approfittare di questo credito d’imposta introdotto dal governo per cercare di modernizzare e aumentare la qualità delle strutture ricettive del nostro paese La proroga di due anni del Tax credit alberghiero (fino al 2020) è integrata nell’emendamento della legge di bilancio del 2018, secondo cui le strutture  turistiche possono beneficiare del bonus del 65% dei costi sostenuti per aumentare la qualità delle proprie stutture fino al 2020. tax credit alberghiero valido anche per i campeggi E’ prevista una possibile estensione dei beneficiari di questa agevolazione fiscale, infatti, il Tax credit alberghiero andrà a beneficio non solo degli hotel e agriturismi, ma anche per i campeggi. Questa estensione si dice sia una possibile novità che verrà introdotta con la manovra 2018.
31 Agosto 2019
Libertà Fiscale: Ecco la spiegazione

Libertà Fiscale: Ecco la spiegazione

Libertà Fiscale: senti sempre parlare di libertà fiscale ed escapologia ma non sai cosa vuol dire? scoprilo in questo nostro nuovo articolo In nessun modo è facile rispondere a questa domanda. Il motivo? È molto semplice da immaginare. Il dizionario italiano definisce la libertà come condizione di chi può agire senza restrizioni di alcun tipo. Mentre definisce il termine “imposto” in senso figurato come atteggiamento rabbioso e curioso. Come puoi rispondere a questa domanda? Il concetto di libertà fiscale in senso assoluto non può essere valido, perché il termine libero è usato in modo errato. In qualsiasi paese, il contribuente / cittadino è obbligato a pagare le tasse e per questo motivo non è affatto libero di scegliere se pagare o non pagare le tasse. Il termine imposto, d’altra parte, implica già il concetto di obbligo e dovere (anche morale). Termini, questi ultimi, che hanno poco a che fare con la libertà. Detto questo, sono dell’opinione che la libertà fiscale esista solo in assenza di tasse. Se devi lavorare 8 ore al giorno per 180 giorni per pagare lo stato (tuo socio in affari) e i restanti 180 giorni per pagare te stesso e il tuo compenso, non si può dire che si è veramente liberi Cos’è la libertà fiscale? Con questo prerequisito, possiamo definire la libertà fiscale come il grado di libertà che un contribuente / cittadino ha dell’obbligo fiscale imposto allo stesso contribuente / cittadino dal proprio governo. Recentemente, ho letto un interessante articolo pubblicato circa un anno fa su un’indagine condotta per misurare lo stato dell’incidenza della tassa pubblica sul prodotto interno lordo dei paesi europei. In pratica, con l’obiettivo di monitorare l’andamento della crisi economica negli ultimi anni, il Centro per l’Impiego ha analizzato la situazione degli stati europei con l’indice di libertà fiscale, uno strumento per comprendere il funzionamento della tassazione in Europa e l’impatto della tassa pubblica sulla ricchezza prodotta dai cittadini europei. Come funziona l’indice di libertà fiscale? In pratica, gli indicatori sono stabiliti e ciascuno riceve un punteggio in ogni paese europeo. Gli indicatori utilizzati sono 6: il numero di procedure per pagare le tasse il numero di ore necessarie per pagare le tasse l’aliquota fiscale totale (la percentuale di profitti che aziende e professionisti pagano all’ufficio delle imposte) il costo per pagare le tasse e la burocrazia la pressione fiscale come percentuale del PIL la pressione fiscale sulle famiglie. La somma totale dei vari indicatori determina il risultato dell’indice di libertà fiscale. – Un punteggio elevato è l’indice di un paese con un maggiore grado di libertà fiscale. – Un punteggio basso è, invece, indicativo di un maggiore senso di oppressione fiscale. Il nostro paese è all’ultimo posto assoluto in termini di libertà di bilancio in quanto negli ultimi 15 anni le tasse sono aumentate di 3,6 punti rispetto al PIL e solo per il pagamento degli stessi hanno bisogno di 269 ore all’anno. La situazione è stata anche confermata di recente da una pubblicazione di “The Heritage Foundation”, che ha collocato l’Italia tra paesi moderatamente liberi (79 ° posto). Considerazioni finali Innanzitutto, secondo questa classifica e tenendo conto del peso burocratico del nostro paese, i commercialisti dovrebbero essere la categoria più retribuita! Ma non di certo io. In secondo luogo, secondo me, se sei un contribuente in Italia, dove la pressione fiscale è alta e le tasse sono molto alte, puoi farlo ovunque (pochi paesi hanno un alto grado di oppressione come il nostro).